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In giro per chiese nei giorni prima di Pasqua: una guida moderna agli antichi addobbi

Dalla Cattedrale, a San Domenico, alle altre chiese si addobbano a lutto nelle settimane di Quaresima: tra tele e drappi settecenteschi si cela un mestiere ancora esistente

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 4 aprile 2019

Cristo in croce coperto durante la Quaresima

Il lavoro degli "apparatura" o "apparaturara" (addobbi per la chiesa) era un tempo distribuito in maniera abbastanza regolare durante l’intero ciclo dell’anno, tuttavia con una maggiore intensità avveniva durante il periodo Pasquale e nei mesi estivi quando si svolgevano la maggior parte delle feste patronali.

Tra gli "apparatura" palermitani, da almeno quattro generazioni primeggiava la famiglia Gennaro. Il loro bisnonno, Paolo Gennaro, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento già esercitava questa attività a Palermo.

In quel tempo, la richiesta di addobbare le chiese e le cappelle era consistente perciò Paolo Gennaro si avvaleva dell’opera di alcuni operai.

Altre ditte di "apparatura" svolgevano la loro opera a Palermo: Matracìa, i Ferruggia e i Li Causi. Le ditte menzionate erano tutte a conduzione familiare, ma nei periodi dell’anno in cui il lavoro era più intenso (per esempio nel periodo di Natale o di Pasqua, o in prossimità della festa dell’Immacolata o di San Giuseppe) assumevano alcuni operai, consentendo loro di vivere in maniera dignitosa.

Gli "apparatura" di Palermo avevano tra loro buoni rapporti, a volte anche di collaborazione, agli inizi degli anni Sessanta, le ditte cominciarono a cessare l’attività soprattutto a causa della richiesta di lavoro sempre più scarsa.

Alla fine degli anni Settanta, anche la famiglia Matracia chiuse l’attività. Da allora a Palermo hanno continuato l’attività soltanto i fratelli Gennaro.

Eugenio e Giovanni continuano a fare gli "apparatura" mettendo in luce tutta la propria abilità nell’allestimento di apparati secondo le tecniche tradizionali. Ancora oggi, essi fanno ancora uso degli stessi attrezzi, degli stessi materiali, sfidando ancora il pericolo nel percorrere gli stretti cornicioni delle chiese, praticando ponteggi e scale molto alte per posizionare ganci metallici e corde utili ad issare gli apparati.

All’operazione partecipavano anche le donne della famiglia: si lavorava con giornali, cartone, colla, fil di ferro.

Per non fare indurire la colla durante la preparazione delle guarnizioni si utilizzava "a tannura", ovvero un congegno costituito da una latta (all’interno della quale stava la colla) posizionata su un lumino di cera che serviva a tenere calda la colla per mantenerla liquida.

Il materiale si trasportava solitamente a bordo di carretti (il padre ne possedeva uno) oppure, nel caso di apparati che richiedevano un impiego maggiore di materiale, si affittavano le carrozze. Durante la Settimana Santa, un tempo si addobbavano quasi tutte le chiese di Palermo, dalle parrocchie alle rettorie, agli oratori delle confraternite.

La sola ditta Gennaro in prossimità della Pasqua addobbava a Palermo circa trentacinque chiese, tra cui la Cattedrale, San Domenico, le chiese del quartiere Capo e quelle del Borgo Vecchio.

Per tale ragione si cominciava almeno un mese prima ad “apparare” le chiese, contando anche sull’aiuto di diversi operai assunti in questo particolare periodo.

Le chiese dove erano custoditi i simulacri del Cristo morto e dell’Addolorata utilizzati per le diverse processioni del Venerdì Santo si “apparavano a lutto”, ovvero con drappi neri e bianchi.

Ma il compito principale degli "apparatura" in prossimità della Pasqua era quello di stendere le varie tele (operazione indicata con l’espressione “mèttiri a tila”) che durante la Quaresima coprivano i presbiteri delle chiese in segno di mestizia.

Questa operazione solitamente richiedeva l’aiuto di più persone, tra quelle disposte sul presbiterio e quelle posizionate nel sottotetto.

La tela veniva sollevata con l’ausilio di corde calate attraverso alcuni fori praticati sulla volta fino ad agganciarla ad un meccanismo costituito da un’asse rotante su se stessa munita di alcuni uncini posti in corrispondenza di ogni foro sulla volta.

Ai lati della tela erano posizionati due tiranti che dalla volta giungevano quasi fino al pavimento della chiesa, fungendo da guida durante la rapida caduta, evitando così di farla oscillare.

La vigilia di Pasqua, gli “apparatura” si organizzavano per la calata della tela nelle diverse chiese della città chiedendo la collaborazione di altri operai, così da assegnare a ciascuno un numero di chiese variabile da tre a cinque.

Erano operazioni che richiedevano una certa rapidità, considerato che orientativamente il momento rituale che evocava la resurrezione avveniva in ciascuna chiesa intorno alla mezzanotte. "Ci si spostava a piedi o in bicicletta e sempre di corsa da una chiesa all’altra e il prete aspettava il loro arrivo per cantare il Gloria, intrattenendo i fedeli con prediche e canti".

Esistevano due sistemi per fare calare la tela. In alcune chiese (soprattutto in quelle più piccole) l’operazione poteva svolgersi attraverso un sistema di corde comandate dal presbiterio, dunque senza doversi recare nel sottotetto.

Nelle chiese in cui vi erano tele di maggiori dimensioni, invece, bisognava andare nel sottotetto per ruotare manualmente la lunga asse alla quale questa era agganciata.

Una volta giunto nel sottotetto, la prima operazione che l’apparatura faceva era quella di legarsi al polso sinistro una cordicella che attraverso un foro praticato sulla volta cadeva in corrispondenza del transetto, ovvero nei pressi dell’altare maggiore.

All’intonazione del "Gloria in excelsis Deo" il sagrestano tirava la cordicella facendo scuotere il braccio dell’apparatura che stava nel sottotetto, avvisandolo in questo modo di dover sganciare la tela.

Questo sistema è ancora oggi adottato dai fratelli Gennaro il Sabato Santo a mezzanotte nella chiesa di San Domenico a Palermo, dove tuttora durante la Quaresima si usa coprire il presbiterio con la preziosa tela settecentesca.

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