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Il siciliano tra i primi comici della storia: recitò versi osceni (pure) davanti alla regina

Da Pirandello, Franco e Ciccio, Ficarra e Picone la nostra isola è sempre stato un vivaio naturale per il teatro e la commedia. Ed è qui che inizia la nostra storia

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 4 novembre 2023

La regina Damarete in un dipinto

Allora, mettiamola così: all’interno del nostro cervello, proprio al centro, dove nell’arancina alla carne ci sta il ragù, abbiamo una piccola parte grossa quanto una mandorla chiamata ipotalamo.

Tra le tante e svariate funzioni che possiede l’Ipotalamo c’è anche quella di rilasciare endorfine, denominati anche ormoni del benessere, ovvero sostanze chimiche dotate di una potente attività analgesica ed eccitante, la cui azione è molto simile a quella della morfina e di altri oppiacei.

Ecco, quando dopo una bella risata sentite infondersi quella confortevole sensazione del malaminchiata contento è proprio per questo motivo.

In tal senso la commedia, quanto la satira, ha svolto storicamente il ruolo di cura ma anche di antidoto contro la negatività, contro la mala sorte, le ingiustizie dei primi ai danni degli ultimi. E chi più della nostra buttanissima Sicilia ha imparato a ridere delle proprie disgrazie?
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Non a caso diciamo: ririri pi ‘un chiànciri.

Pirandello, Franco e Ciccio, Ficarra e Picone, più tantissimi altri che non menziono per questioni di spazio, la nostra isola è sempre stato un vivaio naturale per il teatro e la commedia. E se vi dicessi che il comico più antico della storia è siciliano?

Beh, se ve lo dico io forse mi prendete per rincoglionito, ma ad affermarlo fortemente è nientepopodimeno che Aristotele, quello che vi faceva fare i meglio pezzi di sonno durante le ore di filosofia.

Se non proprio il primissimo, in quanto secondo un’altra scuola di pensiero il primo è stato Aristofane, possiamo sicuramente affermare che comunque Epicarmo (si chiama accussì) è sicuramente il padre della commedia siceliota.

Ma andiamo a conoscerlo meglio! Siamo a Siracusa tra il 524 a.C. e il 435 a.C circa, durante la tirannia di Gelone, uno di quei politici fatti come vuole il Signore che tiene una mano per acchiappare e una per contarsi i piccioli. È proprio in questo contesto che nasce Epicarmo.

Della mamma non ci sono giunte notizie, sappiamo però che suo fratello si chiamava Metrodoro e suo papà, Titiro, faceva il medico.

Ora, fare il medico in Grecia a quei tempi era cosa seria assai, anche perché i greci credevano in Asclepio. il dio della medicina, inoltre è la patria di Ippocrate, considerato padre della medicina moderna e sulla quale è ancora oggi improntato il giuramento che fanno i medici prima di intraprendere la professione.

Morto il papà non se ne fa un altro, ma sia Metrodoro che Epicarmo intraprendono la stessa carriera conseguendo gli studi con 110 & lode e 20 euro senza passare dal via.

Attenzione, ai tempi di Epicarmo, Ippocrate non è ancora nato. pertanto la corrente medica che più ha preso piede in Sicilia, e di cui loro stessi sono degli esponenti, è quella di Pitagora, il tizio della somma dell’area dei quadrati costruiti sui cateteri.

Eh sì, non solo Epicarmo era pitagorico di famiglia, ma ebbe pure la sfortuna di frequentare la sua scuola che tanto normale non era. Perché?

Dovete sapere che Pitagora o era un poco partito di testa oppure fumava erba di quella internazionale. Basta dire che secondo lui la vita era divisa in 4 fasi: 20 anni di fanciullezza, 20 di adolescenza, 20 anni di giovinezza e 20 anni di vecchiaia. Quindi uno morto ad 60 anni, era morto di giovinezza.

Per di più chi riusciva ad essere ammesso come suo studente doveva stare 5 anni senza parlare e senza vederlo finché lui stesso non li avesse considerati degni di farlo.

Così, si stava un quinquennio in aspettativa. Una volta diventati suoi discepoli effettivi c’erano tutta una serie di divieti e comandamenti che bisognava seguire ad ogni costo: non si poteva raccogliere una cosa caduta a terra, vietato toccare i galli bianchi, proibito spezzare il pane, mai scavalcare le travi, liberarsi di ogni sorta di proprietà, ma sopra ogni altra cosa vietatissimo, sacrilegissimo, mangiare le fave.

A Pitagora le fave gli stavano sul kaiz, punto e basta! Infatti morì così, inseguito dalle guardie di Cilone, preferì farsi sgozzare che attraversare un campo di fave.

Ad averci un maestro del genere per forza che si sviluppa il senso dell’umorismo, altrimenti ci si sbatte la testa al muro.

Il rapporto con i pitagorici però durò ben poco perché Epicarmo cominciò a sfruttare gli insegnamenti della scuola (considerati segretissimi) nella propria professione e per questo fu rinnegato e considerato un traditore.

Aprì dunque una propria scuola a Siracusa ma anche quella ebbe vita breve, sia perché i suoi ex colleghi lo abbanniàvano dalla mattina alla sera, sia perché Gelone aveva la mania che tutti i migliori dovevano far parte della sua corte astenendosi dalla pubblica professione e nessuno poteva dirgli di no.

Fu proprio presso la corte di Gelone però che Epicarmo poté finalmente dare libero sfogo alla sua vena comica e cominciare a comporre senza che nessuno gli rompesse le scatole.

E visto il palato fino del pubblico di corte, s’inventò prima di chiunque altro la parodia dei miti e dell’Odissea di Omero, ed è lui ad inserire per la prima volta in teatro la figura del parassita tanto utilizzata oggi. Nella sua carriera comporrà più di 40 commedie, ma non ne resterà nemmeno una se non dei frammenti.

Divenuto famoso in tutta la Magna Grecia, venne accusato dal popolo di essere il commediante dei borghesi.

Forse era un po’ vero, tuttavia mi piace pensare che dentro di lui ancora resisteva il nocciolo duro di quegli insegnamenti così stravaganti, ma altrettanto irriverenti -quelli di Pitagora si intende- che mai gli avrebbero permesso di piegarsi fino in fondo.

Così un giorno si trovò a recitare di fronte ad una regina dei versi così osceni e sconci che lo stesso Gelone dovette bandirlo da corte ed esiliarlo nell’isola di Kos, l’isola dove cent’anni dopo nascerà guarda caso Ippocrate.

Ma quella è un’altra storia perché Epicarmo vivrà una vita lunghissima e magari lo disturbiamo un’altra volta.
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