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I borghi fantasma della Sicilia fascista: i progetti per recuperarli dall'abbandono

Sono stati realizzati tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento: oggi il governo regionale intende recuperarne la memoria e l'ambiente stanziando dei fondi

Balarm
La redazione
  • 16 settembre 2019

Scorcio della piazza principale di Borgo Pietro Lupo, frazione di Mineo (Catania)

Tornano a nuova vita tre borghi rurali siciliani degli anni Quaranta costruiti su incarico del governo fascista: si tratta del Borgo Lupo, in provincia di Catania, di Borgo Bonsignore, nell’agrigentino e di Borgo Borzellino, in provincia di Palermo (guarda il video di Borgo Riena, che è stato esplorato da Vicky Royll).

Ne sono stati censiti circa 80, realizzati tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, e sono disseminati nell’immensa campagna siciliana. Si tratta di borghi, villaggi rurali, case cantoniere e piccoli raggruppamenti di case coloniche previsti dai vari piani per lo sviluppo del sistema agricolo siciliano che si sono succeduti dall’inizio del secolo scorso

Il governo regionale ha intanto stanziato circa quattordici milioni di euro per riqualificare e valorizzare i tre degli otto borghi costruiti, su decisione del governo italiano, dall’Ente per la colonizzazione del latifondo siciliano tra il 1939 ed il 1943, passati all’Eras e poi all’Esa, ormai in condizioni di quasi abbandono.

I finanziamenti sono coperti dalle risorse che provengono da un Fondo speciale, istituito nell’assessorato regionale ai Beni culturali.

Nello specifico, per il recupero di Borgo Lupo vengono destinati cinque milioni e 775mila euro: la sua edificazione prende il via il 16 dicembre 1940 e viene completato nel maggio 194, prende il nome dal catanese Pietro Lupo, medaglia d'oro al valor militare.

Ai lavori di riqualificazione di Borgo Bonsignore è destinata la somma di due milioni e 500mila euro: il borgo rurale fu intitolato ad Antonio Bonsignore, capitano dei Carabinieri, nato ad Agrigento e medaglia d'oro al Valore Militare caduto in combattimento a Gunu Gadu, nell'Africa Orientale Italiana il 24 aprile 1936, nella Seconda battaglia dell'Ogaden.

Il progetto era dell'ingegnere Donato Mendolia e fu costruito dall'impresa Ferrobeton. L'Ente aveva munito il complesso del Borgo di municipio, scuola elementare, ristorante, 25 case coloniche, ufficio postale, caserma dei Carabinieri, ambulatorio medico, chiesa parrocchiale e vi furono inviati con l'obbligo di residenza un medico, una levatrice, un ufficiale d'ordine e due guardie.

Infine sono stati stanziati cinque milioni e 500mila euro per il Borgo Borzellino: i lavori cominciarono agli inizi degli anni Quaranta ma furono interrotti dallo sbarco degli alleati del 1943 e ma doveva essere uno dei borghi di classe elevata che avrebbe dovuto avere tutti gli accessori e tutte le comodità.

Il progetto originario subì comunque delle modifiche dopo la guerra e fu terminato soltanto nel 1955 quando la costruzione di tali borghi era oramai poco ottimistica visti i risultati dell’esperimento negli anni precedenti.

«Con questa iniziativa – afferma il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci – raggiungiamo due obiettivi: anzitutto, il recupero di uno straordinario patrimonio di architettura rurale appartenente alla storia contadina della nostra Isola e che rischia di scomparire del tutto; e la restituzione a territori poveri dell’entroterra di tre strutture da destinare ad attività compatibili col contesto, a cominciare dall’agriturismo o dal turismo rurale. I Borghi furono elementi centrali di un processo di trasformazione del mondo agricolo e oggi, per la loro ubicazione, per la loro concezione urbanistica e per le loro architetture, rappresentano una testimonianza storica e culturale unica».

Del resto i borghi rurali siciliani, o almeno quel che ne resta, sono testimoni non solo della storia della nostra Regione ma anche di un frammento della storia d’Italia che affonda le proprie radici nei primi anni Venti del Novecento.

Con la conquista del potere da parte dei fascisti, negli anni Venti, iniziò una serrata pianificazione del territorio agricolo che prevedeva, oltre alle bonifiche delle zone paludose, un piano di interventi coordinato che riguardasse il settore idrico, energetico e infrastrutturale, nell’ottica di favorire lo sfruttamento agricolo di ampie zone d’Italia come chiarito nel “primo decreto reale in materia di bonifiche” pubblicato il 30 dicembre 1923.

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