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Il murale sulla Resistenza fa litigare tutti a Palermo: il caso arriva in Parlamento

Doveva parlare di memoria e libertà e invece, nel giro di poche ore, è diventato oggetto di scontro. La parlamentare Varchi presenta un'interrogazione al ministro Valditara

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 2 marzo 2026

Il murales "Morti per la libertà" all'Alberico Gentili di Palermo

Un murale sulla Resistenza che doveva parlare di memoria e libertà. E che invece, nel giro di poche ore, è diventato terreno di scontro politico. Succede a Palermo, all’Alberico Gentili, dove nei giorni scorsi è stata inaugurata l’opera realizzata da Igor Scalisi Palminteri sulla facciata dell’istituto.

Un lavoro che, nelle intenzioni, vuole consegnare agli studenti un frammento di storia italiana attraverso l’arte pubblica. Non un’allegoria generica, ma due volti precisi: Pompeo Colajanni e Olema Righi.

Colajanni, nato a Enna nel 1906, ufficiale dell’esercito, dopo l’8 settembre 1943 fece una scelta netta: lasciò il Sud e salì al Nord per unirsi alla Resistenza. Con il nome di battaglia “Nicola Barbato” guidò formazioni partigiane in Piemonte, distinguendosi nelle operazioni che portarono alla liberazione di Torino. Dopo la guerra entrò nel governo Parri come sottosegretario e in seguito fu parlamentare della Repubblica: una traiettoria che lega direttamente la Resistenza alla nascita della democrazia italiana.

Accanto a lui, nel murale, c’è Olema Righi, la “staffetta partigiana in bicicletta”. Il suo ruolo racconta un’altra dimensione della Liberazione: quella delle donne, spesso giovanissime, che attraversavano città occupate e posti di blocco per trasportare messaggi, armi, viveri, informazioni. Senza le staffette, la rete clandestina non avrebbe retto. Figure meno celebrate nei manuali, ma decisive nei fatti. Mettere il suo volto su un muro scolastico significa anche restituire centralità a una memoria femminile della Resistenza, troppo a lungo rimasta ai margini del racconto pubblico.

Attorno a questi due volti compaiono i simboli della lotta antifascista: il tricolore e una bandiera rossa. Ed è proprio quest’ultima ad aver acceso la polemica.

«Desta molte perplessità la scelta di realizzare, sulla facciata di una scuola pubblica, un murale dove campeggia una bandiera rossa comunista», afferma la deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi, parlando di propaganda «camuffata da ricordo della Resistenza».

Secondo Varchi l’iniziativa sarebbe «chiaramente orchestrata dall’Anpi, associazione notoriamente e storicamente schierata politicamente». Se l’intento fosse stato soltanto quello di «esaltare il ruolo di uomini e donne antifascisti», sostiene, «sarebbe bastato il tricolore, simbolo che unisce tutti. Invece si è voluto inserire una bandiera divisiva, quella rossa comunista, per fare becera propaganda politica in una scuola pubblica».

La parlamentare ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per chiarire «se e a quali condizioni un’associazione politicamente connotata possa utilizzare la facciata di una scuola pubblica per veicolare messaggi che risultano chiaramente orientati». E aggiunge: «La scuola deve essere un luogo di formazione libera e pluralista, non uno strumento di trasmissione di messaggi politici o ideologici. È fondamentale evitare qualsiasi tentativo di indottrinamento dei giovani studenti».

Di segno opposto la posizione di Giusto Catania, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Giuliana Saladino ed ex assessore comunale, che parla di «vergognosa e indebita pressione all’autonomia della scuola». «Non è la prima volta che i parlamentari della destra pensano che la scuola sia una proprietà privata del governo e dei partiti di maggioranza: vogliono decidere la mobilità dei dirigenti scolastici, cosa si deve insegnare in classe, come si devono usare gli spazi degli edifici scolastici. Bisogna dire basta alle intimidazioni e alle ingerenze sulla scuola pubblica», scrive.

Per Catania «la simbologia di questo bellissimo murale non è propaganda di parte, è l’emblema della Liberazione italiana dal nazifascismo» e ricorda che «la scuola autonoma è una istituzione della Repubblica, nata dalla Costituzione antifascista», esprimendo solidarietà al dirigente scolastico dell’Alberico Gentili Attilio Grisafi.

La discussione, però, va oltre il botta e risposta politico. Tocca il nodo, sempre delicato, del rapporto tra memoria e spazio pubblico. Un murale non è solo un’opera estetica: è un segno che resta, un racconto che occupa un luogo e lo definisce. E quando entra in una scuola, inevitabilmente assume un valore educativo.

All’Alberico Gentili quel racconto parla di uomini e donne che, in un momento decisivo della storia italiana, scelsero da che parte stare, legando quella stagione a biografie precise. Per alcuni è un gesto necessario di memoria civile; per altri una scelta divisiva.

Intanto gli studenti entrano ed escono da quell’edificio passando sotto quegli sguardi. La polemica si consumerà tra dichiarazioni e interrogazioni. Il murale, invece, resterà lì. A ricordare che la Resistenza non è solo una pagina di libro, ma una storia fatta di scelte individuali e di rischi.
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