Hpv, si vaccinano solo 2 adolescenti su 10: Sicilia indietro su prevenzione e screening
La copertura vaccinale anti-Hpv è di molto inferiore alla media nazionale. "I dati non sono confortanti". L'intervista al professore Claudio Costantino
In Australia, nel 2021, per la prima volta dall’inizio delle rilevazioni, non è stato diagnosticato alcun caso di tumore della cervice uterina nelle donne sotto i venticinque anni. Nello stesso anno il tasso complessivo della malattia è sceso a 6,3 casi ogni centomila donne, mentre il Paese conferma l’obiettivo di diventare il primo al mondo a eliminare il cancro cervicale come problema di sanità pubblica entro il 2035.
Non si tratta di un miracolo, né di una scoperta improvvisa. È il risultato di una strategia costruita nel tempo: vaccinazione contro l’Hpv (acronimo di Human Papilloma Virus), screening organizzati, diagnosi precoce e trattamento delle lesioni prima che possano trasformarsi in tumore. La stessa direzione indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che definisce “eliminazione” del tumore della cervice il raggiungimento di un’incidenza inferiore a 4 casi ogni centomila donne e fissa tre obiettivi: vaccinare il 90% delle ragazze entro i quindici anni, sottoporre a screening il 70% delle donne e trattare il 90% delle lesioni precancerose e dei tumori invasivi.
La notizia australiana sembra lontana, ma in realtà parla anche a noi. Perché l’Hpv non è una questione marginale né un tema che riguarda soltanto alcune persone. Al contrario, è un virus molto diffuso, spesso silenzioso, che nella maggior parte dei casi viene eliminato spontaneamente dall’organismo, ma che in circa il 20% dei casi si trasforma in una infezione cronica e apre la strada a lesioni precancerose e tumori. Il più noto è quello della cervice uterina, ma non è l’unico: l’Hpv può essere infatti associato anche a tumori dell’ano, del pene, della vulva, della vagina e dell’orofaringe (distretto testa collo) oltre che ai condilomi genitali (lesioni benigne che però richiedono trattamenti chirurgici e recidivano spesso).
È proprio qui che il vaccino cambia la prospettiva. Non interviene quando la malattia è già arrivata, ma prima dell’infezione, delle lesioni e prima che un rischio invisibile diventi una diagnosi.
In Sicilia, però, la distanza tra ciò che oggi la medicina permette di fare e ciò che concretamente si riesce a fare resta ancora ampia. «I dati non sono confortanti», dice il professore Claudio Costantino, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, docente dell’Università degli Studi di Palermo e presidente della sezione siciliana della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica.
Il problema, spiega, non è l’efficacia del vaccino, dato che quello somministrato in Italia è lo stesso utilizzato dal 2008 nel resto del mondo, compresi i Paesi che stanno ottenendo risultati importanti. La differenza sta altrove: nella capacità di raggiungere le famiglie, di spiegare, di convincere senza imporre, di trasformare una possibilità sanitaria in una scelta consapevole.
In questo, la stagione del Covid non ha aiutato: ha aumentato dubbi e diffidenze, alimentando quella che in sanità viene definita “esitazione vaccinale”, anche nei confronti di vaccini già consolidati. Eppure, spiega il medico, «parliamo di un vaccino con un profilo di sicurezza elevatissimo, utilizzato da anni e somministrato in decine di milioni di dosi nel mondo senza problemi». La sfida oggi in Italia è, quindi, «aumentare la consapevolezza e la fiducia dei genitori e degli stessi ragazzi», osserva Costantino. E il nodo è soprattutto culturale.
Nel caso dell’Hpv, poi, tutto si complica perché la vaccinazione viene proposta in un’età delicata, con l’obiettivo di precedere l’inizio dell’attività sessuale: dagli undici anni, quando i figli sono ancora percepiti dai genitori come bambini, ma entrano già nella fase dell’adolescenza. «Eppure - come sottolinea il medico - è proprio quello il momento migliore per intervenire, perché il vaccino funziona al massimo della sua efficacia se somministrato prima dell’esposizione al virus e perché, vaccinandosi entro i quindici anni, sono previste due dosi invece di tre».
