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Il Covid e la disoccupazione femminile: è una perdita economica, prima che "di genere"

Le misure di contenimento hanno avuto un impatto specifico sul lavoro femminile. I dati dell'Istat sono impietosi: in un anno oltre 300 mila lavoratrici hanno perso il posto

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 7 febbraio 2021

«La ripresa Europea è trainata dall'occupazione femminile». Sono le parole di Mario Draghi nel 2017 quando presiedeva la BCE: «Il Pil è trainato da donne e lavoratori stranieri.

Se queste considerazioni erano a carattere europeo sei anni prima, nel 2011 e prima di lasciare Bankitalia, il tema della discussione era più specifico e rivolto al nostro Paese: «La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema».

Considerazioni che mai come oggi sono un ulteriore presagio di recessione. I dati dell'Istat sull'occupazione Italiana sono impietosi, solo tra novembre a dicembre del 2020 gli occupati sono diminuiti di 101 mila unità, di cui 99 mila sono donne, mentre su base annua il dato è ancora più preoccupante con oltre 300 mila lavoratrici che hanno perso il posto.

Le misure di contenimento del Covid hanno avuto un impatto specifico sul lavoro femminile. Le motivazioni sono ovvie e investono non solo l’ambito lavorativo - professionale ma anche quello famigliare giacché le donne hanno il peso maggiore legato all'assistenza all'interno della famiglia. Come giustamente osserva un euro parlamentare «questa situazione a lungo termine si traduce in scoraggiamento e ulteriore distacco dal mondo del lavoro».



La didattica a distanza e la chiusura di asili ed elementari hanno determinato, nelle lavoratrici con contratti atipici o in nero, la necessità di restare a casa.

È il caso di Alessandra che, ingegnere gestionale con contratto a progetto e con un bimbo di un anno, scaduto il periodo lavorativo non solo non ha più visto rinnovato o trasformato il suo contratto ma ha dovuto scegliere di non cercare altra occupazione, per la mancanza di nidi dove affidare il piccolo.

Ma perché il lavoro delle donne è così importante? Tralasciando ovvie ma mai ritrite rivendicazioni di genere, il dato è strettamente economico: affidarsi a un bilancio familiare basato su un solo reddito, vuol dire contrarre i consumi e rallentare la ripresa dell'economia.

Gli impegni assunti per il "primo bene rifugio" degli italiani - ossia, la casa - comportano necessariamente uno stipendio ulteriore a quello principale, impegno assunto dalla donna che prima della pandemia contribuiva in maniera determinante all'economia familiare.

Vi è poi un fatto che non va sottovalutato, se uscire dal mondo del lavoro vuol dire, in tempi normali, star fermi per diversi mesi, in casi così straordinari può determinare il non rientravi più. Se poi andiamo oltre la contrazione dei consumi e parliamo di sussistenza, non è difficile immaginare cosa ha rappresentato la pandemia per tutte quelle lavoratrici impegnate nei lavori di pulizia e assistenza ad anziani e disabili.

Prive di qualsiasi ammortizzatore sociale e senza "ristori" hanno dovuto fare i conti con la povertà. Inoltre Il loro mancato apporto nella cura dei più fragili ha risucchiato all'interno della spirale della disoccupazione anche altre donne che, senza aiuto, hanno dovuto fare la dolorosa scelta di lasciare il lavoro.

È il caso di Sonia, una badante che ogni giorno prendeva il pullman da Palermo per andare ad assistere un’anziana malata di Alzheimer. Con il perdurare della zona rossa e impossibilitata a spostarsi quindi è stata costretta a rimanere a casa.

Se l’età che ha maggiormente sofferto la disoccupazione è quella tra i 16 e i 34 anni, come non preoccuparsi poi di tutti quei ragazzi, che iscritti all’Università spesso in altre in altre regioni, hanno dovuto fare i conti con l’improvvisa mancanza di quei “lavoretti“ che consentivano loro di pagarsi gli studi. Con la chiusura in particolare delle attività di ristorazione questi ragazzi si sono trovati privi di un’importante fonte di guadagno, ricadendo economicamente sulle famiglie.

Situazione ancora più drammatica per chi si era spostato per lavorare fuori regione. È il caso di Giorgia di Porto Empedocle che a maggio 2020 così parlava della sua situazione all'Huffpost: «Chiedo di mettersi nei panni di studenti e di gente che ha perso il lavoro come me».

Trasferitasi in Veneto, era costretta a pagare affitti esorbitanti, ma l’azienda priva di commesse l’aveva licenziata. Sola, lontana da casa, confusa, aveva dovuto chiedere al Governatore Musumeci di poter rientrare. Se per un uomo questi sono fallimenti drammatici, per una donna lo sono ancora di più perché è insita la consapevolezza che potrebbe non esserci più un’altra opportunità.

Leggendo i dati dell'Istat si evince che nei numeri forniti sono comprese tante lavoratrici del Sud. La situazione non è migliore per i lavoratori autonomi.

Come mi riferisce la mia amica Rosalba di Siracusa ad esempio, la maggior parte dei negozi della zona ha dovuto chiudere le serrande. Quei pochi che sono riusciti a riaprire, specie nel settore dell’abbigliamento, sono stati costretti a una politica di prezzi da svendita, pur in periodo di saldi.

Non è difficile immaginare quante donne erano impiegate o erano proprietarie di queste attività. Se il lavoro femminile e la crescita del Pil sono collegati, compito del prossimo governo sarà di considerare l’apporto spesso nascosto e non sufficientemente apprezzato che il lavoro femminile ha dato all'economia del nostro paese.

È quel volano che permetterà di recuperare un potere d’acquisto che negli anni è sempre di più sceso, la capacità di fare programmazione per il futuro, e non ultimo riconoscere alla donna libertà e dignità.
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