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Immersa nel verde ispirò "Nuovo cinema Paradiso": qui Tornatore conobbe "Alfredo"

La storia dell'arena che ispirò l'allora 15enne celebre regista bagherese che frequentava le sue sale, ascoltando le storie dei "baci tagliati" e delle pellicole che prendevano fuoco

Tancredi Bua
Giornalista
  • 25 febbraio 2026

Giuseppe Tornatore e Isidoro Mancino

C’è un luogo non lontano da Bagheria, sulla costa del palermitano, in cui la storia di tre figure s’intreccia e sfocia in un film. È una storia nascosta, che non conoscono in molti, che coinvolge un imprenditore, un proiezionista e un regista premio Oscar: il posto che fa da punto di convergenza delle loro vite è l’Arena Paradiso, a Porticello, il cinema immerso in un grande giardino, che prima al suolo aveva la terra battuta, e se si andava con i sandali si finiva in cinque minuti con i piedi impolverati.

In alto, nel fascio di luce azzurra emesso dal proiettore, il pulviscolo sospeso sembrava la materia di cui sarebbero state tessute le immagini, viaggiando a velocità lampo dalla cabina di proiezione al grande schermo. I protagonisti di questa storia sono il fondatore dell’Arena Paradiso, Nino Balistreri, il proiezionista Isidoro Mancino e il regista Giuseppe Tornatore; il film su cui queste tre vite sembrano convergere, qualora qualcuno non avesse ancora fatto il collegamento, è "Nuovo Cinema Paradiso", vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1990.

A raccontare le vicende dell’arena e dei personaggi che l’hanno vissuta è Milena Balistreri, la figlia di Nino, scomparso proprio qualche mese prima che il film trionfasse agli Oscar del 1990. «Io sono nata quasi dentro il cinema, non c’è memoria della mia infanzia che non abbia a che fare con tutti i film visti lì dentro, il primo che ricordo fu “Cleopatra”, con Liz Taylor. Per me il cinema – racconta Milena – è sempre stato libertà, perché io varcata quella soglia diventavo libera.

E questa libertà si è mescolata a un certo punto con la mia formazione, perché una bambina, che poi diventa ragazzina, e infine donna, in una sala come quella, non può che vedere i concetti basilari della vita plasmati dalla narrativa di un film. Io ho visto tutto Antonioni che avevo dodici anni. “Zabriskie Point” l’ho visto che ne avevo undici. Cresci lì dentro e pensi che i film siano la realtà, poi esci e ti rendi conto che non è così». Un po’ quello che dice Alfredo (il mentore di “Nuovo Cinema Paradiso”, interpretato da Philippe Noiret) a Totò (il protagonista, Marco Leonardi), no? «La vita non è come l’hai vista al cinematografo. La vita è ‘cchiù difficili».

«Tutto inizia – dice la Balistreri – subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, con l’apertura di quello che venne chiamato “Cinema Moderno”, a Porticello, proprio sulla strada principale». Fu quella l’unica sala del paese per cinque anni, sino a quando sempre la famiglia Balistreri, dietro il progetto imprenditoriale di Nino, non decise di aprire i battenti dell’Arena Paradiso. È il 1953, l’anno di “Il grande caldo” di Fritz Lang, di “Pane, amore e fantasia” di Luigi Comencini, de “I vitelloni” di Fellini. Il boom economico è arrivato anche in Sicilia e la gente accorre a riempire le sale, tra cui quella del Paradiso.

«Ci sono due versioni – dice Milena Balistreri – della leggenda sul perché l’arena prese questo nome, Paradiso, e le raccontava sempre mio nonno, le ho anche sentite in giro, comunque rimangono dentro la memoria collettiva della nostra famiglia. La prima è che si diceva che il terreno in cui venne costruita l’arena, e dove tutt’ora esiste, ha un microclima tutto suo. La temperatura scende di cinque-sei gradi rispetto all’esterno», quasi fosse una camera dello scirocco.

«Tant’è che fu chiamata – prosegue Milena Balistreri – “l’arena delle coperte”, perché la gente veniva a vedere i film e si portava le coperte. La temperatura arrivava anche a venti gradi in pieno agosto. Il detto che tanti riportavano era “Chi paradisu chi c’è ‘ccà”». Secondo un’altra variante della leggenda, varcata la porta dell’Arena Paradiso c’era «un profumo paradisiaco di gelsomini», diffuso da «una vecchia pianta storica, enorme».

