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Guerra assassina: quel giorno di Maggio '43 in cui fu colpito uno dei simboli di Palermo

Maggio 1943, era domenica, alle ore 13 due bombe nemiche colpiscono uno dei beni architettonici più importanti del barocco siciliano: ecco come andò

Sandro Mammina
Restauratore e operatore culturale
  • 9 maggio 2020

Un dettaglio della Chiesa di Casa Professa a Palermo

“Nove Maggio 1943 - Domenica - Alle ore 13 due bombe nemiche colpiscono la nostra chiesa, una sulla cupola, la fora ed esplode dentro...”.

È così che sulle pagine di un vecchio diario, ormai ingiallite dal tempo, inizia la cronaca di un giorno molto particolare e sicuramente uno tra i più funesti che la città di Palermo ricordi. Si tratta della testimonianza di uno dei tanti disastri causati dalle bombe su Palermo durante la Seconda guerra mondiale.

La storia che stiamo per esaminare può considerarsi tra le pagine più buie, vissute dai palermitani, durante quelli che furono i mesi precedenti lo sbarco degli americani. Forse leggerla oggi, nel pieno di una pandemia globale, può aiutarci tra l'altro a dare il giusto peso alle parole che spesso vengono usate per descrivere la lotta ad un virus.

In questi sciagurati tempi, si legge di una “guerra” contro un nemico invisibile, e in qualche modo lo è, ma per la generazione che ha vissuto sulla propria pelle le vicende belliche, saranno ben altri i ricordi che affiorano alla mente quando si sente pronunciare questa parola, altri gli orrori a cui hanno assistito o le privazioni a cui sono stati costretti.



Oggi come allora, l'unica cosa che non cambia è il dolore, lo strazio per le migliaia di persone che stanno morendo, spesso in totale solitudine, e poco importa che la causa sia una bomba o altro.

Approfittiamo allora di una triste ricorrenza, come quella dei bombardamenti su Palermo, nella primavera del 1943, per ripercorrere i terribili eventi di quei mesi.

Era il mese di Maggio e le truppe alleate stavano decidendo le sorti della Seconda guerra mondiale, la Sicilia ed il porto di Palermo avevano assunto un'importanza primaria ai fini strategici. I bombardamenti sulla città procedevano in maniera sistematica, con una potenza devastante sempre maggiore. Da ricordare, a tal proposito, l'incursione aerea del 22 Marzo quando i bombardieri americani avevano attaccato il porto distruggendo tutto ciò che era presente in quella zona per un'area di 13 ettari.

La nave Volta, ovvero la santabarbara, carica di munizioni, era stata colpita da una bomba ed era esplosa provocando una colonna di fumo alta 4.500 metri. Parti della nave, tra cui il fusto di una delle ancore, erano state proiettate ad 800 metri di distanza fino alla via Cavour, sull'edificio sede della Banca d'Italia. L'acqua sollevata dall'esplosione aveva allagato purtroppo anche un rifugio antiaereo, sito sul molo, e per i 24 operai portuali, che proprio lì avevano sperato di trovare protezione, non vi era stato scampo.

Se i numeri spesso aiutano a focalizzare meglio un concetto, si pensi che nel solo mese di Aprile vennero sganciate su Palermo ben 484 tonnellate di bombe.

A Maggio era cambiata drammaticamente la strategia, il generale George Smith Patton, comandante della VII Armata, aveva ordinato di sferrare sulla città l'attacco aereo finale. L'operazione militare pianificata per quel mese era diversa dalle precedenti, sia per dinamica sia per potenza, si era deciso infatti di colpire Palermo con un “bombardamento di saturazione”, conosciuto meglio come “bombardamento a tappeto”.

