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È il maestro della carta di Palermo: come nascono gli "abiti-scultura" di Salvatore Cusimano

I suoi abiti, realizzati in carta, possono essere indossati solamente dai protagonisti delle storie che scrive. La magia della creatività nelle sapienti mani dell’artista palermitano

  • 24 marzo 2021

Salvatore Cusimano e "La strega delle rose". Photo Editing di Virginia Teresi

«I ricordi li indosso come abiti: sono io che mi sono sempre costruito i ricordi, perché quelli che ho vissuto non sono stati sempre belli, a colori». Gli abiti di carta di Salvatore Cusimano – potete accedere alla sua pagina Facebook per vederli – scivolano tra la scultura e la moda, la letteratura e le tradizioni, il teatro e la memoria.

Un'infanzia alle spalle, nel centro storico di Palermo, non sempre facile e che la sua indole ostinata e combattiva ha nobilitato in arte: «sono sempre stato così, non mi abbatto facilmente. Da bambino trasformavo una cosa brutta in un’altra bella. Quando vedevo mia madre triste mi divertivo a travestirmi da clown e la facevo ridere».

Sono i ricordi a confluire nelle sue creazioni, nei suoi fiabeschi ed eleganti abiti di carta, intrecciandosi alle vicende della vita e all’invenzione letteraria che ispirano. Il nonno Vincenzo aveva un’edicola in via Cavour dove spesso andava a giocare, collezionando album di figurine e divertendosi con la cuginetta Sabrina.



Fu proprio quando la cugina si disperò di non aver più vestitini nuovi per la sua Barbie che nacque la sua passione. Portò a casa quella bambola e le confezionò con la carta di giornali raccolta dal nonno tanti abitini e accessori nuovi, giacche, gonne, colletti e borsette.

La piccola Sabrina, oggi pittrice laureata in Moda, ne fu felice ed egli da allora non ha più smesso di creare abiti.

Giovanissimo si è trasferito ospite in casa di una zia a Roma, lavorando anche in un bar della Stazione Termini. Durante un esclusivo gala di moda ha avuto modo di conoscere lo stilista Roberto Prestipino, che lo ha riportato in Sicilia, a Taormina, dove tuttora vive e lavora.

Salvatore ha esposto un po’ ovunque, dal Castello di Donnafugata di Ragusa alle Ciminiere di Catania.

Per Taomoda Week 2019, svolto al Teatro greco di Taormina, ha realizzato abiti, questa volta indossabili, con plastica recuperata nelle nostre spiagge, per denunciare il catastrofico inquinamento del mare: qui è stato anche apprezzato da noti personaggi del mondo della moda come Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia.

Tanti i premi ricevuti, come il calabrese Elmo 2017, e tante le proposte che arrivano ancora oggi dal resto d’Italia e dall’estero, momentaneamente sospese per l’emergenza pandemica. È in programma la pubblicazione di un catalogo delle sue opere, per le Edizioni Ex Libris, con la presentazione di Giuseppe Nuccio Iacono, direttore del Museo del Costume di Ragusa.

Quando Salvatore crea le sue sculture sa bene che deve essere anzitutto di buon umore, sereno. Il suo rituale prevede un po’ di buona musica, specialmente lirica, il vasetto di terracotta dove bruciare incenso, palosanto, salvia bianca o petali di fiori essiccati e il gioco è fatto: tutto diventa nebbioso, fumoso, mistico e, senza alcun bozzetto preparatorio, «vedo solo le mie mani che creano. Mi fermo ogni tanto a scrivere una storia, un racconto evocato da ciò che sto facendo.

Sarà quel protagonista letterario a indossare idealmente il mio abito».

Carta colorata, velina o da imballaggio, giornali, cartone, alluminio da cucina, spilli da sartoria, cellophane, plastica, perline e collane riciclate costituiscono la base su cui vengono modellati gli abiti-scultura, «opere non indossabili che narrano scenicamente le storie che si portano dietro».

