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È l'unica città in Europa che ha ancora tracce dei bombardamenti: Palermo e le sue macerie

Con Domenico Michelon, ingegnere appassionato di storia, individuiamo alcuni punti chiave per comprendere meglio il periodo più duro per Palermo e l'Italia intera

Balarm
La redazione
  • 10 novembre 2021

Tra i momenti storici che più hanno segnato il volto della città di Palermo di sicuro c’è quello relativo alla Seconda Guerra mondiale.

Tante sono le notizie, le testimonianze, umane e letterarie, che sono giunte fino a noi che in qualche modo restituiscono un’atmosfera difficile da dimenticare.

E tante, tutt’oggi, sono le tracce che permangono in città, sotto i nostri occhi.

Facciamo un passo indietro, e con l’aiuto di Domenico Michelon, ingegnere nato a Palermo e appassionato di storia e autore del libro "Palermo al tempo dei bombardamenti” (Flaccovio Editore), individuiamo alcuni punti chiave per comprendere meglio il periodo forse più duro che abbia mai coinvolto Palermo e l’Italia tutta.

«Le notizie sui bombardamenti - ci ha detto - sono alla portata di tutti, io in questa pubblicazione ho messo sostanzialmente in ordine cronologico gli accadimenti, attingendo informazioni anche dalle altre pubblicazioni esistenti che hanno approfondito la cronologia o altri aspetti».



Nella memoria di tutti, anche di coloro che non hanno vissuto quel periodo, una data rimane impressa: il 9 maggio 1943.

Quel giorno, tanti erano già stati i bombardamenti registrati, il Regime Fascista aveva previsto la consegna di un riconoscimento alla città definita "mutilata", con una cerimonia pubblica organizzata a piazza Bologni.

Gli americani sostanzialmente ci bombardavano, decisero di scatenare l’inferno su Palermo, preannunciandolo su Radio Londra.

In tarda mattinata una formazione di caccia bimotori bombarda l'aeroporto di Boccadifalco, da lì a poco giungono le Fortezze volanti sulla città, ovvero veicoli enormi lunghi 23 metri con 32 metri di apertura alare: ne volarono su Palermo contemporaneamente 220, provenienti dall’Algeria, scortate da più di 100 caccia pesanti.

Quel giorno, con un solo attacco aereo, si registrò il 17% dei danni totali riportati in tre anni di bombardamento, con l’uccisione di 373 persone; in tre anni, invece, furono 69 gli attacchi aerei.

«A fronte della distruzione provocata i morti furono relativamente pochi ma solamente perché il fenomeno dello sfollamento era già prassi consolidata, mentre fino al 1941, anno in cui fummo dotati di un radar, gli attacchi aerei avvenivano senza alcun preavviso».

Forse non tutti sanno che ancora oggi la città di Palermo è l’unica città in Europa che ha tracce fisiche non valorizzate dei bombardamenti, con segni in molti edifici storici, oltre alla presenza di città di circa 11 ettari circa di macerie dislocate in diversi punti.

«Nel periodo del Sacco di Palermo queste macerie vennero usate come “scusa” per costruire lontano dal centro storico ma alla fine rimasero dove ancora oggi si possono vedere.

Inoltre qualcuno ricorderà che all’epoca si diceva che "i carrettieri costruirono la città" nel senso che coloro che assunsero il compito di trasferire, con i carretti appunto, le macerie avevano il diritto di appropriarsi di tutto quello che trovavano.

Si può avere una misura dei patrimoni trovati se si immaginano le chiese e i palazzi nobiliari sventrati».

La città di Palermo, ovviamente, non fu la sola ad essere bombardata, per quanto forse ha subito i maggiori danni al patrimonio artistico. Rimane l’immagine, ad esempio, della ferita a Palazzo Lanza Tomasi con la vista della libreria del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa rimasta illesa.

«Rintracciando queste notizie - ha concluso Michelon - potrà incuriosire sapere, ad esempio, che i periodi dei bombardamenti possono essere distinti in due momenti.

Quelli ad opera degli inglesi, dal ’40 al ’42, che bombardavo di notte prediligendo gli obiettivi militari, soprattutto introno al porto, e quelli degli americani, gli “alleati” appunto, che colpivano di giorno non distinguendo tra edifici militari o civili e con accorgimenti molto cruenti come ad esempio le “bombe incatenate”».
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