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Il re impotente e le "milinciane ammuttunate" (effetto viagra): una leggenda palermitana

Parliamo delle melanzane formato chihuahua che nella cucina siciliana si usano per un piatto solo: le melenzane ammuttunate che in siciliano vuol dire ripiene

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 20 aprile 2021

Le melenzane ammuttunate siciliane

Allora, tutto parte da una passeggiata al Capo di Palermo, a cui si accede da una delle più antiche porte della città. Ora, essendo stato il sottoscritto colpito dalla sindrome di "Masterchef", come il sommo poeta nella selva oscura, mi ritrovai a sondare lo detto mercato imitando Bruno Barbieri come negli anni '90 tentavo di imitare Indiana Jones ogni volta che trovavo un fossile in montagna.

Quando a Palermo si pronuncia "è iddu", cioè "è lui", non ci si riferisce al pronome personale usato come complemento. Quando si dice "è iddu", ci si riferisce al raggiungimento del processo di maturazione che "buddisticamente" parlando rappresenterebbe il coronamento di uno stato di innalzamento che corrisponde all’illuminazione chiamata "Nirvana".

Ragion per cui, se vi trovate a Palermo e sentite dire "iddu è" non tiratevi indietro e comprate ad occhi chiusi perché significa che il lotto è di buona qualità. In parole povere, o "in buona sostanza", come diceva l'avvocato diabetico di Johnny Stecchino, significa che non vi potete sbagliare.



Detto questo (perdonate la divagazione), trovai le melanzane formato chihuahua che nella cucina siciliana si usano per un piatto solo: le melenzane ammuttunate che in siciliano vuol dire ripiene (leggi qui la ricetta).

Dunque, tornando al connubio sindrome di Masterchef/ricetta arcaica, non mi restò che utilizzare quel tunnel malefico senza luce chiamato "internet" al fine di trovare la versione più celestiale che mi avrebbe garantito l'ingresso al regno dei cieli. Dopo tre ore di letture maledette vidi la mia verità.

Trovai una leggenda creata dal food blogger Michelangelo di "Cibo e leggende" che mi gettò in una profonda depressione associata a visioni mistiche e crisi di identità: la leggenda del re impotente e le "miliciane ammuttunate" effetto viagra, e che mi appresto a raccontare.

C'era una volta a Palermo un re al quale non mancava niente: giovane, bello, conto in banca di quello potente e la fila di femmine che arrivava a Terrasini. Nonostante la vasta gamma e la scelta, il re, un giorno, s'innamoro di una bellissima ragazza di borgata.

"Te lo posso offrere un cottel?". Da questo aforisma Wildeiano scoppiò una passione senza ritorno che portò gli innamorati a intraprendere quella Via Crusis chiamata matrimonio. Per ogni Pina che si rispetti c'è una signorina Silvani sempre in agguato.

Nel caso del nostro ragionier Re alla riscossa si trattò della cognata, Maria Zitella Addolorata Malefica in Cianorum, contessa dello Sparlamento, che come regalo di nozze pensò a un bel sortilegio in stile Triology: un maleficio per tutta la vita. «Che tu non possa avere erede alcuno», gli disse; fu così che l'atro signore sotto le braghe, giorno dopo giorno, non ebbe più la forza di reggersi in piedi: da forte e virile che era (il controrè) diventò floscio e senza voglia di vivere.

La regina, in profumo di prima notte di nozze, si era preparata il completino intimo firmato per fare la sua figura. Altro che aquila dalle ali aperte dello stemma palermitano, manco un polletto Vallespluga trovò la poveretta. Legittimamente presa dai nervi fece cacciare la sorella strega, la signorina Silvani, e la condannò all'esilio.

Un mese, due mesi, tre mesi, un anno, non ci fu niente da fare. «Allora? Come finì?», chiedevano giustamente le amiche alla regina. «No morto, trapassato completo… manco padre Pio ci può!». Così andò a finire che si dovettero rivolgere al Gran Sacerdote di corte che, o aveva in antipatia la regina, o era pure lui innamorato del re, gli diede il consiglio di lasciare la moglie per spezzare la maledizione.

Da lì in poi ci fu aggravamento nella trama che “I Promessi Sposi” in confronto pare "Kiss Me Licia". Il popolo incominciò a fare macello che voleva un erede, la sposa disperata (e mi pare pure giusto) si fece la pensata di scappare per sempre da casa per salvare il marito, il re che preoccupato della fuga della moglie la fece rinchiudere dentro una torre giorno e notte facendola controllare; insomma, non se ne capì più nulla.

Distrutto dalla situazione il re se ne andò, si buttò in un fondo di letto, e, venendo a conoscenza di un antico profeta che si chiamava Marco Panella, decise di fare lo sciopero della fame. I cuochi provarono in tutti i modi a stuzzicare il palato del re con ricette prelibatissime (che poi vorrei capire che ricette, visto che le melanzane dovevano ancora arrivare, e Cristoforo Colombo ancora doveva importare pomodoro, patate, peperoni, mais, fagioli, zucca, tacchino, cacao… ma che mangiava stu re?). Niente da fare ci fu, la salute del re cominciò a peggiorare.

Un giorno inaspettato si presentò a Palermo (nelle pellicole americane funziona sempre così) uno strano personaggio vestito all'arabesca che in realtà era un potente mago in grado (secondo lui) di spezzare il maleficio (oppure era uno dei re magi che si era dato alla latitanza).

Nonostante il re ripetesse convinto «io vaccino non me ne faccio», alla fine la moglie lo convinse a fare almeno un colloquio. Il mago buttò tutti fuori dalle cucine tranne un giovane servo che si nascose per spiare. «Che cosa sono? Cacca di pecora più grossa?». Invece erano le melanzane che per la prima volta arrivarono a Palermo.

Il mago si mise a praticare dei tagli sugli ortaggi per creare delle specie di sacche nella quale inserire, aglio, caciocavallo, e menta che venivano spinti dentro (appunto ammuttunati). In teoria la ricetta dovrebbe finire qua perché come abbiamo detto il pomodoro doveva ancora arrivare d'oltreoceano, però facciamo finta che c'era una bottiglia di sugo nella dispensa.

Il re non voleva mangiare all'inizio, poi ci prese gusto e si pulì pure il piatto e la sua virilità fu salva. Il mago però, figlio di sua madre, in cambio della guarigione pretese la moglie del re che invece non gliela diede dare manco ammazzato. Quindi indispettito fece un altro piatto alla regina che cadde vittima di una magia d'amore lasciando così il marito che rimase sì virile, ma solo.

Morale: ogni giorno a Palermo un re si alza e sa che "dovrà" (ci siamo capiti) più del mago altrimenti la regina… caput! Ogni giorno un mago a Palermo si alza e sa che dovrà (la stessa cosa) più di un re altrimenti bocca asciutta.

Ogni giorno a Palermo non importa che tu sia un re o un mago, l'importante è che ti mangi le milinciani ammuttunati.
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