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Il caso del gelato "pistacchio gay" a Catania: è polemica ma "non cambieremo il nome"

La scelta fa discutere e divide non solo a Catania dove gli attivisti LGBTQ+ invitano a riflettere sul corretto uso delle parole. Che cosa dicono invece i gestori della gelateria

Noemi Costanzo
Giornalista pubblicista
  • 12 gennaio 2026

il gusto "Pistacchio Gay" nella gelateria di Catania

A Catania, città di sole, mare e granite, non è stato un fatto di cronaca nera né una decisione politica a far discutere cittadini e web. A scatenare la polemica è stato un gelato. O meglio, il nome scelto per quest’ultimo: “Pistacchio Gay". Una denominazione comparsa sul bancone di una gelateria del centro storico che, nel giro di pochi giorni, ha acceso un dibattito ben più ampio del gusto in sé, toccando temi come linguaggio, stereotipi, rispetto e diritti.

Il gusto in questione è una variazione creativa del classico pistacchio siciliano: una base verde con un cuore rosa. Un accostamento cromatico che ha ispirato i titolari del locale a scegliere un nome che, nelle loro intenzioni, doveva essere una trovata simpatica e commerciale, ma che è stata letta da molti come un messaggio ambiguo e potenzialmente offensivo.

Ha preso posizione sulla vicenda Luigi Tabita, attivista LGBTQ+ e direttore del Giacinto Festival a Noto, che da anni si batte per i diritti della comunità. Le sue dichiarazioni, raccolte nei giorni scorsi, tracciano un quadro critico e riflessivo sulla situazione. «Scrivere "pistacchio gay" in un luogo come una gelateria, spesso frequentata da bambinə e giovanissimə, può alimentare bullismo e stereotipi, soprattutto in una cultura machista come la nostra, che associa il rosa al femminile e lo considera "debole". Il lavoro da fare è culturale e parte proprio dal linguaggio. Ricordiamoci come la lingua restituisce e, contemporaneamente, impone una visione del mondo».

Tabita sottolinea come in molte scuole italiane la parola "gay" sia ancora usata in senso negativo, non sempre legata all’orientamento sessuale reale, ma come insulto o sinonimo di debolezza. Questo, spiega, crea un ambiente in cui certi messaggi - anche se apparentemente ironici - possono rafforzare atteggiamenti discriminatori. Secondo lui, il problema non è solo locale ma riflette una regressione culturale del Paese, che richiede un lavoro educativo e linguistico più profondo. “Quando vado nelle scuole per dei progetti, sento ancora oggi nei corridoi usare la parola gay con un’accezione negativa… Mentre sulla disabilità si sono fatti passi avanti grazie a un linguaggio più inclusivo, su gay questo non è ancora avvenuto».

La scelta del nome, secondo Tabita, rischia di mandare un messaggio pericoloso, soprattutto a giovani e bambini che si confrontano con la diversità ogni giorno. «Il colore rosa continua a essere oggetto di scherno… È lo stesso meccanismo che abbiamo visto nel film sul ‘Ragazzo dai pantaloni rosa’, bullizzato fino al suicidio. L’orientamento sessuale non può diventare un’etichetta da deridere o da associare a debolezza e frivolezza».

Di fronte alle critiche, i gestori della gelateria non hanno ceduto alla pressione mediatica. Ai nostri microfoni, il titolare ha spiegato le ragioni del nome scelto e il senso che voleva comunicare. «Gay in inglese vuol dire anche allegro, abbiamo preso spunto da qui. Non vogliamo screditare o offendere nessuno! Ad oggi non cambieremo il nome del gelato, non ci sentiamo dalla parte del torto!». Secondo i responsabili del locale, infatti, il termine “gay” è stato usato nella sua accezione più arcaica e internazionale legata all’allegria, alla spensieratezza e alla vivacità del gusto stesso, e non come riferimento all’orientamento sessuale o come insulto. Questo uso del linguaggio, sostengono, vuole essere un richiamo giocoso e positivo piuttosto che polemico.

Il caso del “Pistacchio Gay” dimostra come anche una scelta apparentemente leggera possa aprire un confronto più ampio sul linguaggio e sul rispetto delle identità. Da un lato c’è chi vede solo una scelta innocua, dall’altro chi invita a riflettere sull’impatto sociale delle parole. Una cosa è certa: la polemica scoppiata a Catania non parla solo di gelato, ma racconta le tensioni di una società che ancora fatica a fare i conti con stereotipi, inclusione e cambiamento culturale.
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