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È esistito eppure è quasi una leggenda: la misteriosa scomparsa del lago di Nicito di Catania

La ricostruzione storica dell’antico bacino lacustre è avvolta, già da lungo tempo, da un alone di mistero che fino ad oggi pervade il territorio del capoluogo etneo

Livio Grasso
Archeologo
  • 21 settembre 2021

Disegno di quello che fu il lago di Nicito di Catania

Secoli addietro, secondo le fonti storiche, la città di Catania sorgeva intorno ad una pozza d’acqua dolce che anticamente veniva soprannominata lago di Nicito. L’origine del termine deriverebbe dal grecismo “aniketos”, che assume il significato di
invincibile o “invitto”. Un’altra ipotesi, invece, sostiene che l’appellativo alluda a papa Aniceto, salito al soglio pontificio intorno al 155 d.C.

Ad ogni modo la ricostruzione storica dell’antico bacino lacustre è avvolta, già da lungo tempo, da un alone di mistero che fino ad oggi pervade il territorio del capoluogo etneo. Alcune testimonianze risalenti al XVII secolo riportano che divenne una vera e propria fonte di vita, propiziando la nascita di molteplici insediamenti abitativi; essendo un luogo ameno e florido, infatti, ben presto favorì una grande espansione urbanistica indirezione nord-ovest della zona territoriale.

Sappiamo, inoltre, che a ridosso di quest’area il viceré Juan de Vega pianificò la costruzione del cosiddetto “Bastione degli Infetti”. Gli storici ascrivono la progettazione del piano edilizio al 1556 e, affidandoci alla documentazione pervenuta, l’opera di fortificazione rientrava negli undici fortilizi che erano stati costruiti sotto la reggenza di Carlo V di Spagna per potenziare i confini del perimetro urbano circostante. Malgrado le innumerevoli notizie tramandate, ad oggi non è rimasta alcuna traccia evidente del lago.



Nel diciassettesimo secolo era opinione comune credere che la pozza si fosse originata in seguito ad una funesta eruzione dell’Etna che, nel 406 a.C., avrebbe imperversato lungo le vie urbane di Catania e modificato il corso del fiume Amenano. A giudizio di molti studiosi, dunque, questo fenomeno innescò un processo chimico che progressivamente determinò la formazione di una grande massa d’acqua a partire dalla quale si dipartivano diversi rami del fiume.

Il lago, inoltre, è ampiamente attestato anche in epoca romana; non a caso da Strabone, geografo greco, ricaviamo delle informazioni abbastanza dettagliate.

Nella sua opera, la Geographia, si parla di questo “locus amoenus” come fosse una preziosa risorsa idrica dell’abitato. Oltre a ciò lo storico riferisce che, nonostante il graduale ritiro delle acque, i terreni conservarono un grado di fertilità eccezionale permettendo uno sviluppo agricolo di ampia portata.

A tessere le lodi della “dolce pozza” fu anche Francesco Ferrara, scienziato italiano di origini catanesi, che ne decantava la bellezza descrivendo alberi maestosi, piante rigogliose e incantevoli campagne. Nel suo testo leggiamo che «In faccia eravi il Lago di Nicito formato dalle acque che vi si radunavano dalle vicine correnti; era circondato di alberi e di folte campagne sparse di vari casini dei catanesi che rendevano quella valle allegra e molto amena».

Il medesimo scrittore, nella “Storia generale dell’ Etna”, illustra pure le possibili cause della sua scomparsa raccontando che “Il torrente infuocato scorrea intanto, esso coprì il lago di Anicito, e superate le mura di Catania dopo la rovina di molti edifici andò a gettarsi nel mare entrandovi per più di un miglio”.

Era il 15 Aprile 1669 quando, dopo aver raso al suolo una miriade di centri pedemontani, la lava raggiunse la campagna a nord-est dalla città di Catania e, in breve tempo, anche la valle di Anicito. Del tutto implacabile il flusso lavico fece breccia persino nel lago di Nicito, ricoprendolo interamente in appena sei ore. Diversi documenti storico-topografici, inoltre, ne
illustrano il profilo geomorfologico prima dell’improvvisa sparizione.

I dati rilevano una profondità che si aggirava intorno ai quindici metri e, al contempo, un perimetro dall’estensione di circa sei chilometri. Queste caratteristiche lo rendevano perfettamente adatto ad ospitare regate navali; difatti, ne furono disputate in gran numero.

Memorabile, a tal proposito, fu la gara navale organizzata in occasione dei festeggiamenti della nascita della Madonna, che si svolse l’8 settembre 1654. Dopo il prosciugamento del tratto lacustre, però, si aprì una querelle sulla possibile localizzazione del medesimo chiamando in causa il parere di vari ricercatori senza, tuttavia, giungere ad una verità scientifica.

Dunque, ad oggi, la memoria del tanto rinomato specchio d’acqua è solamente custodita dall’omonima via cittadina che mette in collegamento l’odierna piazza Santa Maria di Gesù con la via Plebiscito alta, conosciuta anche come “Antico Corso”.
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