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L'affaire Squarcialupo con i Beati Paoli: Palermo e gli intrallazzi tra nobili, istituzioni e la setta

Un intreccio che ha come punto focale un personaggio politico molto discusso all’epoca: il vicerè Ettore Pignatelli conte di Monteleone che prese il posto dello scacciato vicerè Moncada

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 26 settembre 2021

Beati Paoli

Di sicuro abbiamo sentito tutti parlare della storia di Gianluca Squarcialupo e della sommossa organizzata per sovvertire l’ordine costituito dell'epoca e che doveva portare la stabilità non solo a Palermo ma nell'isola in generale. Ma è ancor più interessante l'ipotesi che traggo dal libro di Francesco Paolo Castiglione nel “il segreto cinquecentesco dei Beati Paoli” nel quale si mette in evidenza il collegamento dell’affaire Squarcialupo con la setta dei Beati Paoli.

L’ipotesi è quella dell’intreccio che ha come punto focale un personaggio politico molto discusso all’epoca: il vicerè Ettore Pignatelli conte di Monteleone che prese il posto dello scacciato vicerè Moncada.

Il Pignatelli viene nominato nel 1517 ed inoltre è conterraneo di San Francesco di Paola; in effetti il nostro amico vicerè conobbe U Santu Patri a Tours, in Francia, durante la sua prigionia sotto Carlo III e da cui ebbe anche la raccomandazione per poter essere liberato. Per la devozione verso San Francesco di Paola il Pignatelli stesso concesse la Chiesa di Sant’Oliva dei sarti ai padri Minimi per erigere il convento, nonché costituì la compagnia detta dei Sett’Angeli che si trovava dietro la tribuna della Cattedrale e quasi sopra la grotta di tutti i santi.



La peculiarità di questa compagnia è che fu chiamata “Imperiale” per la presenza dell’iscrizione del Re e del Pignatelli, nonché della nobiltà ad esso vicina.

Un altro fattore interessante è che gli ingrottati sopra menzionati si trovano vicino la “Cuncuma” e la grotta dei “Beati Paoli” parte probabilmente del complesso paleocristiano che, dopo, fu le fondamenta della storia della setta.

Agli inizi del ‘500 a Palermo vi furono diverse sollevazioni: nel 1516 contro il vicerè Moncada, nel 1517 quella organizzata dallo Squarcialupo, nel 1522 dei fratelli Imperatore nonché lo scontro del 1529 tra la famiglia Perollo e i De Luna. In quest’epoca le “nazioni estere” erano ancora attive e guadagnavano sempre più prestigio nella società palermitana imponendo nuove potenti casate nobiliari con relativi scontri tra fazioni opposte in cui si misero in evidenza i Pisani.

Dopo il tumulto “Moncada”, il Pignatelli si circondò dello stesso entourage del vicerè decaduto annullando le decisioni prese dal marchese di Geraci e di Licodia (che riempirono il periodo di vuoto di potere) e condannò sommariamente venti uomini di bassa condizione per calmare gli animi risparmiando, ovviamente, la nobiltà e borghesi, cosa che fece sollevare il popolo facendo gridare al tradimento!

Nel frattempo Gianluca Squarcialupo (Pisano della media borghesia mercantile) era rientrato dall'esilio dopo che aveva cercato, durante una processione, di uccidere un parente del vicerè Moncada, cioè Antonio Moncada di Adernò. Lo Squarcialupo si ritrovò a capeggiare un gruppetto di Pisani contro il vicerè, composta da modesti gentiluomini e che misero in fuga il Capitano di Città lasciando la Palermo nelle mani dei ribelli.

I rivoltosi Pisani avevano una caratteristica in comune: erano chini ri diebbiti (ora si capisce…). Sembra che Pietro Squarcialupo, padre del nostro eroe pisano, avesse lasciato una attività di tonnare piena di debiti e che il figlio fece altri debiti per avviare altre imprese (insomma non era una volpe negli affari).

E pensare che tutto ciò poteva essere evitato, infatti il nostro Gianluca, prima della rivolta, aveva pensato di ottenere qualche carica istituzionale lucrosa per sistemare la sua situazione finanziaria, ma i Bologna (che avevano mani in pasta dappertutto) non erano molto propensi, anche perché creditori per il riscatto delle tonnare.

Su questa base di disperazione sociale ed economica si basa la rivolta di questo gruppetto di rivoltosi che furono seguiti ovviamente da molti delinquenti del popolino i quali gli permisero di conquistare la città e di sequestrare il Pignatelli e rinchiuderlo a Palazzo Reale.

Non vi racconto quello che accadde dopo! Fecero una strage del sacro consiglio approfittando della festa di Santa Cristina (allora ancora una fiera famosissima); l’obiettivo non era ribellarsi al Re o cacciare il Pignatelli ma quello di riportalo al suo compito con una compagine diversa, la loro.

Contro questa rivolta gli unici a prendere l’iniziativa fu la fantomatica famiglia Bologna insieme ad uno sparuto gruppo (che per inciso facevano tutti parte della compagnia dei Sett’Angeli): il Pignatelli riuscì misteriosamente a fuggire e raggiungere Messina, mentre il gruppetto dei rivoltosi fu invitato dai Bologna nella Chiesa dell’Annunziata per sistemare la situazione (cosa che fecero massacrando lo Squarcialupo e compagni durante la funzione) mentre dal rifugio Peloritano il Pignatelli riuscì a soffocare la rivolta nell’Isola grazie ai rinforzi ricevuti.

Ed il collegamento con i Beati Paoli? Secondo il Castiglione le conferme vengono dal Fazello il quale ci fa sapere che un certo frate di San Francesco di Paola riuscì ad avvisare il Pignatelli in tempo utile su quello che avevano in mente i ribelli; il frate riesce ad entrare tranquillamente nelle stanze in cui era prigioniero il vicerè ed ottiene informazioni direttamente dai ribelli (tramite Vincenzo Di Benedetto) ed il 7 settembre, come scrive di Di Blasi, il vicerè riesce tranquillamente ad uscire dalle prigioni per scappare a Messina.

Ma come è possibile con tutti i rivoltosi in giro? Semplice, utilizzando passaggi ignoti che conoscevano solamente i seguaci del Pignatelli poiché molti erano proprietari di palazzi che circondavano la chiesa dei Sett’Angeli ed i passaggi sottostanti e che dovevano conoscere molto bene.

Per ultimo anche il massacro nella Chiesa dell’Annunziata ha i suoi lati oscuri, poiché l’8 settembre è il giorno della natività di Maria ed erano presenti le congregazioni con saio e cappuccio, pertanto veniva facile nascondersi e impostare il massacro che fu davvero impressionante visto che Padre Jacopo Cribelli di Santa Cita, celebrante della messa, morì per lo spavento.

Non sapremo mai la verità e magari saranno solo congiunture, però rimane il mistero dei collegamenti tra nobili, istituzioni e una setta di “empia e capricciosa gente” come la descrive il Villabianca, anch’esso Pisano da parte di madre.
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