Addentrarsi nella storia della sala significa entrare in un dedalo di altri racconti, che chi conosce bene “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore non potrà fare a meno di collegare alle vicende narrate nel film. A partire dalla storia di come l’arena (e il cinema al chiuso) venne aperta: «L’idea venne a mio padre perché si trovò a dover gestire delle risorse economiche familiari, che venivano da una storia non proprio felice.

Mio nonno, suo padre, emigrò in America, a Pittsburgh, più o meno a cavallo fra anni Trenta e Quaranta. Era figlio di pescatori di Aspra, e come loro conosceva l’arte del salare, ma a differenza dei genitori lui non voleva diventare un pescatore salatore, e decise – come tanti siciliani all’epoca – di emigrare negli Stati Uniti, nonostante avesse già una moglie e mio padre fosse già nato. In America fece una piccola fortuna, e questi soldi li mandò a casa a Porticello».

Con i soldi arrivati dall’America, Nino Balistreri – e sua madre, che in paese chiamavano “Sora Lena” – decise di aprire i due cinema, in un borgo di pescatori che sino al ’48 non ne aveva nemmeno uno. Sembra quasi di rivivere la storia di Giancaldo, il paesino inventato da Tornatore in “Nuovo Cinema Paradiso”, in cui è “Spaccafico ‘ù napoletano” (interpretato da Enzo Cannavale) a (in quel caso) riaprire la sala all’indomani dell’incendio che costa la vista ad Alfredo, investendo le somme vinte al Totocalcio.

È possibile che nello scrivere il soggetto del film Tornatore sia andato a recuperare (e reinventare) le memorie legate all’apertura dell’Arena Paradiso, una storia che il regista sicuramente conoscerà. Ma il legame è molto più forte di quanto possa sembrare sinora, ed è inscindibile dai proiezionisti che negli anni si alternarono al cinema. «C’è stata una prima generazione di proiezionisti – dice Milena Balistreri – che io non ho avuto il piacere di conoscere, e che faceva a turno fra il cinema al chiuso e quello all’aperto. A inizio anni Sessanta, entra in gioco invece un bambino di dodici o tredici anni, rimasto orfano», presentato a Nino Balistreri perché gli offrisse un lavoro con cui campare. Era Isidoro Mancino, storico proiezionista che non poté non servire d’ispirazione a Tornatore per il personaggio di Alfredo. In una fotografia storica, Mancino ha persino la stessa canottiera bianca che Alfredo indossa quando, nel film, mostra a Totò come si montano le pellicole sul proiettore.

«A mio padre Isidoro fece molta tenerezza, lo prese a fare praticantato facendogli la stessa domanda che Noiret pone a Totò Cascio in “Nuovo Cinema Paradiso”: “Piccirè, ti piace ‘ù cinema? E allora da domani vieni a lavorare qua”». Da quel momento in poi, Mancino diventò «non solo il nostro proiezionista – dice Milena Balistreri – ma anche un uomo di fiducia, una persona-simbolo, la luce di questo cinema. Quando è andato via (lo scorso 9 febbraio, ndr.), ho pensato che fosse andata via l’ultima luce di una memoria che io, con i miei fratelli (tra cui Ettore Balistreri, che gestisce attualmente il cinema, ndr.), non abbiamo, nonostante a turno tutti abbiamo gestito l’Arena Paradiso».

Fu Isidoro a portare all’arena un ragazzino innamorato del cinema che a inizio anni Settanta voleva fare il proiezionista: Peppuccio Tornatore. «Tornatore è di Bagheria – dice la Balistreri – ma anche Isidoro era di Bagheria. Negli anni Settanta, per poter fare il proiezionista nelle sale era necessario prendere un patentino, e per poter prendere il patentino bisognava lavorare due anni in una cabina di proiezione. Tornatore, a quindici anni, non sapendo quale destino meraviglioso lo attendesse, forse voleva fare il proiezionista, e quindi cominciò a frequentare le sale di mio padre, insieme a Isidoro, che se lo portava al cinema.

L’amicizia con Isidoro lo ha portato a vedere cos’era una sala cinematografica, che lui nel film dipinge uguale a com’erano i tre cinema della zona ai tempi (il Moderno e l’Arena Paradiso di Porticello, ma anche il Capitol di Bagheria, ndr.). Stando al fianco di Isidoro, che era comunque un proiezionista giovane, Tornatore sentì raccontare tutte le storie che riguardavano il cinema degli anni Sessanta, che lui poi possibilmente nel film traslò agli anni Cinquanta. Parlo dei baci tagliati, delle pellicole che prendevano fuoco, delle cabine di proiezione in cui era obbligatorio avere un rubinetto con l’acqua, dei carboni, tutta questa magia, che in parte era stata a sua volta raccontata a Isidoro dai proiezionisti della generazione ancora precedente».

