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Fu la prima Galleria d'Architettura: EXPA e quel progetto (troppo avanti) per Palermo

Dal 2004 al 2009, nel cuore della Kalsa, EXPA fu centro di aggregazione culturale a 360 gradi coinvolgendo, davanti ad un bicchiere di vino, anche Wim Wenders, Claudio Baglioni e Lucio Dalla

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 19 aprile 2021

La terrazza della Galleraia EXPA a Palermo

Quando ancora il centro storico a Palermo era poco frequentato e vissuto, se non dai residenti, il cuore della Kalsa, per un quinquennio circa, ospitò un progetto all'avanguardia per l'epoca, per il quale forse la città non era ancora pronta.

Stiamo parlando di EXPA, acronimo che stava per EXhibition PAlermo, galleria di architettura, guidata dall’omonima associazione culturale, fondata dagli architetti palermitani Tiziano Di Cara e Giuseppe Romano.

Gli anni erano quelli tra il 2004 e il 2009 per quanto, come ci ha detto Tiziano Di Cara, formalmente «abbiamo finito di pagare l’esito di una causa per danni psicologici, relativa proprio ad EXPA, la settimana scorsa».

Come spesso accade i progetti che portano aria nuova sono legati a viaggi ed esperienze fatte altrove e così è stato anche nella genesi di EXPA.

«Insieme a Giuseppe Romano - ci ha detto Di Cara - terminati gli studi di Architettura all’Università avevamo messo su uno studio a piazzetta Bagnasco, con una vetrina che dava proprio sulla piazza.



Nel 2001 feci un'esperienza di lavoro in Australia, in uno studio che si occupava di importanti progetti legati alla città e lì, a fine settimana, c’era l’abitudine di condividere idee e progetti di lavoro durante un aperitivo aperto a tutti.

Era un’occasione conviviale che creava rete e scambio culturale.

Tornato a Palermo proposi a Giuseppe di sperimentare una situazione analoga nel nostro studio di architettura, lo Stewens, e così iniziammo i nostri aperitivi che erano il punto d’incontro tra la nostra professione e la città».

In breve tempo, e forse senza rendersene conto bene neanche loro, questa offerta culturale insolita a Palermo, ma anche nel resto d’Italia all’epoca, divenne un progetto in piena regola che spinse i due amici e colleghi a fare un passo più grande.

Dopo l’esperienza della Rassegna EXPA e dell’allestimento di un paio di mostre, che ospitarono già nomi internazionali legati all’architettura, appuntamenti notati dagli addetti ai lavori a livello nazionale e riportati sui giornali di settore, il passo successivo fu quasi obbligato.

«Visto il riscontro, dopo la formalizzazione dell’Associazione Culturale EXPA, cominciammo la ricerca di uno spazio più grande che potesse ospitare, insieme alle mostre e agli eventi culturali, anche un design bar e un bookshop.

Di fatto stavamo realizzando una delle prime, se non la prima, galleria espositiva di architettura in Italia».

Siamo nel 2004 e lo spazio che viene recuperato, in concessione onerosa da parte del Comune di Palermo, sono le scuderie e il piano nobile di Palazzo Cefalà, in via Alloro a Palermo, nel cuore della Kalsa.

«Dopo averlo ripulito, praticamente, e riaperto le terrazze, che ancora riportavano i segni dei bombardamenti e che erano state murate per evitarne l’accesso, realizzammo la Galleria di Architettura EXPA.

Il momento storico era anche a nostro favore: era il periodo di Kals Art e a Palermo giungevano, da tutta Italia, studiosi e addetti ai lavori, tra questi anche Davide Rampello, all’epoca direttore della Triennale di Milano, che, colpito dal nostro progetto, ci concesse il logo off della Triennale.

Questo ci permise di scambiare le mostre e gli eventi con una delle realtà di settore più importanti da sempre».

