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Cosa ci fa Re Artù sull'Etna: ve lo spiega la leggenda del cavallo del vescovo di Catania

Questo è uno dei tanti racconti popolari sull'infausto destino patito dalla Sicilia sotto il regno di Enrico VI, figlio del re Federico Barbarossa e della moglie Beatrice di Borgogna

Livio Grasso
Archeologo
  • 10 settembre 2021

Il Parco dell'Etna ripreso dall'alto

Fioccano una serie di racconti popolari sull’infausto destino patito dalla Sicilia sotto la reggenza di Enrico VI, figlio del re Federico Barbarossa e della sua consorte Beatrice di Borgogna.

La leggenda più nota riguarda la vicenda del cosiddetto cavallo del vescovo di Catania.

Durante il dominio del re svevo in Sicilia, protrattosi dal 1194 al 1197, si pensa che il controllo del territorio sia stato affidato ad un gruppo ristretto di vescovi e dignitari nominati dall’imperatore stesso. Le fonti tramandano che Enrico fu particolarmente crudele e spietato, incutendo profondo terrore a tutti gli abitanti dell’epoca.

Alcuni credono, oltre a ciò, che gli uomini designati dal sovrano siano stati talmente malvagi da essere ricordati come un vero e proprio flagello per tutti gli isolani. Si narra, in particolare, della diabolica perfidia di un certo vescovo che, su ordine del monarca, ricevette l’onere di amministrare la città di Catania.



Quest’ultimo, ricordato per essere stato il più spietato tra i beniamini di re Enrico, era in possesso di un cavallo che per lui rappresentava il bene più prezioso.

Si dice, inoltre, che un giorno abbia deciso di affidarlo ad uno scudiero e due palafrenieri affinché lo conducessero a passeggio per i sentieri dell’Etna. La sua richiesta venne accolta dai fedeli servitori, i quali si misero in cammino verso il Vulcano.

L’aneddoto, però, rivela che nel corso del tragitto il cavallo si imbizzarrì all’improvviso dando segni di inaspettata follia. Colti di sorpresa, dunque, tentarono di domarlo e trattenerlo dalla fuga, ma ogni tentativo fu vano.

Di fatti il cavallo riuscì a divincolarsi con grande impeto dalla loro stretta e, innervosito da chissà quale cosa, galoppò rapidamente verso la sommità della montagna.

I due palafrenieri lo rincorsero a piè rapido per cercare di afferrarlo ed impedire che prendesse il largo. Dopo averlo inseguito per un lungo tratto entrambi accusarono un po' di fatica e, pian piano, rallentarono il passo accasciandosi al suolo.

Di gran lunga più vitale la tenacia dello scudiero, intento ad andarlo a recuperare rimanendo ben saldo nelle gambe. Malgrado quei due, sfiancati per la lunga corsa, avessero visto sfrecciare l’altro compagno per rimanere sulle tracce del destriero, non ebbero la benché minima intenzione di affiancarlo nell’impresa.

Anzi, di lì a poco presero la decisione di svignarsela e ritornare in città per riferire quanto accaduto.

La narrazione prosegue rivelando che costoro, non appena fecero rientro alla sede del vescovo, si recarono subito da lui e gli confessarono tutto quanto.

Quest’ultimo, indiavolato per l’imperdonabile sbadataggine, ordinò il loro arresto e poco dopo li fece decapitare.

Intanto lo scudiero continuava a rincorrere il cavallo che, nel frattempo, andava a briglia sciolta in direzione del cratere. Una volta giunto sull’orlo di esso si gettò laggiù scomparendo dalla vista dell’inseguitore, che non riuscì ad acciuffarlo per poco.

Dunque, avvilito per il pasticcio combinato si perse d’animo e non seppe più cosa fare; la paura di ritornare a mani vuote gli toglieva il fiato. Mentre continuava a rimuginare sul guaio accaduto, inaspettatamente, ai suoi occhi apparve un uomo dalla barba canuta che lo esortò a seguirlo verso un sentiero segreto.

Il giovane, non avendo altra soluzione, decise di lasciarsi condurre da quello sconosciuto; in breve tempo fecero ingresso in una stanza sontuosa adorna di sfavillanti lampadari e pregevoli cristalli. La storia prosegue raccontando che al centro della sala era collocato pure un poderoso trono dorato sul quale, quasi incredibile a dirsi, sedeva il celebre re Artù.

Costui si levò in piedi e mostrò al nuovo arrivato il cavallo smarrito, spiegando che era stato sottratto all'episcopo per volere di Dio a causa di tutte le malefatte commesse da parte sua e di re Enrico.

Re Artù, inoltre, dichiarò pure che per riottenerne la custodia era necessario che il diretto interessato si presentasse al suo cospetto entro quattordici giorni e non uno di più, pena la morte.

Pronunciate tali parole consegnò all’ospite un mantello e una borsa colma di denari. Subito dopo, misteriosamente, lo scudiero si ritrovò di nuovo sul cratere e quel luogo nascosto sfumò del tutto.

Per un attimo credette di aver sognato o di essere impazzito, ma, quando avvistò i doni che gli erano stati personalmente consegnati, ogni dubbio svanì nel nulla.

In fretta e in furia, quindi, ritornò a Catania e spifferò ogni singola parola al presule, incredulo e fermamente convinto che il suo cavallo era stato venduto per denaro. Tuttavia, anziché farlo giustiziare come gli altri due, lo fece imprigionare e sottoporre continuamente a vari interrogatori per spillargli la verità.

Ciononostante, ogni giorno il prigioniero esponeva la medesima versione senza cambiare una virgola.

Frattanto il vescovo si apprestava ad inviare gruppi di esploratori sull’Etna che, però, stranamente non facevano più ritorno. Infuriato più che mai, al quindicesimo giorno, disse allo scudiero che lo avrebbe condannato al rogo per atti di stregoneria.

Tuttavia, nell’istante in cui minacciò di bruciarlo vivo, il prelato si issò improvvisamente in piedi, strabuzzò gli occhi e cadde in terra morendo sul colpo.
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