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Ha un fascino esotico e non tradisce chi ci va: Sambuca di Sicilia è un paese da scoprire

Eletto borgo più bello d’Italia nel 2016, terzo comune siciliano dopo Gangi e Montalbano Elicona, offre bellezze suggestive a chi sceglie di farci una passeggiata

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 31 luglio 2020

Sambuca di Sicilia (Agrigento)

Eletto borgo più bello d’Italia nel 2016, terzo comune siciliano dopo Gangi e Montalbano Elicona, situato tra le bellezze inestimabili del Parco Archeologico di Selinunte e lo splendido mare di Menfi, Sambuca di Sicilia vanta un bel nome dal fascino esotico e dalle origine chiare e al contempo solo plausibili.

Zabut, come si chiamava, era il nome arabo del castello, derivato dal suo fondatore, l’emiro Al-Zabut “lo splendido”; e tuttavia, per altri, il toponimo richiama la presenza di piante di sambuco o ancora la forma del suo impianto urbano che è simile alla sambuca, uno strumento musicale somigliante a una piccola arpa che la tradizione attribuisce inventato dal poeta lirico greco Ibico.

La popolazione islamica abita Zabut fino al 1225, quando, dopo due lunghi anni di resistenza, è costretta ad arrendersi all’esercito imperiale di Federico II, lasciando tuttavia intatti i segni della dominazione araba nella cultura locale. Dopo la distruzione di Adragna nel 1411 i superstiti si trasferiscono nella fortezza di Zabut che diventa prima baronia e poi marchesato fino al XIX secolo, raddoppiando il proprio nome in Sambuca-Zabut nel 1863 e diventando Sambuca di Sicilia solo nel 1923 per effetto dell’italianizzazione voluta dal regime fascista, che, fra gli altri, alcuni anni dopo, fece diventare la Girgenti originaria l’odierna Agrigento (inutilmente) latina.



Se ogni luogo ha un suo spirito proprio, una caratterizzazione d’impatto fisico e psicologico, Sambuca sfugge al principio di un immaginario esclusivo perché la sua storia nasce sul sito originario di Adranon, fondato dai greci e distrutto e ricostruito dai cartaginesi, e finisce sul colle dove nacque l’araba Zabut.

Per chi volesse compiere un itinerario che colga il senso di questo borgo incantevole dovrebbe proprio partire dal percorso dei vicoli del quartiere saraceno, una fitta rete di cortili, anfratti, slarghi e scale che trovano i loro varchi a dedalo fra le case addossate le une alle altre. Posto nella parte più alta del paese, il quartiere conserva intatta la topografia araba assumendo il nome popolare di “setti vaneddi”, ed è diviso da un’arteria urbana chiamata “Via Fantasma” a seguito di strane apparizioni di spettri di guerrieri arabi avvistati nel 1882.

A proseguire la visita dal Corso Umberto I, che attraversa il paese con un’affascinante china, si fa tappa all’ottocentesco teatro comunale L’Idea, edificato nella prima metà dell’800: raro e prezioso, nelle sue piccole dimensioni, ha la forma classica con volta a cupola schiacciata e rappresenta un’istituzione culturale di assoluto prestigio restituita e aperta al pubblico dopo i lavori di restauro seguiti al danneggiamento del terremoto del Belice.

Lungo il corso, senza soluzione di continuità, i palazzi signorili del paese caratterizzati dall’ocra della pietra arenaria e dai classici archi passanti che collegano le strade ai cortili, mentre al passo si affacciano numerose chiese e altri edifici di grande pregio: i palazzi Di Leo e Oddo, la chiesa di San Giuseppe con il suo portale in pietra bianca, palazzo Campisi, e la splendida chiesa di Santa Caterina d’Alessandria con il suo opulento apparato decorativo che è espressione dell’architettura barocca, esaltata da stucchi, statue allegoriche, stemmi, blasoni, colonne tortili e il pavimento di quadrelle smaltate provenienti dalle fabbriche di maioliche della vicina Burgio.

