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Era un paradiso in terra: l’Hortus Catholicus di Misilmeri, il sogno (infranto) di un Principe

Era un'opera di così rilevante valenza estetica ma soprattutto paesaggistica da essere considerato un vero e proprio unicum nel panorama culturale e scientifico della Sicilia di fine ‘700

Marco Giammona
Docente, ricercatore e saggista
  • 11 giugno 2022

Hortus Catholicus di Misilmeri

Nati parallelamente alla nascita delle scienze sperimentali durante il Rinascimento, gli Orti Botanici sono stati presenti in tutte le civiltà antiche, occidentali e orientali, al fine di coltivare e collezionare piante officinali destinate alla produzione di rimedi farmacologici e medicamenti, acquisendo nel corso dei secoli funzioni diverse, dalla didattica alla ricerca scientifica, fino alla conservazione di specie vegetali in via di estinzione. Nonostante siano orti a scopo didattico, essi vengono disegnati secondo i nuovi canoni estetici dei giardini, suddivisi in forme geometriche a loro volta ripartiti ulteriormente sino a creare uno spazio unico per ogni tipo di pianta.

Il primo orto botanico con queste funzioni è quello di Pisa, nato nel 1543, al quale seguono nell’anno successivo quelli di Padova, Firenze e Messina. Gli Orti Botanici forniranno il modello per i giardini ornamentali dei signori nel ‘500 e nel ‘600 in tutta Europa.

Pensare che anche Giuseppe Del Bosco, Principe di Cattolica, affacciandosi dalla finestra del Castello di Misilmeri che sovrasta l'abitato e che a aprendosi allo sguardo della ridente e lussureggiante natura sottostante della valle dell’Eleuterio, abbia ideato con gusto del suo tempo, un orto botanico che fosse quasi un eden dello spirito, un luogo incantato e magnifico, diventa un ipotesi naturale.
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La voglia di accrescere il suo lustro e potere e la sensibilità culturale che aveva verso la botanica, portarono il Principe alla ricerca continua di magnificenza e all'attenzione verso scelte artistiche che incontrassero il gusto dell'ltalia del tempo. Spinto da una naturale predisposizione al bello si lanciò nella realizzazione di un'opera di così rilevante valenza estetica ma soprattutto paesaggistica da essere considerato un vero e proprio unicum nel panorama culturale e scientifico della Sicilia di fine ‘700.

Avvalendosi dei consigli dei più illustri studiosi in materia, quali Pietro Citraro e Francesco Scaglione, il Principe, nel 1692 affida al frate Francesco Cupani, da molti considerato come uno dei più illustri botanici siciliani, la realizzazione di un orto botanico all’interno del proprio Feudo di Misilmeri, più precisamente nell’area del “giardino grande”. Già balzato alla cronaca nel XV secolo, questo giardino, ricco di piante e arbusti , veniva alimentato dalle abbondanti acque, provenienti dalla vicina sorgente che sgorga al centro della piazza del paese.

La predisposizione naturale del luogo consentì al Cupani di impiantarvi l’orto, che trovava la sua importanza per la varietà e la rarità del materiale vegetale proveniente non solo dalla Sicilia ma anche dal resto dell’Europa, arricchito sia da piante indigene, raccolte nei diversi orti presenti nell’Isola o da lui stesso scoperte negli accurati viaggi in giro per la Sicilia, sia da piante esotiche. L’orto botanico di Misilmeri, fu denominato dallo stesso Cupani “Hortus Catholicus” in onore del suo mecenate Giuseppe del Bosco, Principe di Cattolica. Con lo stesso appellativo il frate volle intitolare il suo libro, tra le opere scientifiche più interessanti pubblicate nella Sicilia nel XVII sec.

Il Cupani descrive ed elenca in ordine alfabetico tutte le piante coltivate in quell’orto botanico, sia piante esotiche che specie spontanee della flora siciliana, fornendo di ciascuna le qualità terapeutiche e pratiche. L’opera è completata da due supplementi, il primo pubblicato insieme alla prima edizione napoletana nel 1696 e il secondo stampato a Palermo l’anno successivo. Grazie a questo lavoro Francesco Cupani verrà conosciuto da quasi tutti gli studiosi del settore più noti d’Italia e d’Europa.

All’interno all’orto, era presente anche un’area dedicata ad uno zoo, dove gli animali venivano tenuti in gabbie o in serraglio, ben nutriti e facilmente ammirabili dalla popolazione. Gli animali presenti nel giardino zoologico provenivano dalla Turchia e dalle coste nordafricane, i più erano doni che nell’amicizia reciproca il Bay di Tunisi o il Sultano di Costantinopoli inviavano al Duca di Misilmeri. Tra gli esemplari più affascinanti è da annoverare la cosiddetta “Leonessa di Misilmeri” che, da quello che si apprende dalle fonti storiche fu portata agli onori della cronaca per essere stata la protagonista dei giochi circensi in occasione delle feste tenutesi il 6 Luglio 1738 a Palermo, in onore delle nozze tra il Re di Napoli e di Sicilia Carlo III di Borbone e la Regina Maria Amalia, in quella che ora è conosciuta come Villa Bonanno. Tra gli animali custodite nello zoo misilmerese si annoverano il leone, il leopardo, la gazzella, il cavallo arabo, l’aquila reale, il lupo, l’orso bruno e un allevamento di cani da caccia unico nel suo genere.

I fasti e gli splendori dell’orto seguirono inevitabilmente le altalenanti vicende sociali ma soprattutto economiche degli eredi degli ultimi Principi di Cattolica, che nell’arco di un secolo, riuscirono a dilapidare nella loro permanenza presso la Corte di Napoli l’interno patrimonio familiare. La loro vita dispendiosa e galante, fu non solo la causa principale nel 1786 del fallimento di una delle più ricche e potenti nobili famiglie palermitane, ma anche la fine e la rovina dell’orto botanico stesso.

Allontanatosi anche l’ultimo capo-giardiniere, Giovanni Lattini, perché mal remunerato, le piante dell’orto persero progressivamente la loro assistenza giornaliera. A partire dal 1789, con il benestare di Don Emanuele Bonanno, circa duemila piante tra le più belle e rare, furano prelevate e trapiantate nel nascente orto botanico di Palermo. Inoltre vennero trasferite anche due vasche di marmo e dei sedili in pietra d’aspra, ancora ad oggi visibili, oltre a erborai ed altro materiale.

Nulla purtroppo si seppe più dei 612 vasi collocati sopra le mura di cinta e delle bellissime statue in marmo di carrara che adornavano l’orto di Misilmeri. Sempre più a corto di denaro, i Bonanno cominciarono a svendere tutti i Feudi, le Baronie ed i Principati rimasti a privati cittadini misilmeresi, incluse le terre del “Giardino Grande”, dove dagli inizi Novecento si iniziò un intensa e massiccia urbanizzazione edilizia, cancellando per sempre la storia e la memoria dell’orto botanico misilmerese, simbolo di bellezza e patrimonio naturale nazionale. Fino agli anni sessanta, era ancora possibile intravedere l’ultima area verde del “Giardino Grande” con annessa la casa di Padre Cupani.

Ad oggi l’unico ricordo dei gloriosi fasti dell’orto botanico di Misilmeri che servì d’incentivo all’istituzione di quello di Palermo e diede occasione a Padre Cupani di fare i suoi studi di botanica, è ricordato in una lapide commemorativa posta il 30 Agosto 1896, nel luogo dove un tempo un magnifico sogno divenne realtà.
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