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Dalla granita alla Norma in 24 ore: un menu sporcaccione per siciliani depressi

I periodi in cui tutto sembra andare male capitano: durante questi momenti uno spiraglio di speranza e di distacco dalla vita è a mio avviso dedicarsi alla gastronomia

Dario La Mendola
Curatore e critico
  • 6 novembre 2018

La Cassata al forno

I periodi in cui tutto sembra andarci male capitano. In fondo, pare che il compito della vita sia proprio quello di testimoniare la sua cattiveria.

E provare a dimostrare il contrario, oltre che ridicolo, è impossibile (potrei fornire un elenco di prove incontrovertibili).

Durante questi periodi, che spesso si prolungano diventando l'unica parte consistente della nostra esistenza, uno spiraglio di speranza, e al contempo di distacco dalla vita, è a mio avviso dedicarsi alla gastronomia.

Perché la gastronomia, quella siciliana soprattutto, è una "terapia". Lo sosteneva Platone: se vuoi mangiar bene, il cuoco e i cibi devono essere siciliani.

Non c'è nulla di meglio che filosofare, e cioè amare il desiderio di sapere, assaporando le prelibatezze dell'isola.

Sicuramente d'accordo era Archestrato di Gela, il quale scrisse "Hēdypatheia", il poema del buongustaio. Ci sono rimasti pochi versi: quelli giusti per immaginare, insieme alle sue papille gustative, sapori antichi ormai scomparsi.

Un secolo dopo, Ladbaco, che lesse approfonditamente Archestrato, fondò un'accademia di cucina a Siracusa. L'accademia fu talmente frequentata che gli studenti pare provenissero da tutto il Mediterraneo.

Entusiasmato da queste prove, fornirei qui un menu sporcaccione per siciliani depressi, assicurandone l'efficacia, poiché accuratamente testato.

Tre precisazioni. La prima: il menù è adattato alla città di Catania, perché è lì che lo scrivente vive. La seconda: il menù è rivolto ai vegetariani (se sei carnivoro, sono problemi tuoi, ma non penso che disdegnerai).

Terzo: il menù non è approvato né dagli psicoterapeuti né dai nutrizionisti; anzi, il giorno successivo a questo viaggio gastronomico non soltanto ti sentirai ugualmente depresso, ma noterai alcuni chili aggrappati sul tuo corpo e parecchi scompensi, al punto da essere ancora più depresso di prima.

Tuttavia, almeno per un giorno, la tua immaginazione sarà inondata di profumi e di sapori. Ne vale la pena.

Ora, senza dirlo allo psicoterapeuta e al nutrizionista, comportati come se leggessi un programma da seguire. Questo.

Svegliati all'alba: da rincoglioniti, stranamente, le decisioni sono più incisive. Nascondi il telefono o gettalo nell'immondizia (nella sezione "indifferenziata"), perché non ti servirà a nulla.

Le uniche informazioni che apprenderai da questo strumento maligno, leggendo il giornale, le mail o aprendo i social, saranno inutili scassamenti di m*****a, inutili pubblicità, inutili donnine ignude.

Le uniche telefonate che riceverai, avverranno da parte di gente che ti chiederà dei soldi, ovvero altri scassamenti di m*****a.

E gli unici messaggi che ti invieranno, infine, saranno stupidi emoticon, meme privi di ironia o razzisti e testi così sgrammaticati da provocarti il vomito. In breve: scassamenti di m*****a.

E allora, getta il telefono ed esci. Se vivi vicino Catania, bene. Se non ci vivi, raggiungila. Poi rifugiati in un bar e per iniziare la giornata chiedi, anche se diluvia e viene giù il mondo, una granita «mandorla macchiata pistacchio», accompagnata da una dorata e fragrante brioscia cu tuppu.

Il tuppu sta alla granita come l'ossigeno sta all'uomo: se non c'è, tutto diventa difficile.

Assapora bene. Se non bastasse, chiedine un'altra, ripentendo in mente tua questo mantra: «...tanto è acqua, tanto è acqua, tanto è acqua».

Procedi finché non avrai ghiacciato l'intero esofago. Riposati e, per scaldarti, ti consiglio di ordinare un'iris: innocua e dolcissima "pallina" fritta, ripiena di crema o di ricotta zuccherata.

Dopo un buon caffè, fatti un giro. Ma siediti subito, affinché tu non perda il picco glicemico appena raggiunto.

Osserva la gente che si innervosisce per andare al lavoro. E prova tenerezza per loro. Sarai visitato da tanti pensieri. Uno su tutti: quanto sarebbe bello vivere se comprendessimo la fragilità della vita.

Giunto a metà mattina, urinata la granita e svuotato dall'iris, sarà il momento di recuperare le forze. Al panificio chiedi un paio di cipolline e un paio di cartocciate. Un paio di tutt'e due, non o l'una o l'altra, ché non ha senso.

La cipollina è un fagottino di pasta sfoglia, farcita con pomodoro, mozzarella, cipolle e prosciutto. Io preferisco la variante pulita, cioè priva di carne, che trovo dai miei amici panificatori segreti. Ma tu fai un po' come ti pare.

La cartocciata è invece un involtino di pasta morbida, molto, molto morbida, quasi vaporosa, che trovi diversificata in più versioni. Le preferite dal sottoscritto sono quelle con pomodoro e olive nere, o pomodoro e melanzane fritte. Nel dubbio, mangiale entrambe. Io faccio così.

Per completare, prendi un'arancino a tuo gusto (sì, arancino, con la "o". A Catania sono maschie), tanto vanno tutte bene e possiedono una personalità propria, anche se mi sento di consigliare quello al burro.

