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La storia della stanza (segreta) di Palermo: scoperta per caso, nascondeva meraviglie

Protagonisti ignari dei nostri giorni sono i proprietari Giuseppe e Valeria. Sulle pareti del rudere, grazie al restauro affiorano strani geroglifici arabi o arabeggianti

Valentina Frinchi
Freelance in comunicazione e spettacolo
  • 12 settembre 2022

La Camera delle Meraviglie

Fatale fu quell'umidità che dipinse una crepa di colori sulla parete di quella stanza che affaccia in via Porta di Castro, al numero 239 a Palermo.

Lì dove un tempo, scorreva il fiume Kemonia, scorgevano per caso dei piccoli straordinari disegni, apparentemente arabi, dipinti in argento e con la cornice in oro, gli stessi si ripresentavano sui sopraporta del medesimo ambiente invertendo la cromia dei colori: le scritte dorate e le cornici argentate.

Protagonisti dei nostri giorni sono Giuseppe e Valeria, i quali realizzano il loro sogno al centro storico, acquistando un rudere proprio in prossimità del Palazzo Reale, ignari del mistero che avrebbe avvolto una stanza, quella che doveva essere la cameretta di Tancredi, diventa il luogo incantato dal passato, un vano che durante i lavori di restauro, per uno strano scherzo della storia sarebbe rimasto isolato dal resto di quella che sarebbe diventata la loro lussuosa dimora.

È proprio in quell'ambiente che pian piano viene restituito tutto il suo patrimonio culturale rappresentato da "simboli" e tutelati da un Genio che ne ha protetto il "tempo". Proprio Ballarò è uno dei simboli di Palermo.
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Fu creata dai mercanti arabi che provenivano dalla vicina "Balhara" (la nostra Monreale) e che coniarono il termine "balalah" per intendere la confusione, quei rumori di folklore che ancora oggi ci riportano alle "abbanniate" dei venditori del prezioso mercato e dove si avverte la più suggestiva tra le atmosfere di questo dedalo di viuzze.

Le grida dei mercanti o degli attuali venditori ci ricordano le preghiere cantate dai "muezzin" che con un richiamo cantilenante invitavano i fedeli a riunirsi nelle moschee.

Socchiuso quel portone di ferro della via Porta di Castro, saliti quei gradoni in quel buio che sa di mistero, con paura, emozione e tanta curiosità, raggiunto quel terzo piano e varcata la soglia della casa vissuta dai nostri avi, sulla destra si entra subito nella stanza scoperta dalle sue stesse mura dove il disegno, in realtà, si presenta grossolano.

Manca di quella assoluta precisione che solo un buon arabo avrebbe potuto compiere. Del resto, ogni dubbio permane sull'autenticità dell'impronta araba, dove l'architettura trova la sua tipicità nelle pareti completamente piastrellate. Nella Camera delle Meraviglie, invece, le pareti, man mano che il restauro veniva completato erano interamente decorate da geroglifici arabi o arabeggianti.

Il senso della scritta, pare non volesse avere una logica; si ripetevano, in maniera costante, quasi ossessiva, gli stessi caratteri, simboli arabi e siriaci insieme, che riportano ad una convivenza della cultura ebraica, islamica e cristiana. L'alienante ripetizione del simbolo può condurre a una sorta di litania tipica di ogni religione e che restituisce a quell'ambiente tutta la sua sacralità.

Il disegno si completa poi con dei sigilli, simbolo di un'invocazione divina, con un valore da talismano, da portafortuna, al sol fine di far prevalere "la forza del bene" dentro la sacra stanza. Poteva quindi essere anche un luogo occulto, un posto nascosto e sicuro, dove esercitare pratiche esoteriche, poiché secondo l'Islam era ritenuta eretica l'invocazione di forze divine.

Quella poteva essere allora la "stanza segreta"?! Assolutamente emozionante e a volte inquietante, lo stupore degli addetti ai lavori, che stuccando dolcemente quelle mura, in quattro strati diversi, assistono, con la luce del sole che viene dal cielo di Ballarò, alla scoperta di quei caratteri sepolti da diversi colori ritrovando la storia di quella stanza, ridonandole tutta la sua identità e tinteggiandola per l'ultima volta, con il suo unico vero colore, il Blu.

La storia si ferma al 1860 quando il proprietario dell'immobile risultava essere Stefano Sammartino, Duca di Montalbo, che non era affatto un uomo arabo, ma un palermitano del tempo che verosimilmente amava ritrovarsi in una meditazione familiare, nella stanza del mistero, come se fosse una piccola moschea, ispirandosi a un ideologia arabesca.

Nessuna ricostruzione certa riconduce ad una verità, ma si sente un odore del passato, il profumo del "tempo" che riaffiora da quelle pareti, quei simboli riportano ad un'identità, ad un immaginario Genius Loci, "Palermo lu Tempu" che tutela la nostra storia, perché come diceva Tullio Servio "nullus locus sine Genio", ovvero "nessun luogo è senza un Genio" e quella storia non si ferma in via Porta di Castro ma abbraccia tutti noi, noi di quella Palermo che non sempre si vede, che a volte è persino incomprensibile, ma è una Palermo che esiste, respira, muore e riaffiora. Ed è il Tempo autore di tutto.

"Il genio nutre gli stranieri e divora i suoi figli" è la frase che spesso si può leggere tuttora nelle targhe del Genio di Palermo che riconduce alla triste realtà che riguarda il modo di accogliere gli stranieri della città divorando i suoi stessi cittadini.

Il Genio in quanto Tempo ha la capacità di generare qualcosa di nuovo dal consumo che lui stesso ha generato. Ma "Palermo lu Tempu", per strada, in quella via Porta di Castro, si vuole rivolgere ai suoi palermitani, vuole gridar loro, lasciate stare... non dormite più.

In questa viuzza, ci sono io, che aspetto voi, passo qui fuori tutte le nottate. Aspetto che vi svegliate. Aspetto da decenni, da generazioni, avete coperto i simboli della vostra identità con tutti i colori possibili, avete soffocato tutto il divenire, avete impolverato l'oro dei vostri nonni, avete dato spazio a coloro che ignorano la vostra storia, avete rinnegato le vostre origini, vi siete mescolati con chi è senza identità, ma il Tempo è un cerchio, e nella sua circolarità non esiste né un inizio né una fine, tutto gira, ruota si rimescola e incredibilmente riaffiora!

Nella cultura dell'apparenza che regna nella Palermo di oggi, al di là di una realtà visibile di una città ancora poco conosciuta, ci sono simboli che nella loro più profonda comprensione riportano ad un'identità che combacia perfettamente con quello che nascondiamo nel nostro inconscio, con quello che ritroviamo nei tesori sepolti.

Li riconosciamo come battiti di respiri che ci appartengono, è nella certa riscoperta di noi stessi che ci riappropriamo dello spazio e del tempo come due realtà che si incontrano solo nel punto cruciale di ciò che non è visibile, ma che rimane trascinato da un'energia che esplode in quel fatidico cerchio che sembra capovolgersi sempre senza riuscire a prendere una vera direzione.

Se ci fermiamo per un attimo con fiducia verso ciò che non è facilmente riconoscibile, ascoltiamo il rumore del tempo che è l'unica risorsa che sconfigge quella pigrizia che ha impedito di ascoltare la verità, che ci difende da ogni tipo di contaminazione e ci rende finalmente pronti a quel dinamismo culturale che ci aspetta. E con "Palermo lu Tempu" a via Porta di Castro che riaffiora l'anima, simbolo di una Palermo che pulsa, si scopre, si rivela e non muore.
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