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Decideva il capotavola, si beveva "lu litru": quando in Sicilia si faceva pace in taverna

Gli avventori di queste antiche botteghe spesso si riunivano in piazza per poi recarsi nelle "putie" e avevano un "codice d'onore" per risolvere le controversie

Erika Diliberto
Giornalista
  • 30 marzo 2024

Ciccio Ingrassia nel film "Kaos"

Oggi come ieri, il fine settimana e non solo, i giovani e meno giovani sono soliti frequentare e ritrovarsi, durante il loro tempo libero, in locali a tema che offrono al consumatore una vasta gamma di bevande alcoliche e analcoliche, spesso e volentieri accompagnate da spuntini e piatti leggeri.

I pub, associati a quella che è la cultura britannica e irlandese vanno per la maggiore e anche in Sicilia come del resto in tante altre parti del mondo questi locali a stampo prettamente informale, sono diventati l’eccellenza quando ci si vuol divertire un po’ e trascorrere qualche ora in buona compagnia.

Ma non sempre è stato così. C’era un tempo in cui tutto era diverso e forse anche le persone erano diverse da quelle di oggi. Gli anni si susseguono uno dopo l’altro e nel loro avvicendarsi mutano le società, la cultura e le tradizioni di un tempo. A volte i cambiamenti possono essere graduali, altre volte repentini e hanno un impatto “violento” su come viviamo e interagiamo con gli altri.
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I più giovani, identificati nella cosiddetta “generazione Z” non possono ricordare ma chi tra i capelli ne possiede qualcuno colore argento non può non rammentare che un tempo, non troppo lontano, esistevano le putie di vinu.

La “putia di vinu”, in tanti angoli della Sicilia, era un luogo magico, un piccolo locale informale, povero nei suoi arredi, dove per qualche ora era possibile dimenticare la stanchezza e le sofferenze del quotidiano vivere, davanti ad un buon bicchiere di vino.

Gli avventori di queste antiche botteghe, operai ma anche semplici contadini, spesso, erano soliti riunirsi in piazza per poi recarsi nelle “putie” dove bere e talvolta anche per consumare un pasto informale.

A volte, ma non per consuetudine, a frequentare questi piccoli esercizi commerciali erano anche uomini appartenenti al ceto medio o borghese, magari per discutere di un qualche affare in corso. La bottega che poteva essere un garage o una sorta di magazzino, era organizzata in modo molto spartano e al suo interno vi erano dei piccoli tavoli in legno dove era possibile desinare comodamente seduti su sedie impagliate.

Nel locale non c’erano abbellimenti di alcun tipo ma erano presenti delle grandi botti che al loro interno custodivano il prezioso nettare, pronto per essere venduto. Il vino veniva smerciato sfuso e servito, non in bottiglia, ma in un recipiente di vetro chiamato lu litru. Questo era una sorta di rustico calice da osteria, che veniva portato sulla mensa insieme a comuni bicchieri da tavola.

Le “putie di vinu” erano di due tipi nella maggior parte dei casi. C’erano quelle cosiddette stagionali o provvisorie che duravano fino all'esaurimento della bevanda, da una settimana a un mese, non più a lungo, e poi esistevano le putie aperte tutto l’anno.

A Canicattì, queste ultime erano gestite da agiati proprietari terrieri, detti “burgisi”, che trasformavano i loro magazzini in provvisori punti di ristoro, e che fino ad un ventennio fa sostituivano circoli e televisione. Queste piccole botteghe non avevano un'insegna luminosa e per attrarre l’attenzione dei consumatori, i gestori erano soliti porre al di fuori del locale, magari appeso sulle mura all’esterno, un fascio di rami di carrubo.

Sempre a Canicattì questi stessi rami di carrubo venivano posizionati in diversi punti lungo la strada che ospitava la “putia di vinu” così da attrarre il maggior numero di clientela. Paese che vai, usanza che trovi…

A San Cataldo, nel territorio nisseno, i rami erano di alloro e stavano ad indicare l’apertura di una bottega stagionale.

Secondo quanto riportato dal canicattinese Alfonso Messina, responsabile del sito web "Canicattì", un'altra prerogativa assai curiosa relativa alla putia di vinu era l’esistenza niente poco di meno che di un vero e proprio codice d’onore quasi militaresco.

«Innanzitutto la persona più autorevole per età, prestigio sociale o altro sedeva a capotavola – spiega Messina -. E se c’era una lite o una discussione particolarmente accesa gli veniva riconosciuto il ruolo di moderatore (o di “paciere”, come si diceva allora). Poi chi alzava il gomito era volutamente escluso dal gruppo».

Ad accompagnare il buon bicchiere di vino poi, immancabile, era un succulento piatto fumante di ceci caldi o fave, delle uova sode, dei carciofini sbollentati o sarde quando presenti. Il tutto sapientemente messo a tavola al fine di metter letteralmente sete al cliente ed invogliare quest’ultimo a consumare sempre più vino.

Tra un sorso di buon vino, uno scambio di opinioni ed una giocata a carte, gli uomini d’un tempo erano soliti così, trascorrere qualche ora del loro agognato tempo libero.

La “putia di vinu” era quel luogo dove trovarsi e ritrovarsi, dove raccontare e raccontarsi i problemi ma anche le gioie della vita, dove si discuteva di atti di compravendita, assunzioni e compromessi o semplicemente dove era possibile ridere e sorridere della vita.

Oggi questi suggestivi luoghi di aggregazione sociale al maschile sono quasi scomparsi del tutto e al loro posto ne sono nati di diversi con altri scopi e con diversi approcci alla clientela di entrambe i sessi. In ogni caso e in quello specifico legato al destino delle antiche “putie di vinu” il tempo è intrinsecamente legato ai cambiamenti e rappresenta una costante nella nostra esperienza umana in continua evoluzione.
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