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Dall'accoglienza allo psicologo gratis: tutti i servizi del centro diaconale "La Noce"

Oggi lì lavorano educatori, medici, fisioterapisti per i senza dimora, ai migranti, a chi esce dal carcere e a chi non può permettersi uno psicologo

Giulia Ortaggio
Studentessa di Scienze della Comunicazione
  • 12 maggio 2026

Centro diaconale La Noce

All'aeroporto di Fiumicino, quando il centro diaconale "La Noce" andò a prendere le prime famiglie siriane arrivate con i corridoi umanitari, Anna Maria Ponente ricorda una porta: «Fuori c'era tutta la vita che scorreva, tutti contenti che partivano in vacanza - racconta a Balarm -. Poi aprivi la porta e dentro c'erano queste persone venute dalla guerra con tutti questi bagagli, con quello che avevano lasciato, con l'incertezza del futuro. C'erano tanti bambini». È un'immagine che non l'ha lasciata. E in fondo è anche quello che fanno ogni giorno al centro: stare dalla parte giusta di quella porta.

Anna Ponente lavora al centro diaconale La Noce dal 1995. È arrivata da appena laureata in psicologia e faceva l'educatrice. Dal 2014 lo dirige. Il Centro è un'opera della chiesa valdese nel quartiere Noce, e viene da ancora più lontano, da un gruppo di volontari che faceva doposcuola nella chiesa di via dello Spezio, dietro al Teatro Politeama. Nella tradizione valdese accanto a ogni tempio c'era sempre una scuola. «Se sai leggere e scrivere puoi autodeterminarti», dice Ponente. Da lì si sono spostati alla Noce, un quartiere già allora difficile.

Oggi al centro lavorano 122 persone tra psicologi, educatori, medici, fisioterapisti e i servizi coprono fronti molto diversi: i senza dimora, i migranti, chi esce dal carcere, i ragazzi che mollano la scuola, chi non può permettersi uno psicologo. Quasi tutto in convenzione con l'ente pubblico, in rete con Caritas, Don Calabria, Croce Rossa.

«L'idea è di non volersi mai sostituire allo Stato - dice Ponente -. Co-progettare, collaborare, pensare insieme la città. Abbiamo capito che solo costruendo insieme dei percorsi si può portare avanti un lavoro serio, ma anche costruire una visione della città non frammentata, non sovrapposta, non conflittuale».

C’è qualcosa che tiene insieme tutti i servizi garantiti dal Centro, ed è l’obiettivo di dare alle persone la loro occasione. C'è "Casa Vale la Pena", dove cinque uomini segnalati dalla magistratura concludono la pena con un percorso di reinserimento. «È un'area su cui puntiamo tantissimo. Ridare un'occasione alle persone in termini di riparazione per ricostruire un legame con la società».

C'è l'housing sociale, aperto nel 2018 per chi perde il lavoro o si ritrova solo e a riguardo: «La storia che mi è rimasta più impressa - racconta la direttrice Anna Maria Ponente - è quella di Anan, una giovane donna accolta nella nostra struttura con problemi sanitari molto seri.

È stata parte attiva del percorso, ha superato la malattia, ha iniziato a prendere la licenza media e a fare dei lavori qui, prima che subentrasse un'altra grave malattia. In suo ricordo, abbiamo chiamato l'housing sociale “Casa Anan”».

Una storia che ha toccato profondamente la direttrice, confermando che prendersi cura di qualcuno non significa solo assicurarsi che abbia un tetto sopra la testa, ma significa anche aver cura della stessa salute mentale (che resta ad oggi ancora fuori portata per troppi), e al quale il centro risponde con un ambulatorio di psicoterapia con tariffe legate al reddito, e per chi non ce la fa è gratuito.

«Noi consentiamo alle persone di pagare in base alla disponibilità economica, e chi non ce la fa non paga». Sabato 9 maggio tutto questo diventa festa. La Festa delle Famiglie, quattordicesima edizione, è nata nel 2012 - «È la festa di tutte le famiglie», ci tiene a dire Ponente, e quest'anno il tema è stato la casa.

Il pranzo interculturale raccoglierà fondi per il Polo diurno e notturno "Martin Luther King", il servizio per i senza dimora. Non per i bisogni essenziali, quelli li copre già la convenzione col Comune ma per qualcosa in più, che quella convenzione non prevede.

Ma cosa manca a Palermo per essere una città più solidale? La direttrice ci pensa un attimo: «Ci sono percorsi di inclusione meravigliosi ma separati», risponde. Pensa alla dispersione scolastica, alla sofferenza psichica che comincia già alle scuole primarie, ai giovani.

«Se non costruiamo una visione complessiva partendo da questi dati rischiamo di procedere senza un vero cambiamento». Trent'anni in questo quartiere le hanno insegnato che fare le cose da soli non basta. Dobbiamo essere tutti insieme, pubblico, privato, cittadini, per contrastare la disuguaglianza sociale - conclude -. Se la mattina ti svegli, apri la finestra e vedi sempre la stessa condizione di vita, quello diventa quasi un determinismo da cui non puoi scappare. Solo così cambia qualcosa».
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