«I genitori vogliono documentarsi, ed è giusto che sia così», aggiunge. Ma per farlo hanno bisogno di qualcuno che sappia parlare con loro. La disponibilità del vaccino, da sola, non sempre è sufficiente: occorre costruire occasioni di ascolto e informazione, in cui le famiglie possano ricevere risposte chiare su efficacia, sicurezza, modalità di somministrazione e benefici. Solo così diventa più semplice comprendere che cos’è l’Hpv, come si trasmette, perché riguarda sia le ragazze sia i ragazzi e perché non conviene aspettare.
È quindi anche una questione di comunicazione sanitaria. «Si è persa un po’ quella capacità di colloquiare con i genitori, di placare ansie e timori», continua. Una medicina capace non solo di prescrivere, ma di accompagnare, instradare e rassicurare. Perché la prevenzione, soprattutto quando riguarda gli adolescenti, passa spesso da una conversazione fatta bene.
I numeri raccontano quanto questa conversazione resti centrale nelle politiche di prevenzione. Secondo i dati del Ministero della Salute aggiornati al 31 dicembre 2024, in Sicilia la copertura completa anti-Hpv tra le ragazze nate nel 2012 si ferma al 23,37%, contro una media nazionale del 51,18%. Anche tra i ragazzi la distanza resta forte: per la stessa coorte, il ciclo completo riguarda il 19,23%, contro il 44,65% della media italiana. Sono percentuali lontane dagli obiettivi fissati dalla sanità pubblica e ancora più lontane dal modello australiano.
A Palermo, al momento, così come a Catania, non esiste un dato ufficiale recente sulle singole coorti adolescenziali, ma il quadro che arriva dagli ambulatori è chiaro: la copertura resta bassa. A pesare, rispetto ad altre città siciliane dove l’adesione è più alta, sono le dimensioni del bacino di utenza, la forte eterogeneità sociale e culturale e la difficoltà di costruire percorsi capillari, capaci di arrivare anche alle famiglie meno raggiunte dai canali ordinari. È qui che si vede come la vaccinazione non sia solo una questione di disponibilità: conta il modo in cui viene proposta e spiegata.
C’è poi un altro elemento che pesa: il vaccino anti-Hpv non è obbligatorio per l’accesso a scuola. E questo, nella pratica, fa la differenza. Le vaccinazioni obbligatorie dell’infanzia arrivano più facilmente alle famiglie anche perché entrano dentro un percorso amministrativo preciso. L’Hpv, invece, richiede una scelta attiva e «stupisce che non venga presa dalle famiglie dato che questo vaccino protegge da numerosi tipi di cancro».
«In Sicilia tendenzialmente la vaccinazione anti-Hpv viene recuperata tardi, per mancanza di informazioni, rinvio o sottovalutazione: quando sono già comparse lesioni o quando l’attività sessuale è già iniziata, come spesso accade all’università. Questo ne riduce l’efficacia e richiede una dose in più. Quando invece si vaccina a undici anni, di solito è perché arrivano famiglie già informate, oppure genitori che hanno vissuto da vicino esperienze legate al papillomavirus», spiega Costantino.
«Una volta - ricorda - esisteva la medicina scolastica: il medico entrava negli istituti, incontrava i genitori, spiegava, raccoglieva i consensi e poi tornava per vaccinare». Un modello che, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, fu applicato con grande successo anche per un’altra vaccinazione capace di prevenire un tumore: quella contro l’epatite B, infezione che può essere associata allo sviluppo del tumore epatico. «Oggi in Italia e nel resto del mondo - sottolinea il medico - l’epatite B è quasi azzerata nei soggetti con meno di 50 anni grazie alla vaccinazione».
Quel sistema, nato proprio nel nostro Paese, non esiste più in modo strutturato. Eppure la scuola potrebbe tornare a essere uno dei luoghi decisivi per intercettare l’età giusta, parlare agli adolescenti e ridurre le disuguaglianze: tra chi ha già un pediatra attento, una famiglia preparata, una rete sanitaria vicina, e chi invece non arriva spontaneamente a informarsi. È anche su questo, osserva Costantino, che si gioca una parte della differenza con Paesi come Australia e Regno Unito, dove il modello della vaccinazione scolastica ha contribuito a raggiungere adesioni molto elevate.