Un'avvertenza è doverosa: l'arancino, prima di essere mangiato, va contemplato un paio di secondi tra le mani, annusato con sentimento, carezzato con le labbra. Solo quando il tuo petto ribollirà, potrai liberamente azzannarlo.

Una volta terminato, passeggia per il barocco catanese. Non troppo però, altrimenti c'è il rischio che la fame passi e la noia ti assalga.

Il singolo tocco delle campane, e lo strusciamento dello stomaco su se stesso, ti comunicheranno che è giunto il momento di sederti a tavola. E questo farai.

Vai in trattoria: più la trattoria è vetusta, meglio mangerai. Diffida da quei posticini eleganti, minimali e somiglianti a sale operatorie, nei cui menù leggi pietanze fighette orientaleggianti e le cui sale sono piene di gente chic ben vestita, perché non puoi perdere tempo a sognare di strangolarli e incendiare tutto.

La trattoria deve essere un posto allegro, sporco, che puzza di frittura, frequentata da operai che si lamentano, parlano in siciliano, sputano e sfottono il loro padrone.

E deve esserci una cameriera di mezza età, grassoccia, che ride continuamente e racconta storielle sconce.

Appena seduto, la prima cosa da ordinare è del vino. Non ho detto una caraffa o una bottiglia. Ho detto del vino. E ciò significa che il bicchiere deve essere sempre pieno (i pessimisti, che sono gli esseri più intelligenti del genere umano e vedono il bicchiere mezzo vuoto, saranno privilegiati).

Il vino che accompagnerà le tue pietanze avrà il nome di Nerello Mascalese, a temperatura ambiente. Un rosso delicato e rozzo, fresco e con carattere, che ha tutto il profumo dell'Etna, la forza impetuosa del magma, con una gradazione onesta (solitamente dai 12 ai 15 gradi) e un rispetto assoluto per il tuo palato e il tuo cervello. Il Nerello, e te ne accorgerai, si beve come l'acqua sorgiva.

Per antipasto, ti consiglio di cominciare con qualcosa di leggero. Per esempio una caponata, un po' di sinapa (una brassicaceae spontanea dal gusto amarognolo) saltata in padella, alcune olive condite da accompagnare con il pane. L'importante è ricordarsi di bere.

Per primo, invece, chiedi la regina dei primi: la bellissima pasta alla norma (dico bellissima perché in Sicilia il cibo è bello, e non solo buono), con una montagna di ricotta salata grattata sopra.

Quanta ricotta? La ricotta salata dovrà emulare la vetta etnea innevata in inverno e, osservando il piatto dal livello del tavolo, la cuspide dovrà invece nascondere tutto quello che v'è dietro di essa. Trecento, trecentocinquanta grammi di cavatelli basteranno. E poi, fermati qui: non vorrai appesantirti.

Ingurgita l'ultimo bicchiere di vino e chiedi un cannolo, assicurandoti che sia riempito al momento; perché il cannolo non riempito davanti ai tuoi occhi non è degno di essere chiamato tale.

Termina il pranzo con un chilo, un chilo e mezzo di pistacchi raccolti ai piedi del vulcano, da sbucciare e masticare pensando a ciò che mangerai stasera.

Fuori dalla trattoria, giustamente, ti sentirai tuttu spacchiu e piriti. Per questo motivo ti consiglio di abbandonarti a una lunga passeggiata: dal Duomo ai Quattro Canti è sufficiente.

Raggiunto un chiosco, chiedi un «mandarino al limone» o del «seltz, sale e limone». Uno, due, tre, quattro. Finché non avrai sommosso tutto quanto e ti sentirai dissetato (piccola soddisfazione personale: il mio record è di cinque seltz).

Se nel primo pomeriggio avvertissi un po' di fame, riempi la malinconia dello stomaco con una scacciata: ti consiglio quella con broccoli, tuma, pepe nero e olive.

Poi, per rifarti la bocca, ci starebbe benissimo una fetta di cassata che non guasta mai. La fetta? Beh, con uno spessore di almeno tre dita in larghezza.

Trascinandoti fino al tramonto, osservando il mare greco e il sole che si perde dietro di te, se fossi carnivoro ti consiglierei di andare in via del Plebiscito per un panino con la polpetta di cavallo, o alla Pescheria per un piatto di masculini.

Per fortuna mia, e incomprensione dei mangiatori di animali, non lo sono.

Dunque, ritornato in trattoria, ti suggerisco di ordinare una cena non molto grassa: un piatto di triaca (fagioli piatti) al sugo di pomodoro, o bolliti e insaporiti da gocce di aceto, e una generosa fetta di ricotta al forno, impolverata da abbondante pepe nero. Per contorno vanno bene dei pomodori alla catanese, cipolla cruda, ricotta salata e tanto, tanto olio extravergine di oliva etneo, su cui inzupperai il pane.

Il vino, per la sera, meglio se un bianco fresco. E per dolce, un vassoio abbondante di paste alle mandorle: il loro profumo deve solleticare le tue narici nel momento in cui esse vengono poggiate sul tavolo; se ciò non accadesse, indica che sono secche e vecchie.

Passeggia per l'ultima volta tra le vie di Catania, con le luci della sera. Poi, raggiunto il letto, prima di addormentarti è bene che tu ingerisca un paio di bicchierini di Fuoco dell'Etna. Questo liquore, di appena 70 gradi, ti aiuterà a digerire, a rilassare i nervi e a liberare la mente, favorendo i bei sogni.

L'indomani ricorderai il giorno passato come un giorno mai vissuto. E la vita non mancherà di testimoniarti la sua cattiveria.

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