Questa micidiale tecnica aveva lo scopo non solo di terrorizzare la popolazione, creare panico e distruzione totale, ma soprattutto di fiaccare il morale dei civili colpendoli nei luoghi simbolo della propria identità culturale e religiosa, quali i monumenti e le chiese. Si sperava così di spingere la popolazione a ribellarsi e a fare pressione sul governo per la resa; il capoluogo siciliano fu proprio la prima città in Italia a sperimentare tutto questo.

Nella mattina del 9 Maggio il comando americano stabiliva che Palermo doveva cadere: l'Apocalisse poteva avere inizio...

L'attacco aereo arrivò dall'Algeria, luogo di partenza dei caccia bimotore P38, che volando a bassissima quota, per eludere i radar e la contraerea nemica, evitarono di passare da Capo Zafferano, scegliendo invece i cieli di Termini Imerese. Si diressero quindi sull'aeroporto militare di Boccadifalco distruggendo in breve gli aerei in sosta sulla pista, impedendo di conseguenza qualsiasi tentativo di reazione e di difesa aerea, erano le 11:00 del mattino.

Alle 12:35 il cielo sulla città si oscurò, l'urlo cupo e lamentoso di allarme delle sirene non ebbe tregua, erano arrivati i bombardieri americani B17, le cosiddette “Fortezze volanti”, armati di bombe da 500 libbre. La prima formazione vide 222 bombardieri scortati da 118 caccia pesanti P38 e fu solo la prima di ben dodici ondate di incursioni; poiché i bombardieri volavano troppo in alto, ben poco poté la temibile contraerea dell'Asse per contrastare l'attacco.

Alle 13:15 l'attacco ebbe fine e sulla città vennero lanciati 15.000 volantini che invitavano i palermitani a chiedere la resa. Si pensi che in soli 40 minuti su Palermo furono sganciate 1.570 bombe per un totale di 469 tonnellate di tritolo.

La stessa notte, a partire dalle 23:00, i bimotori inglesi Wellington della RAF finirono il “lavoro” con bombe di vario calibro, tra cui due “Blockbuster” bombe HC (High capacity) di una potenza devastante e per questo denominate da qualcuno “spianaquartieri”.

Ufficialmente il triste bilancio delle vittime di quel giorno tra i civili fu di 373 morti e di 421 feriti. Per quanto riguarda il tessuto urbano nulla venne risparmiato: abitazioni civili, caserme ma anche chiese, antichi palazzi nobiliari e monumenti...

… ed a proposito di monumenti, ben due bombe colpirono quella mattina uno dei più importanti gioielli del barocco siciliano, ovvero la Chiesa del Gesù meglio nota con il nome di Casa Professa.

Le pagine, vergate nervosamente sul Diario della Residenza di Casa Professa riguardo quel giorno recitano: “ Nove Maggio 1943 – Domenica - Alle ore 13 due bombe nemiche colpiscono la nostra chiesa, una sulla cupola, la fora ed esplode dentro, l'altra esplode sul pavimento alla metà della navata di sinistra entrando. Poco dopo le esplosioni il P. Superiore ritira il Santissimo e le reliquie di S. Francesco Xavier e di S. Ignazio. Poco dopo verso le 13,30 crolla la cupola, la volta centrale e buona parte di sinistra. La comunità, incolume per grazia di Dio, la sera comincia a dormire al Gonzaga e non dormirà più a Casa Professa”.

Queste poche righe, prive di particolare enfasi, riflettono tutto lo sgomento e l' incredulità di chi le ha scritte, ed assieme alle foto scattate nei giorni successivi, ci aiutano a comprendere il danno immenso di quelle bombe al patrimonio culturale della città.

Chi oggi entra per la prima volta a Casa Professa, rimane sbalordito dalla bellezza delle decorazioni in marmo che ricoprono ogni angolo degli spazi interni, e mai potrebbe immaginare come si presentava il monumento all'indomani di quel 9 Maggio. La poderosa opera di ricostruzione e restauro, durata ben dieci anni, permise infatti che la chiesa rinascesse a nuova vita. I primi interventi di recupero furono affidati al Genio Civile che, con l'utilizzo di prigionieri di guerra, si occupò di mettere ordine tra le macerie. Per i lavori successivi vennero impiegate maestranze di vario tipo tra marmorari, stuccatori, intagliatori e pittori.

