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Guerriera, nobile, bella e spregiudicata: il suo castello è in un piccolo borgo in Sicilia

Per svelare l'identità di questo personaggio, c'è da fare un passo indietro e tornare nel luogo che le ha dato i natali e che forse più di ogni altro la rappresenta

  • 30 ottobre 2023

Castello di Scaletta Zanclea

Che la storia la scrivano i vincitori è cosa nota. Se poi lo sconfitto in questione è una donna, anticonformista e di spirito libero, immaginate con quali intercalari, appellativi e aneddoti talvolta fantasiosi, è possibile per chi scrive al soldo del potere, narrare le vicende di questa figura dotata non solo di bellezza e intelligenza fuori dall'ordinario, ma anche di potere, istruzione, capacità di usare le armi e destreggiarsi egregiamente con gli scacchi al pari di un uomo, al punto da diventare la prima scacchista siciliana.

Nel 1200, in un epoca in cui era inconcepibile che una donna attirasse a sé tali e tante prerogative, sottraendosi volontariamente al ruolo convenzionale di brava moglie e madre, l'immagine che di questa donna si tramanda viene demonizzata dai suoi detrattori e consegnata alla damnatio memoriae, con racconti taglienti tanto quanto le spade con le quali abilmente si destreggiava.

Per svelare l'identità di questo personaggio, bisogna fare un passo indietro e tornare fisicamente nel luogo che le ha dato i natali e che forse più di ogni altro la rappresenta.
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Visibile già lungo il tratto dell'autostrada Catania Messina, qualche km dopo l'uscita di Roccalumera, svetta su una rupe l'imponente castello Rufo Ruffo di Scaletta Zanclea, nella frazione di Scaletta Superiore.

Splendidamente posto in posizione strategica, si mostra a chi lo ammira in tutta la bellezza della sua facciata, con due grandi finestre bifore, poste come occhi sull'orizzonte del mar Ionio.

Un luogo conservato con cura e riconsegnato alla comunità alcuni anni orsono, ancora oggi testimone di storie, casati e personaggi che si sono succeduti nei secoli tra le sue mura.

Una volta raggiunto il castello, supremo appare il panorama dalla corte d'accesso. Lo sguardo spazia su tutta la costa Ionica da Capo San Alessio a Messina fino alla vicina Calabria. Poco più in basso del castello, si erge la batteria di S.Placido, avamposto militare sul mare anticamente collegata al maniero.

L'antico edificio risale al 1200 ed è un pregevole esempio delle innumerevoli costruzioni fatte edificare in Sicilia da Federico II di Svevia. Dal 1672, da quando Antonio Ruffo acquistò il castello e i territori limitrofi, diventando principe di Scaletta, ad oggi, un unico casato ha detenuto la proprietà del castello, i Ruffo di Sicilia Calabria e Napoli.

Nel 1969 i Ruffo donarono il castello al comune di Scaletta Zanclea, allo scopo di adibirlo ad eventi culturali. L'amministrazione creò così al suo interno un piccolo museo, allestendolo con opere e reperti provenienti dal museo regionale di Messina e dall'Associazione Amici del Museo.

Il luogo è amato e curato dagli abitanti, ricordo che, anni orsono, la prima volta che andai a visitarlo, non conoscendo gli orari, lo trovai chiuso.

Poco dopo da una stradina lì vicino si affacciò un'anziana signora a cui chiesi informazioni ed in men che non si dica, con un rapido passaparola tra gli abitanti, arrivò una ragazza, poco più che ventenne che si presentò come l'assesore al turismo ed introducendoci al castello, ci spiegò tutte le sue bellezze.

Tanti sono stati i feudatari che si sono succeduti all'interno del castello, da Matteo Selvaggio fino ai Ruffo. Tra tutti, però, indissolubilmente legato a questo luogo è il nome di una donna, Macalda di Scaletta, signora del maniero, personaggio controverso, differentemente narrato già dagli scrittori del suo tempo, che ha dato un'impronta diversa a quella che potrebbe essere stata la lettura ufficiale della storia della Sicilia e di Scaletta stessa.

Due sono le principali e differenti cronache dell' epoca che ce ne danno testimonianza.

Il messinese Bartolomeo di Neocastro, suo detrattore, che nella Historia Sicula, traccia di Macalda un ritratto a tinte fosche, dipingendola come cinica,dissoluta, senza scrupoli, incline al tradimento umano e politico, spudorata, sessualmente sfrenata e promiscua.

Di contro il cronista catalano Bernat D’escolt, invece, pur essendo aragonese come Bartolomeo di Neocastro, nella sua Crònica del Rey en Pere, la definisce «molto bella e gentile, e valente nel cuore e nel corpo; larga nel donare, e, quando n’era luogo e tempo, valida nell’arme al par d’un cavaliero».

Macalda nasce a Scaletta Zanclea nel 1235, dal matrimonio tra una nobildonna siciliana e Giovanni Scaletta, studioso di diritto. Le fonti riportano che la fortuna della famiglia fosse legata al nonno paterno di Macalda, Matteo Selvaggio, soldato che prestava servizio nel castello di Scaletta e diventato castellano, ebbe la fortuna di scoprire un tesoro nascosto nello stesso maniero, divenendo molto ricco.

Matteo, decise allora di abbandonare il suo vecchio cognome per prendere quello di Scaletta.