Ogni componente dell’abito non è mai casuale: «nel cuore, nel torace, nel seno si annida il senso della nostra vita che è anche fertilità, abbondanza. Ecco allora il corpetto. Tutti i miei corpetti sono torri merlate, perché ognuno di noi, nella propria vita, è una torre da scalare, mi diceva qualcuno quando ero piccolo. Dobbiamo “scalarci” per arrivare alla nostra vetta».

Del 2013 è il meraviglioso abito rosso “La strega delle rose”, ispirandosi al quale Salvatore ha scritto le terribili vicende di Rosa, maga di Imera che si fa testimone di ogni violenza perpetrata nei confronti della donna, un tema a lui particolarmente caro.

Dal volto trafitto da una corona di spine (copricapo) scivolano sul corpo rivoli di sangue (corpetto) che si trasformano in petali di rosa (gonna): «è il sangue di Cristo che entra nelle nostre vene, il sangue di tutte le donne e le bambine offese e uccise». La storia di Rosa subisce anche il fascino di Santa Teresa di Lisieux, per la quale, in Salento, ogni terza domenica di maggio, si celebra una festa in cui vengono lasciati cadere dall’alto migliaia di petali di rosa.

La piccola Rosa, appena nata, venne abbandonata in un roseto e cresciuta dalla vecchia e saggia magara Filomena, «che curava con i petali di rosa e il sangue delle spine le anime ferite delle donne maltrattate». Filomena le insegnò tutte le pozioni e i rimedi e, prima di morire, le cinse il capo con una corona di spine in segno di protezione.

Un giorno Rosa si trovò dinanzi a una giovane prostituta ignobilmente violata da una guardia del Re. Decise allora di andare al castello a denunciare quell’uomo ma, accolta dalla Regina che comprese subito essere stato il Re in persona e non la guardia a compiere il misfatto, venne subito allontanata.

Il Re, infastidito da quella visita inaudita, la accusò di stregoneria alla Santa Inquisizione e la fece condannare al rogo, incoronandola beffardamente con una ghirlanda di spine. Rosa alzò lo sguardo al cielo e pregò, finché, sotto gli occhi sbigottiti della folla, apparve dall’alto una luminosa freccia dorata che centrò il suo cuore, tramutandola in una pioggia di leggeri petali di rosa e «liberando il mondo dal peso dell’ignoranza».

“Balarm” è il titolo di un altro splendido abito tendente al verde e realizzato nel 2016: «è la natura che mi ha ispirato, la mia città, Palermo, “Balarm” per gli antichi arabi, un tempo avvolta da una Conca d’oro lussureggiante, ricca di agrumeti e che ho rievocato nell’oro del corpetto. Il ritorno alla natura, alle origini, alla prosperità della terra, ma anche la drammatizzazione teatrale della mia infanzia.

Quando ho scolpito “Balarm” mi sono lasciato sedurre da un episodio vissuto nella mia infanzia. Abitavo all’epoca in via bara all’Olivella, vicino Palazzo Branciforte, c’eravamo ben vestiti per andare alla Festa dell’Immacolata a Piazza San Domenico, ma io ho preferito separarmi da mia madre e prendere la bicicletta. Mi sono intrufolato all’interno di Palazzo Pantelleria, alle spalle della basilica, dove ci sono i maestri argentieri e un grande cortile.

Qui un albero gigantesco ha catturato la mia attenzione e mentre lo guardavo assorto hanno iniziato a sparare i fuochi d’artificio. Mi sono allora spaventato e, arretrando, sono finito tra le piante grasse pungendomi».

Alle foglie della gonna e del suo strascico verdeggiante esplode in pendant, oltre il corpetto, un fascio di spine che sono anche le scie lasciate in cielo dai giochi pirotecnici: «sono la natura delle cose e dei ricordi, sono spine a artificio, dolore e gioco.

Non dobbiamo mai dimenticarci di noi stessi, di ciò che abbiamo vissuto e di ciò che possiamo ancora vivere. Equivarrebbe a morire. Credo nel potere salvifico dell’arte, nel potere della bellezza.

È l’arte che nobilita, sublima ogni accadimento della vita, anche il più funesto».
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