Tutti episodi che sono centrali in “Nuovo Cinema Paradiso”, a partire dai baci censurati dal prete a colpi di campanella. È innegabile che il film sia poi l’unione di più aneddoti, che partono da Isidoro Mancino e arrivano al fotografo e mentore di Tornatore, Mimmo Pintacuda, passando per le tre sale dell’hinterland bagherese. A vedere le foto dell’edificio in cui sorgeva il Cinema Moderno, e che oggi ospita invece un ferramenta, la facciata ricorda ancora l’esterno del Nuovo Cinema Paradiso nella versione che venne costruita apposta per le riprese del film nella piazza di Palazzo Adriano. E a pensare a quella che in “Nuovo Cinema Paradiso” è l’arena di Giancaldo – affacciata sul mare, nel film ricostruita al porticciolo di Cefalù – non si può non pensare all’Arena Paradiso di Porticello, sebbene quest’ultima non affacci direttamente sul mare.

Potrebbe essere l’ennesima casualità, ma nella scena del film ambientata all’arena estiva, Totò sta proiettando il peplum “Ulisse”, del 1954, con Kirk Douglas e Silvana Mangano, e all’Arena Paradiso, nonostante i settecentocinquanta posti a sedere, la fila era infinita in particolar modo quando sul grande schermo, immerso nella vegetazione, venivano proiettati «i film sui gladiatori», i peplum, dice Milena Balistreri. «Ci sono stati periodi d’oro per tutti e due questi cinema. Negli anni Settanta, il boom fu incredibile. Anche perché l’idea di un cinema all’aperto non era esclusivamente per i porticellesi, ma anche per tutti i “famosi villeggianti”, come li chiamava mio padre. Avevano le case di villeggiatura ad Altavilla, a Casteldaccia, in tutta Mongerbino, e la sera arrivavano da noi con i cuscini e le coperte. La gente della mia generazione se lo ricorda ancora oggi».

Di giorno i due cinema – il Moderno e il Paradiso – erano invece mete per i «viaggiatori», gli agenti che arrivavano da Catania per vendere i film. Titanus, Metro-Goldwyn-Mayer, Pathé, tutti volevano parlare con Nino Balistreri per proporre la loro selezione, e le trattative potevano andare avanti anche per ore. Anche questa parte della storia – che per dovere di cronaca è giusto ricordare che in quegli anni faceva parte della prassi in tutti i cinema del mondo – è raccontata in una scena di “Nuovo Cinema Paradiso”, ed è possibile che sia stata plasmata dai ricordi di episodi a cui Tornatore aveva assistito in una delle due sale.

«Mio padre è morto nel gennaio del ’90, due mesi prima – dice Milena Balistreri – che il film vincesse l’Oscar, e tutta la vicenda di “Nuovo Cinema Paradiso” che va in America purtroppo non se l’è vissuta. Anche se la storia dell’arena, secondo me, ha qualcosa di karmico, con mio nonno che parte per gli Stati Uniti, mette da parte i soldi con cui suo figlio, mio padre, aprirà i cinema, e poi i cinema che entrano a far parte della trama di un film che ritorna negli Stati Uniti per vincere un Oscar. Peppuccio Tornatore venne a trovarci all’Arena Paradiso nell’estate del ’90, dopo aver vinto il premio. E nell’abitacolo di proiezione che c’è tutt’ora in fondo all’arena (anche se adesso è in disuso, ndr.) si scattarono una fotografia insieme, lui e Isidoro».

Come racconta il documentario dell'emittente pubblica giapponese NHK World Japan, Tornatore – il “vero” Totò – andò a trovare Isidoro – il “vero” Alfredo – anche una decina di anni fa, nella primavera del 2015, per un abbraccio e una vasata immortalati nella parte centrale dello speciale. Poi la visita nella cabina dell’Arena Paradiso, venticinque anni dopo il trionfo di “Nuovo Cinema Paradiso” agli Oscar. «Come regista non lo so – scherza Tornatore in quella scena – ma come proiezionista me la cavo».

Mancino e Balistreri, proiezionista e fondatore, «si volevano davvero molto bene», ricorda Milena Balistreri. «Isidoro è rimasto con noi anche dopo gli anni in cui aveva lavorato in arena, anche quando siamo passati al digitale». Arrivava al cinema anche solo «per dare l’acqua alle piante, non si è mai allontanato. Ha sempre avuto le chiavi dell’arena. Davvero come Alfredo».
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