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Era una zona desertica in Sicilia, oggi è un bosco: si ammira da un (magico) belvedere

Dimenticare le fatiche quotidiane e immergersi in un luogo lontano dal caos è una delle prerogative del parco, rigoglioso anche grazie alla presenza della ghiandaia

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 20 novembre 2022

Il Parco di Trinità-Marcita

Nei dintorni di Castelvetrano e precisamente a circa tre kilometri dal centro storico, è possibile raggiungere il parco Trinità-Marcita e la diga Delia. Ricade nell’ex feudo Delia ed è esteso per 45 ettari. Rispetto a molti boschi dispersivi, il suddetto è composto da alcuni tracciati che permettono una visuale completa e una facilità di accesso all’interno di questo piccolo ma intenso polmone verde.

Dimenticare le fatiche quotidiane e immergersi nella profonda solitudine lontana dal caos è una delle prerogative di questo parco. Non esiste una categoria ben precisa che popola il luogo. Dalle famiglie che decidono di trascorrere una giornata in mezzo alla natura, fino a coloro che vivono intensamente lo sport e si dilettano nell’attività fisica all’interno dei sentieri.

Anche gli appassionati di trekking possono vivere il contatto diretto con l’ambiente e spingersi nei meandri inesplorati. Il luogo è fornito dei servizi igienici e di un comodo barbecue per chi, vuole vivere una giornata diversa dalla monotonia. Un contorno contraddistinto da un percorso circolare di 2,2 km attraversa l’intera area e regala scorci interessanti.
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Una passeggiata conduce fino al Belvedere. Da lassù (punto più alto della zona) si apre uno scenario invidiabile e unico. Il panorama è contraddistinto da un’ampia visuale. Nelle giornate di massimo splendore spunta la cima di monte Erice. Volgendo lo sguardo da sinistra verso destra è possibile osservare le cittadine di Salemi, Santa Ninfa e Partanna.

I monti di Gibellina e Montagna Grande fanno da contorno a un paesaggio collinare (zona Montagna) e raggiungono altezze interessanti. La diga Delia è l’attrazione che merita massimo rispetto. Storia di un’infrastruttura dalle tante contraddizioni. Il paesaggio è caratterizzato dai colori vivaci degli insediamenti agricoli e, cambia notevolmente durante i periodi dell’anno.

La flora è composta prevalentemente dalle conifere: la P. halepensis (Pino d'Aleppo), la P. pinea (Pino Domestico), il P. canariensis (Palma delle Canarie) ed il Cupressus sempervirens (Cipresso Mediterraneo) e due varietà di Eucalipto. Quello sempreverde (Globulus) e quello rosso (Camaldulensis).

La fauna è arricchita specialmente dalla presenza della ghiandaia (Garrulus glandarius albipectus). È un uccello che trasporta le ghiande nel bosco e permette la rinaturalizzazione grazie alla disseminazione del seme delle querce presenti nel bosco e nelle piante sessualmente mature.

Nelle giornate ventose si erge un suono fitto che scuote gli alberi. Incessante, sibillino e rumoroso. Indica la forza della natura, quella voluta e cercata dall’uomo sin dai primi anni Sessanta. Il rimboschimento avvenne piantando alberi senza seguire una logica precisa.

Abbellire una zona desertica e priva di verde, con piante sparse. Nel tempo e grazie alla citata ghiandaia, le dimensioni del parco sono aumentate e la qualità è migliorata.

Oggi si respira un’aria diversa, insolita e pura. Il parco è di tutti, seppur sia controllato e tutelato dal Demanio Forestale. Un luogo di rara semplicità che merita rispetto, pulizia e ordine da parte dell’uomo e rinvigorito dai suoni e rumori della natura.

Ogni singolo passo è scandito dall’interesse per le rocce di calcarenite presenti e da qualche minerale scovato lungo il tracciato. Solo l’attento osservatore può scoprire gli angoli nascosti e fregiarsi di alcuni scatti imperdibili. Un’emozione indescrivibile che merita almeno una volta di essere vissuta.
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