Gaetano Basile sulla Palermo del 2026: "Non riesco a guardare oltre la ruota panoramica"
Chi ama Palermo, ne apprezza ogni cosa, i profumi, la luce, i colori. Ma non può far finta di non vedere ciò che non va. Ciò che può essere ancora cambiato. L'intervista
Gaetano Basile
Nel suo sguardo sul futuro della città non c’è ottimismo di maniera, ma una lucidità che fa male, perché costringe a guardare ciò che spesso si preferisce ignorare. «Io sono piuttosto pessimista», dice senza esitazioni. «Guardando l’oggi non riesco a immaginare un domani che vada oltre lo scatolone di cartone ai Quattro Canti o la Ruota Panoramica, piazzata fra le case all’uscita del porto. Sono operazioni di degrado cittadino, cose di cui avere vergogna».
Installazioni che, secondo Basile, non raccontano una visione culturale ma una perdita di senso, di misura, di dignità. Simboli di una città che confonde l’animazione con la cultura, l’effetto con il contenuto. Il suo è un atto d’accusa che investe il sistema culturale nel suo insieme. Perché Palermo, per compiere un vero salto di qualità, avrebbe bisogno prima di tutto di liberarsi da un peso storico enorme: «Bisognerebbe sbarazzarsi della mafia, che ha preso il posto dello Stato. E come si fa a scalzarla, se lo Stato non riesce a dare ai cittadini più di quanto dia la mafia?».
Una constatazione amara, che mette a nudo una ferita mai rimarginata. Eppure, qualcosa che resiste c’è. Basile lo riconosce nelle piccole realtà culturali, nelle associazioni che lavorano in silenzio, spesso senza mezzi. Ma soprattutto indica una strada precisa, che parte da lontano: «Bisognerebbe curare la scuola, cominciando dalle elementari. Aveva ragione Bufalino quando diceva che a Palermo serve un esercito, ma un esercito di maestri elementari».
Perché il vero nemico dell’inciviltà è l’educazione, e non a caso «la mafia attacca la scuola, perché ha capito che è il suo più grande nemico». Il quadro sociale che emerge è cupo, attraversato da violenza quotidiana e da una perdita diffusa di dignità. «Io non esco più la sera, come i miei figli e i miei nipoti. – precisa Gaetano Basile- è una città violenta e pericolosa». La movida diventa il teatro di un degrado normalizzato, sotto lo sguardo impotente – o indifferente – delle istituzioni. «Gente drogata, violenze che non vengono denunciate. – aggiunge-. E poi ci dicono che è solo una parvenza».
A ferirlo, forse più di tutto, è lo stravolgimento dell’identità culturale. Le strade un tempo eleganti, come via Maqueda, il Cassaro o via Ruggero Settimo, trasformate in un mercato indistinto. «Abbiamo cancellato le nostre tradizioni, perfino il cibo. Non sappiamo più distinguere ciò che è siciliano da ciò che non lo è. E quando lo fai notare ti rispondono che tanto i turisti non capiscono niente».
Un’inciviltà che diventa sistema, una resa culturale mascherata da modernità. Nel suo racconto affiora anche la nostalgia di una Palermo diversa, quella tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta: «Una città elegante, con cinema, teatri, librerie. La passeggiata in via Ruggero Settimo, le chiacchierate nelle librerie. Era una città civile, fatta di contenuti». Non idealizzazione, ma memoria di un tempo in cui il rispetto dello spazio pubblico era parte della vita quotidiana. E poi c’è l’emorragia dei giovani, il dolore silenzioso di una città che perde le sue energie migliori: «Il meglio se ne va, scappa. Restano in pochi, e spesso resta il peggio».
Un declino che sembra inarrestabile se non si prende finalmente coscienza della realtà. Basile non offre soluzioni facili. Sa che il problema è enorme, che lui definisce «di natura sociologica», e che nessuna operazione estetica potrà salvarci. Ma chiude con un’immagine potente, definitiva, che è insieme condanna e appello: «Questa città va per i 3000 anni. Come tutte le vecchie signore ha bisogno di tanto amore. Oggi siamo rimasti in pochi ad amarla e rischia di fare una brutta fine. Peccato: non meritava questi abitanti…».
Perché Palermo è come una donna. E una donna, per non morire, ha bisogno di essere amata. Amata davvero, non sfruttata. Amata con responsabilità, conoscenza, cura. Solo così, forse, questa nostra città potrà smettere di sopravvivere e tornare a vivere.
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