Opposto a Piazza della Vittoria, il casino dei marchesi Beccadelli con un balcone dalle sinuose forme barocche e il cortile che rimanda a tipologie catalane, dentro un più ampio complesso che comprende la chiesa cinquecentesca dei Santi Rocco e Sebastiano (oggi spazio espositivo), la torre e l’ospedale.

Su Via Marconi, invece, la chiesa della Concezione con il suo magnifico portale a sesto acuto e i palazzi nobiliari Rollo, che fronteggia la chiesa con cortile e scalone loggiato, e Giacone, con doppio cortile privato e scala catalana all’interno. Di nuovo su Corso Umberto I, il palazzo Ciaccio in pietra arenaria a faccia vista con cortile colonnato centrale, il prospetto della chiesa del Purgatorio adibita a Museo d’Arte Sacra e infine il Palazzo del Municipio che immette alla città murata, al cuore antico di Sambuca, a quei vicoli aggrovigliati e sinuosi, ammalianti e conturbati, con la chiesa di San Michele, a tre navate, al cui interno si conserva la statua equestre di San Giorgio, e il torrione del castello poi trasformato in palazzo Panitteri che al primo piano è sede del museo archeologico.

Da Piazza Navarro, richiamati dal labirinto del quartiere arabo, di nuovo smarriti al groviglio di vicoli e di scale, non si possono non visitare le “purrere”, le cave di pietra della città sommersa fatta di camminamenti e antri svuotati nei secoli. Il fascino di Sambuca di Sicilia, dei suoi percorsi che stordiscono per bellezza, lo si coglie nel punto più alto del paese con il Terrazzo Belvedere.

La Piazza Baldi Centelles immette, attraverso una larga scalinata, a quella parte dell'ex Castello di Zabut che costituiva l’acropoli fortificata. Demolite le strutture d’intorno che ancora rimanevano nell’800, fu ricavato questo terrazzo panoramico per celebrarvi il Venerdì Santo, e difatti assunse anche il nome di Calvario.

Qui c’è tutto, della Sicilia, ed è un tutto che somiglia a come si vorrebbe vedere il mondo intero: un panorama che si perde raggiungendo i paesi di Giuliana, di Caltabellotta e di Chiusa Sclafani, e sullo sfondo la catena interna dei Monti Sicani. Non rimane che un’ultima visita al Museo Etno-antropologico Vito Gandolfo, all’Istituzione Comunale Gianbecchina (info al numero 0925 940239) che conserva la più ampia collezione di quadri del grande pittore sambucese, e l’ex Monastero di Santa Caterina con l’esposizione delle sculture in corda di Sylvie Clavel, artista francese del nodo e dell’intreccio.

L’itinerario di Sambuca di Sicilia non può darsi a una fine senza il rito di un dolce che è diventato una sorta di “genius loci” del paese, una prelibatezza dal nome ardito e dalla singolare storia: sono le “Minne di Virgini”, una pasta con ripieno di crema di latte, cioccolato e zuccata, ricoperta con glassa di zucchero. Secondo tradizione, a inventarle fu una monaca del Collegio di Maria, incaricata nel 1725 dalla marchesa di Sambuca di preparare un dolce per il matrimonio del figlio.

Lei, Suor Virginia, prese spunto dalle colline che circondano il paese e ne uscì fuori la forma tonda di un seno dal capezzolo pronunciato, che tanto sarà piaciuto a Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ne “Il Gattopardo” lo lodò con le parole del Principe di Salina: “…sviolinature in maggiore delle amarene candite, timbri aciduli degli ananas gialli e trionfi della gola, col verde opaco dei loro pistacchi macinati, impudiche “Paste delle Vergini”.» Impudiche, appunto, e buonissime per chi le afferra fra i denti con un sorriso acuto, lasciando Sambuca come un luogo del cuore tra i più belli che vi siano in Sicilia.

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