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Custodisce segreti e privilegi dell'antica città: il "Libro Verde" è il più prezioso di Agrigento

Ad Agrigento il manoscritto ritrovato è il libro più prezioso che la città custodisce: il suo valore storico è di gran lunga superiore a qualsiasi altra raccolta di atti e documenti

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 27 giugno 2020

Il Libro Verde di Agrigento

Come si sa, tutta la storia de "Il Nome della Rosa" di Umberto Eco si fonda sull’espediente narrativo del manoscritto ritrovato. A causa di un libro, in sostanza, si succedono le morti del romanzo, e però grazie ad esso si risolve anche il mistero che lo circonda.

Il libro è sempre uno strumento di verità, e, per quanto nascosto possa essere, trova sempre qualcuno che ne sveli il contenuto, lo ponga cioè alla costituzione di una civiltà del sapere. In quel caso è il secondo libro della Poetica di Aristotele,
dedicato alla commedia: un’ipotesi che nella storia fu realmente speculata dal patriarca nestoriano Timoteo I, ma che la maggioranza della critica odierna considera priva di fondamento.

Una fantasia, verosimilmente, tanto affascinante quanto romanzesca. Ponendo il caso che ogni città abbia un suo libro nascosto, che abbia in sé i caratteri della preziosità assoluta, ad Agrigento il manoscritto ritrovato è senza alcun dubbio il (cosiddetto) Libro Verde.



Per comprenderne il valore, è necessario premettere che per tutto il medio e basso medioevo e una parte dell’evo moderno, cioè fino all’avvento di Carlo III e alla Costituzione del Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sicilia – sotto le varie dominazioni arabo-normanna, catalana e spagnola – non possedette un diritto pubblico unitario e codificato per i comuni demaniali, cioè dipendenti direttamente dalla Corona.

Gli altri, i comuni feudali, dipendevano dagli ordinamenti impartiti luogo per luogo dai baroni che vi esercitavano anche la giustizia. Nel passato, insomma, ogni Comune aveva un proprio ordinamento concesso o riconosciuto o riformato dal Sovrano, caso per caso. Le singole norme venivano chiamate privilegi, e cioè quella cosa in più (o anche in meno) che distingueva e differenziava la vita di un comune dall’altro.

A seconda degli umori reali, dei comportamenti dei singoli Comuni nei confronti della Corona, delle petizioni che gli stessi volgevano al Sovrano e sulle quali egli decideva, i comuni andavano realizzando gradualmente la loro relativa autonomia in corrispondenza con le emergenze storiche e commerciali, con i bisogni emergenti e le necessità impellenti. I privilegi, quindi, riguardavano i commerci, l’annona, gli ordinamenti, i costumi (privilegi suntuari), le finanze e i diritti civici. Ciascun Comune custodiva gelosamente queste disposizioni o privilegi secondo gli originali o i transunti originali.

Il Libro Verde è la raccolta, se non di tutti, di gran parte dei privilegi dell’antica Girgenti, e manco a dirlo è il libro più prezioso che la città custodisca, il cui valore storico è di gran lunga superiore a qualsiasi altra raccolta di atti che ammuffisce altrove.

Libro Verde, in realtà, è il nom de plume dell’assai più lungo "Libro di tutti li privilegi, consuetudini e particolari ordinationi di questa magnifica città di Girgenti raccolti ed ordinati in tempo dell’invittissimo e Cattolico Signor D. Filippo Quarto d’Austria, re di Spagna, ecc… nostro Signore, per li spettabili signori giurati D. Andria del Porto, Geronimo Seta, Gaspare de Fide e Nicolao Antonio Pancuccio dell’anno secunda Indizione, 1634".

È del tutto evidente che gli studiosi abbiano trovato un epiteto per nominarlo, a richiamo del colore della pelle che lo veste, senza sottrar fascino a un testo che oggi non ha più valore giuridico pubblico, ma soltanto storico o storico-giuridico, e che oltre ai privilegi rilega i capitoli reali, cioè le disposizioni di carattere generale emanate in base al diritto pubblico siciliano ed aventi valore costituzionale.

Sul frontespizio appare la scritta a lettere d’oro “Signat Agrigentum Mirabilis Aula Gigantum”, e tutto il volume si compone di trecento fogli per buona parte vergati da un’unica mano.

Il Libro Verde, come il manoscritto ritrovato di Umberto Eco, ha avuto numerose vicissitudini e ha rischiato di scomparire: prima conservato in Comune insieme alla Mazza, il bastone d’argento col simbolo araldico della città, in un secondo momento venne allocato in una cassetta lignea e dimenticato in uno sgabuzzino (dove oggi è l’attuale Sala Giunta); dopo alcuni lavori, fu malamente immagazzinato in un corridoio insieme ad altre cartacce, e durante successivi lavori messo a giacere dalla ditta, incustodito, durante gli interventi per il restauro dell’attuale Teatro Pirandello.

L’allora Direttore del Museo Civico, Settimio Biondi, recuperò dall’incuria il libro con la cassetta, insieme a un centinaio di registri di atti deliberativi, e li portò con sé al Museo. Di lì a poco istituì l’Archivio Storico Comunale – che insieme all’Archivio Storico Diocesano e all’Archivio del Capitolo della Cattedrale è il più prezioso giacimento di documenti della storia di Agrigento - di cui il libro costituì il bene più significativo.

Per proteggerlo e custodirlo, fece acquistare un’apposita cassaforte ignifuga dove ancora oggi è debitamente ben conservato, dentro la sua scatola lignea, con un valore pressoché inestimabile. I privilegi del Libro Verde sono stati studiati da La Mantia, dal Di Giovanni e dallo storico Picone, e negli anni ’80 l’Università di Catania studiò la raccolta e ne fece un’accurata riproduzione fotografica pagina per pagina.

Queste foto, stampate, sono state rilegate in sei volumi oggi consultabili, così ad evitare che l’originale – che è comunque visionabile su richiesta - si sciupi oltre le sue precarie condizioni.

Assai meno conosciuto di quel che dovrebbe, mai esposto in un’occasione pubblica che – alle necessarie condizioni di sicurezza e tutela – ne magnifichi la bellezza straordinaria delle singole pagine e il valore assoluto per la storia di Agrigento, il Libro Verde meriterebbe una trasposizione anastatica eseguita con il massimo riguardo e una serissima curatela scientifica, e a volere questa pubblicazione dovrebbe essere l’intera comunità agrigentina, proprio in occasione della ricorrenza dei 2600 anni dalla fondazione della Città, che potrebbe meglio interpretare la propria storia che è sempre luce di verità e vita della memoria.

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