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Era il giorno dei "munacheddi": così da un equivoco nacque questo simpatico cunto

Nella tradizione siciliana ci sono opere della tradizione orale di ogni genere, alcune, come questa, traggono ispirazione da equivoci reali tutti da ridere

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 2 maggio 2020

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Il dipinto di Francesco Lojacono "Il carretto siciliano"

La comicità basata sull'equivoco ha radici antichissime. Nei teatri greci e latini la commedia degli equivoci era un classico che riscuoteva sempre un gran successo. E questa formula collaudata si è protratta fino ai nostri giorni, con rappresentazioni e testi in cui lo scambio di termini e di persone provoca sempre molta ilarità.

Anche nella nostra tradizione non mancano storielle che, presentando l'aspetto principale del malinteso, risultano parecchio divertenti. Sto per narrarvi un cuntu (racconto) che risale ai tempi in cui i frati percorrevano strade e villaggi per chiedere l'elemosina, altrimenti detta "questua". Si trattava di monaci semplici e poveri, in dialetto siciliano identificati come "munacheddi".

In quei tempi andati non esistevano neanche i mezzi tecnologici destinati al riscaldamento degli ambienti e pertanto ci si avvaleva solitamente di bracieri, camini e stufe a legna. Invece, per riscaldare i letti, si usavano dei piccoli scaldini da introdurre fra le lenzuola prima di coricarsi. Guarda caso anch'essi denominati "munacheddi".



E su questo equivoco, ecco la narrazione della storiella. Tanti anni fa un fraticello questuante, a causa dello scoppio di un violento temporale, si ritrovò costretto a dover chiedere ospitalità per la notte bussando ad un ricco palazzo. I nobili proprietari, come allora era consuetudine, lo accolsero subito, dimenticando però di assegnargli una stanza ben precisa in cui trascorrere la nottata.

Prontissimi a dimostrargli il loro senso di accoglienza, lo furono altrettanto scordandosi immediatamente dopo della sua presenza. Ma, con la tipica autorità che li contraddistingueva, cominciarono ad impartire alla loro servetta piuttosto ingenua le istruzioni per la notte: - Pigghia u munacheddu e mettilu 'ntò lettu ru marchisi! (Prendi il monachello ed mettilo nel letto del marchese).

L'equivoco era quindi in agguato e la povera ragazza, che era chiù gnuranti ra calia (ossia che aveva il cervello più duro dei ceci) invitò il fraticello a coricarsi nel letto del marchese, anziché provvedere ad introdurvi lo scaldino. Dopo un pò alla ragazza fu ordinato di prendere il monachello e portarlo nel letto della marchesa. E lei, obbedientissima, andò a svegliare il fraticello, che aveva appena preso sonno, e gli diede la nuova destinazione.

Poi toccò al letto del marchesino, della marchesina e via dicendo...Povero fraticello! Ci ficiru girari tutti i lietti! (trascorse la notte cambiando ogni momento il letto). E tutte le volte, manco a farlo apposta, non appena riusciva ad addormentarsi. Finché finalmente i nobili proprietari non si ricordarono di una stanza adatta per lui. Ma frattanto era già mattina e, dopo quella terribile nottata, ebbero pure il barbaro coraggio di chiedergli se avesse riposato bene!

Fatto sta che, anche se i suoi confratelli non ne conobbero mai la ragione, nei suoi percorsi futuri il fraticello eliminò la tappa presso quel palazzo! Gli prendeva il freddo al solo pensiero, povero monachello!
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