Coloro che hanno avuto l’opportunità di frequentare EXPA in via Alloro ricorderanno quegli aperitivi con un’atmosfera particolare data dalla location (le terrazze erano una testimonianza unica dell’incontro tra la storia e la decadenza della città) con l’offerta culturale che, per come era stata pensata, non era riservata solo agli appassionati di architettura ma coinvolgeva giovani e non alla scoperta di nuove conoscenze e realtà.

«Il nostro obiettivo in fondo - ci ha detto Di Cara - era quello di produrre mostre, e quindi cultura, attraverso il ricavato di un normale bar design, così come si faceva e si continua a fare al MoMa di New York, ad esempio, semplice imprenditoria culturale.

Eravamo un gruppo di persone, oltre me e Giuseppe, che lavorava in sinergia; nel team c’erano anche Claudia Fiore, Valentina Greco e Maria Eugenia Notarbartolo.

Noi reinvestivamo quanto ricavavamo, solamente in rari casi abbiamo usufruito di finanziamenti».

Raro faro di luce nel buio della Kalsa, le proposte di EXPA erano di sicuro all’avanguardia e nuove per una città come Palermo che allora, ricordiamolo, non aveva aree pedonali, ad esempio, e lo stesso quartiere era privo di qualunque centro dedito alla cultura.

Solamente il Teatro Ditirammu vi si trovava già, piccola realtà in una palude di vuoto all’epoca.

«Organizzammo importanti eventi coinvolgendo non solo addetti ai lavori ma anche artisti a 360 gradi.

Ricordo il workshop con Lucio Dalla dal titolo “Futura, come abiteremo domani”, che ebbe un grande successo con i ragazzi della Facoltà di Architettura; e poi la mostra con i progetti di Claudio Baglioni, fresco di laurea proprio in architettura e di passaggio in città per un concerto».

Tra gli altri anche Wim Wenders, in città per girare il suo film "Shooting Palermo", rimase affascianto da EXPA, scegliendola come sede per la lavorazione del film.

Tanti eventi importanti, che coinvolsero anche altre città europee in concorsi internazionali, ma fra tutti, forse, la collaborazione con la Biennale di Venezia, nel 2006, è quella che più inorgoglisce, giustamente, Di Cara e Romano.

«In quell’anno, per la prima volta nella storia della Biennale, la manifestazione usci dai locali storici di Venezia e si gemellò con Palermo, portando in città una serie di eventi e mostre importantissime che coinvolsero i locali di Sant’Erasmo, EXPA e Palazzo De Seta.

Vedere il Leone simbolo della Biennale nella corte della nostra sede fu un’emozione impagabile».

«La nostra idea - ci ha detto Giuseppe Romano - in poco tempo e’ diventata un modello di imprenditoria culturale dove architettura, design, musica, cinema e cocktail, hanno generato una mescolanza creativa nella quale tutti gli elementi contribuivano a rendere quel luogo sempre interessante e diverso».

In pochi anni, in effetti, il progetto legato ad EXPA, tra i tanti consensi, era cresciuto e si era affermato.

L'unico neo, riconosciuto a posteriori anche dai fondatori, fu forse il non aver dialogato abbastanza con il tessuto sociale che si trovava nei dintorni della Galleria.

«In quegli anni - ci ha detto Di Cara - la movida in città non era quella che si può vedere oggi in centro, compresa la Kalsa.

In qualche modo il nostro brusio, che non superava mai certi livelli, non era ben tollerato tanto che abbiamo dovuto affrontare anche delle cause, perdendo e pagando i danni.

Erano tempi diversi, me ne rendo conto; all’epoca il centro storico non era praticamente vissuto e anche il semplice parlare davanti ad un bicchiere di vino poteva risultare molesto».

Per questo, ad un certo punto, la Galleria EXPA lasciò Palazzo Cefalà e, dopo una breve e altrettanto infelice parentesi a Piana degli Albanesi, passò, con la cessione dell’Associazione, ad altra gestione.

Si, forse la città non era ancora pronta per un progetto così all’avanguardia.
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