Anche perché sull’Hpv resistono ancora molti equivoci. Il primo è che riguardi solo le donne. «Non è così», sottolinea il medico. «Nelle donne il virus è associato soprattutto al tumore della cervice uterina, ma negli uomini può causare condilomi genitali, tumori del pene e dell’ano. In entrambi i sessi, inoltre, l’Hpv può essere associato anche a tumori dell’orofaringe». Vaccinare i ragazzi significa quindi proteggerli direttamente e, allo stesso tempo, ridurre la circolazione del virus.
Il secondo equivoco riguarda il tempo. «L’Hpv può restare silente per anni e poi manifestarsi quando l’organismo attraversa una fase di maggiore fragilità immunitaria. Scoprire un’infezione non significa necessariamente che il contagio sia recente, né può essere trasformato automaticamente in un sospetto sulla vita di coppia», aggiunge Costantino. Anche questo va spiegato, perché lo stigma è uno dei nemici della prevenzione: quando una malattia viene caricata di vergogna, se ne parla meno, ci si informa meno e ci si controlla più tardi.
Il vaccino oggi disponibile protegge contro nove tipi di Hpv, di cui sette sono ad alto rischio oncogeno: i ceppi 16, 18, 31, 33, 45, 52 e 58 sono responsabili di quasi il 90% dei tumori Hpv correlati; i ceppi 6 e 11, invece, sono considerati a basso rischio, ma sono tra i principali responsabili dei condilomi genitali.
In Sicilia è offerta gratuitamente a ragazze e ragazzi dagli undici anni: due dosi fino ai quindici anni, tre dosi dopo i quindici. La gratuità riguarda anche le donne nate dal 1996 in poi e gli uomini nati dal 2003 in poi, se non già vaccinati, oltre ad alcune categorie a rischio, tra cui le persone con positività documentata ad alcuni ceppi di Hpv e i partner di soggetti positivi, secondo le indicazioni previste.
Il vaccino non esaurisce il tema. La prevenzione dell’Hpv ha due gambe, la vaccinazione e lo screening: la prima serve a evitare l’infezione da alcuni ceppi del virus; il secondo permette di individuare precocemente eventuali lesioni, prima che possano evolvere in tumore, attraverso controlli periodici come Pap test e Hpv test. Non si tratta di prestazioni accessorie. In Italia vaccinazioni e screening oncologici rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza, cioè nelle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve garantire ai cittadini. Ma perché un diritto sanitario diventi prevenzione reale non basta che esista sulla carta.
Secondo il rapporto PASSI Sicilia 2023-2024, a Palermo circa sette donne su dieci tra i 25 e i 64 anni hanno eseguito un test di screening cervicale nei tempi raccomandati. Il dato, però, va letto insieme alla modalità di accesso: nel territorio palermitano resta più contenuta la quota di screening effettuata all’interno del programma organizzato, mentre pesa di più l’iniziativa personale.
Significa che molte donne si controllano, ma spesso lo fanno perché possono contare su un ginecologo di riferimento, su una maggiore familiarità con la prevenzione o sulla possibilità di prenotare, pagare e orientarsi dentro il sistema sanitario. Lo screening organizzato dovrebbe servire esattamente a colmare questa distanza, raggiungendo anche chi non si muove da sola, chi rimanda, chi non sa quando deve fare il test o non riceve informazioni chiare.
La lezione australiana, allora, non è soltanto sanitaria. È politica, culturale e organizzativa. Dice che un tumore può diventare sempre più raro non perché si cura meglio quando arriva, ma perché si intercetta prima. Dice che la prevenzione funziona quando è continua, accessibile, spiegata bene, portata nei luoghi dove le persone vivono: scuole, università, ambulatori, consultori e studi pediatrici.
È una direzione verso cui anche la Regione Sicilia si sta muovendo. «Serve un lavoro costante di sensibilizzazione», osserva Costantino.
Per questo, accanto all’attività ordinaria dei centri vaccinali, sono state avviate iniziative di informazione e vaccinazione rivolte anche ai più giovani, con l’obiettivo di spiegare i rischi dell’Hpv, chiarire chi ha diritto alla gratuità e offrire concretamente la vaccinazione.
Perché alla fine il punto è che la prevenzione serve a spostare il tempo della medicina: non più dopo, quando bisogna rincorrere la malattia, ma prima, quando è ancora possibile evitarne una parte importante. Ed è lì, in quel “prima”, che Palermo e la Sicilia devono provare a recuperare terreno.
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