Inizia così il casato di Macalda, che sposa giovanissima Guglielmo De Amicis divenendo Baronessa di Ficarra. Il matrimonio dura poco e lasciato il marito Macalda, alla ricerca della sua libertà, in un periodo in cui nessuno spazio veniva concesso alle donne, inizia a viaggiare impavida fuori dalla Sicilia, travestita da frate francescano.

Dopo aver viaggiato a lungo, abbandonato il saio e tornata in Sicilia si risposò con Alaimo da Lentini, un nobile di discendenza normanna, di trent'anni più grande di lei.

Accettare di sposare Alaimo, per lei donna libera, non dev'essere stata una scelta casuale, ma dettata da una ferma volontà di portare avanti degli ideali che entrambi condividevano. Fu questa nuova unione infatti a trasformarla in guerriera.

Nel 1282 durante la Rivolta del Vespro, mentre suo marito prendeva il comando dell’apparato bellico messinese, lei diventava reggente della Capitaneria di Catania, combattendo travestita da cavaliere.

Le sue gesta e quelle del marito si innestano in un clima, quello dei Vespri, che non consistette di una semplice rivolta contro le ingiustizie degli angioini, ma in una vera e propria rivoluzione, perché dietro la voglia di riscatto si espresse anche un’idea del tutto nuova e straordinaria per una terra, come la nostra, che aveva conosciuto una dominazione dopo l’altra.

Il sogno di una Communitas Siciliae, l’idea cioè di potere realizzare uno stato Siciliano autonomo su basi repubblicane.

Un sogno che durerà poco, però, per la mancanza dell’appoggio richiesto e rifiutato dallo stato pontificio filo francese, che indebolì la coalizione costringendo i siciliani a richiedere l’aiuto di Pietro III di Aragona che venne accolto a Palermo e incoronato come re di Trinacria il 4 settembre dello stesso anno.

Alcuni cronisti dell’epoca, palesemente misogini, scrissero in riferimento alla reggenza a Catania di Macalda, che in quel periodo questa, si diede alla trasgressione sfrenata, affermando: “si veste di porpora e d’oro, indossa le armature e molesta sessualmente principi e sovrani”.

Questa descrizione, frutto di una mentalità che purtroppo travalica i secoli fino ad arrivare ai nostri giorni, appare più come una sorta di punizione per l’anticonformismo e le virtù guerriere di questa donna, che il resoconto di fatti realmente accaduti.

Certo è che Alaimo venne accusato di congiura a danni di Pietro III di Aragona e giustiziato in mare, mentre Macalda nel 1285, venne fatta prigioniera e incarcerata nel castello Matagrifone di Messina.

Neanche la detenzione piegò però il suo spirito e in prigione si narra che era solita giocare a scacchi con un altro illustre ospite ivi detenuto l'emiro Margam Ibn Sebir.

Sfidando a scacchi anche gli altri detenuti, li batté uno per uno, diventando così la prima donna giocatrice di scacchi in Sicilia. Dalla storia e dalle gesta, se ne deduce che Macalda fu una creatura fuori dall'ordinario, stupefacente agli occhi dei coevi.

Una donna in rottura con un tessuto sociale scandito dalla ferrea scissione tra uomini guerrieri e donne dedite alla casa. La sua presenza, la sua bellezza, i suoi modi, il coraggio con cui deteneva il comando, il modo eccezionale in cui usava la spada, certamente intimorivano l'uomo comune di allora, destabilizzando le basi di un modello patriarcale consolidato. Come disfarsi allora di una donna talmente capace, quanto scomoda?

La risposta è stata già fornita dalle cronache dissacranti dell' epoca, che l'hanno relegata al ruolo di cortigiana, promiscua, incestuosa e meretrice, condannandola al sarcasmo ed all'oblio. Morì in prigione intorno al 1305, dopo la sua morte un silenzio lungo secoli avvolse la sua figura.

Ma Macalda, così come la gente di Scaletta Zanclea, che con tenacia è riuscita a risollevarsi dalla tremenda alluvione del 1 ottobre 2009; così come la terra stessa che le ha dato i natali, è diventata anch'essa simbolo di resilienza.

Sopportando i 20 anni di reclusione fino alla morte e ampliando anche nella prigionia il suo intelletto, è divenuta oggi una personalità riscoperta e rivalutata principalmente dai suoi attuali concittadini.

Nel 2015, infatti Piazza Belvedere, di fronte al castello è stata intitolata a lei, con una cerimonia di inaugurazione inserita in un più ampio contesto dedicato alle donne, che ha ospitato la terza giornata della sezione di Naxoslegge: "Le donne non perdono il filo". Ogni anno poi in estate, si svolgono al castello ed al borgo di Scaletta Superiore manifestazioni in suo onore, come il corteo storico “Alla Corte di Macalda“.

A questo evento ne sono collegati altri di natura musicale, culturale ed i tornei di scacchi. Per chi volesse visitare il castello, gli orari sono presenti e aggiornati sul sito del comune di Scaletta Zanclea, attualmente è aperto il venerdì dalle 16.00 alle 19.00, il sabato dalle 10.00 alla 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00 e la domenica dalle 10.00 alle 13.00.

Macalda è Scaletta, il castello è tutt'oggi la sua corte e poiché il suo spirito ancora aleggia in questo luogo, la gente del posto è solita narrare che, nella notte fra il 14 al 15 di agosto, sostando presso il maniero si possa ancora udire il rumore degli zoccoli del suo cavallo bianco, percorrere queste colline. È forse questa, l'immagine più bella di una donna fuori dalle righe, libera, appassionata e padrona della sua esistenza.
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