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Il mare di San Vito liberato da una rete di 2500 metri: il recupero della "trappola" in un video

Le reti spadare sono dispositivi estremamente pericolosi per la fauna marina e illegali. La rete di San Vito lo Capo, copriva una bellissima parete intrappolando moltissime forme di vita. IL VIDEO

Balarm
La redazione
  • 29 giugno 2021

La Divisione Subacquea di Marevivo si è immersa nelle acque dell'Isola delle Femmine e di San Vito Lo Capo liberandole da due reti fantasma, tra cui una rete spadara derivante lunga oltre 2.500 metri.

Le reti spadare sono dispositivi estremamente pericolosi per la fauna marina e per questo illegali e in Italia dal 2002, ma nonostante questo continuano a essere utilizzate minacciando gli ecosistemi marini.

Questi recuperi sono stati decisamente impegnativi sia per le dimensioni delle reti recuperate e per la loro natura sia per la profondità a cui i subacquei hanno dovuto operare. La rete di San Vito lo Capo, copriva una bellissima parete intrappolando moltissime forme di vita. I biologi presenti hanno eseguito un’accurata valutazione degli organismi concrezionati sulla rete.

«Le specie sessili (fisse alla rete) protette e di grande valore ecologico - spiega Massimiliano Falleri, responsabile della divisione Subacquea di Marevivo-, sono state liberate dalle maglie, rimosse dal substrato antropico e riposizionate sul fondale roccioso mediante una tecnica di trapianto con l’utilizzo di mastice subacqueo. In particolare, le gorgonie bianche (Eunicella singularis) che avevano iniziato a colonizzare la rete sono state liberate. Nella fase successiva ci siamo occupati soprattutto delle specie rimaste intrappolate nella rete come Echinodermi, Crostacei, Platelminti che sono stati prontamente riportati in acqua» .



L'operazione che ha permesso di recuperare oltre 3mila metri di reti in fondo al mare è condotta nell'ambito di Linea Gialla, il progetto di tutela ambientale di DHL Express Italy e Federazione Italiana Pallavolo in collaborazione con Marevivo e si svilupperà in diverse tappe sul territorio nazionale.

Secondo quanto scrive l'organizzazione che si occupa della tutela del mare, le attrezzature da pesca abbandonate sono i rifiuti maggiormente rinvenuti nei mari di tutto il mondo, e rappresentano una delle più serie minacce alla biodiversità marina. «Se a terra le nostre spiagge soffrono a causa della presenza di rifiuti - si legge sul sito - la situazione è ancora peggiore nelle profondità marine: secondo un rapporto realizzato da FAO e Unep (2009), ogni anno in tutto il mondo vengono abbandonate o perse dalle 640.000 alle 800.000 tonnellate di attrezzi da pesca (reti, cordame, trappole, galleggianti, piombi, calze per mitilicoltura). Il Great Pacific Garbage Patch, più comunemente noto come “isola di plastica”, è costituito per il 46% da attrezzature e reti da pesca e anche nel nostro Mediterraneo, recenti ricerche condotte in diverse località, indicano che gli attrezzi da pesca possono rappresentare la maggior parte dei rifiuti marini registrati, con cifre che raggiungono anche l’89%».

Nel video l'operazione di recupero della rete gigante.
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