La cupola, andata totalmente distrutta, fu ricostruita a doppia calotta in cemento e rivestita in maiolica, il nuovo progetto ne mutò forma e dimensioni e fu la quinta in ordine di tempo nella storia della chiesa. Il pavimento venne completamente ricostruito nel 1954 seguendo il disegno originale.

Per quanto riguarda le pitture, in sostituzione di quelle andate perse, se ne realizzarono di nuove, opera di artisti contemporanei come Giambecchina e Guido Gregorietti. A tal proposito, l'intervento pittorico sicuramente più ardito, per stile e dimensioni, fu quello dell'artista abruzzese Federico Spoltore che, in sostituzione del prezioso ciclo di affreschi realizzati nel Settecento da Filippo Randazzo realizzò, tra le altre cose, l'imponente pittura della volta centrale, stravolgendone tuttavia totalmente l'iconografia originale, nonché la complessa chiave di lettura teologica e spirituale, concepita dalla Compagnia di Gesù secoli prima.

La deflagrazione delle bombe danneggiò gravemente anche buona parte delle decorazioni marmoree che in seguito vennero restaurate, laddove possibile, o completamente rifatte, imitandone perfettamente lo stile ed utilizzando le medesime varietà di marmo. Osservando oggi i rivestimenti marmorei di pareti e pilastri, un occhio attento saprà distinguere le decorazioni che è stato possibile restaurare e ricollocare, da quelle interamente ricostruite, per via della patina che superficialmente hanno gli uni rispetto agli altri.

Casa Professa è solo un esempio, tra i tanti, di quei monumenti che hanno subito l'oltraggio delle bombe o peggio ancora sono stati completamente distrutti.

Il bombardamento di quel giorno su Palermo è stato definito un “colpo di teatro”, certo è che l'alba del giorno dopo quel 9 Maggio restituì ai palermitani una città tremendamente devastata, il centro storico reso quasi irriconoscibile. Si pensi che, successivamente, per sgomberare la città dalle macerie, si decise di riversarle lungo il tratto di mare che la delimita ricoprendo così l'area del Foro Italico di oltre 40.000 metri quadrati di detriti.

Il 22 Luglio di quell'anno fecero il loro ingresso in città gli americani tra ali di folla festante ed incuriosita ma le bombe non cessarono di funestare Palermo e stavolta furono quelle della Luftwaffe e della Regia aeronautica, rendendo la città “bersaglio” di buona parte delle forze aeronautiche impegnate nel conflitto, per un totale di ben settanta bombardamenti dall'inizio delle ostilità.

Quando fu possibile calcolare i danni che i diversi bombardamenti su Palermo avevano causato, ci si accorse che circa il 42% della città era andato distrutto.

Nella sola Palermo, tra i civili si contavano 30.000 feriti e 2.123 morti e non finirono purtroppo le atrocità che il popolo, già così devastato, dovette subire nei mesi a seguire... Sono questi i numeri di una tragedia dalle proporzioni bibliche che non risparmiò nessuno tra uomini e donne, vecchi e bambini, vittime senza colpa se non quella di trovarsi nel posto sbagliato in uno dei momenti più bui che l'Europa ricordi.

La Storia ci insegna come sia possibile rinascere anche da eventi così terribili, guerre o pandemie che siano. La lezione che apprendiamo dopo simili sciagure dipende sempre dalla capacità di ricordare: la coscienza di un paese risiede infatti soprattutto nella sua memoria. È stato scritto che un paese senza memoria è un paese senza identità, la capacità di conservarla dunque, anzi di “coltivarla” come dice Liliana Segre, può risultare un prezioso vaccino contro l'indifferenza.

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