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Lasciatevi prendere dall'incanto della sua storia: Erice come non l'avete mai vista

Conosciuta come "la dama arroccata sul monte", la cittadina medievale in provincia di Trapani è un tripudio di aneddoti e bellezze da scoprire ma anche da gustare

Jana Cardinale
Giornalista
  • 25 maggio 2020

Il Duomo di Erice (foto Pixbay)

Tra il mare e il cielo divinamente appare la vetta annunziatrice della Sicilia bella. Erice, che si veste di nebbia, come la Dea dell’amore, nuda, coperta solo da un velo trasparente. Erice è il luogo dove perdersi nella lentezza per ritrovare la spiritualità. Dove immergersi nell’intensità dei sapori dei suoi dolci, dei suoi liquori: le genovesi ripiene di crema, la pasta di mandorle, le cassatelle di ricotta e gocce di cioccolato.

Mistico il viaggio verso "la dama arroccata sul monte", che gelosamente conserva il suo fascino di borgo medievale che si staglia sulla cima del monte San Giuliano a 750 metri di altezza in splendida posizione panoramica su Trapani, circondata da millenni dalle sue mura ciclopiche.

Erice, nel circuito dei borghi più belli d'Italia in qualità di Ospite Onorario, mantiene le tracce di molte dominazioni ed epoche storiche, e conserva un alone di mistero che la rende unica e inconfondibile. La città è segnata da un dedalo di vicoli acciottolati e di varchi stretti, case serrate le une alle altre con fioriti e curati cortili interni: visitarla significa perdersi tra mille scorci di fortificazioni, chiese antiche (il Duomo, cioè la Real Chiesa Madrice Insigne Collegiata, e Sant’Orsola o Addolorata), conventi, botteghe artigiane che producono ceramica, tappeti, pinete e giardini, per poi smarrirsi, sul bordo della cittadina, in panorami mozzafiato verso le isole Egadi, lo Stagnone, le Saline e i campi coltivati di tutta la provincia di Trapani.



Le prime notizie su Erice la danno come città sacra agli Elimi, con un tempio-santuario, meta di pellegrinaggi e dedicato alla dea della fecondità. Nei secoli Punici, Greci e Romani vi venerarono rispettivamente Astarte, Afrodite e Venere, rendendola un importante luogo di culto e punto di riferimento per quei naviganti di cui la Venere Ericina divenne protettrice.

Fu contesa dai Siracusani e Cartaginesi sino alla conquista da parte dei Romani nel 244 a.C. Virgilio la cita nell’Eneide, con Enea che la tocca due volte: la prima per la morte del padre Anchise, un anno dopo per i giochi in suo onore. Virgilio nel canto V racconta che in un’epoca ancora più remota vi campeggia Ercole stesso nella famosa lotta con il gigante Erice, precisamente nel luogo dove poi si sfidarono al cesto il giovane Darete e l’anziano Entello.

I Romani vi veneravano la “Venere Ericina”, la prima dea della mitologia romana a somiglianza della greca Afrodite. Denominata Gebel-Hamed durante l'occupazione araba, la montagna non fu probabilmente nemmeno abitata in questo periodo. Fu ripopolata dai Normanni che ne cambiarono il nome in San Giuliano ed edificarono un castello al posto dell'antico santuario, conferendo al centro e al territorio l’assetto attuale.

La città tende a conservare preziosamente il fascino di una cittadina medievale e le vie del centro cittadino abbondano di botteghe artigiane che mostrano le tipiche produzioni ericine, tra cui quella dei tappeti variopinti, la cui lavorazione, effettuata con antichi telai, richiede diversi giorni di impegno: attraverso un complesso sistema di intrecci, di lavoro manuale e pedali, la trama si incastra nell’ordito, producendo i caratteristici disegni geometrici dai colori accesi.

Vanno annoverate le ceramiche (piatti, vasi, oggettistica varia), prodotte secondo antichi metodi di lavorazione, con una decorazione, rigorosamente a mano, che segue motivi floreali o disegni geometrici, e si caratterizza per l’uso di colori intensi (verde, giallo, blu e arancio). Nel territorio si producono ottimi vini (Erice D.O.C.) e un caratteristico liquore ericino dal colore verde (Monte ericino).

È la pasticceria, però, a fare della cittadina un must indiscusso dell’enogastronomia dell’isola. Guidati dal profumo non è difficile imbattersi in laboratori dolciari ricchi di prelibatezze un tempo preparate dalle suore nei conventi di clausura della vetta, le cui ricette rimangono un segreto conosciuto da pochi. Tipici sono i dolci a base di pasta di mandorla: i bocconcini (piccole sfere ripiene di conserva di cedro e cannella), i belli e brutti (dalla forma irregolare e aromatizzati con limone), le palline al cioccolato.

D’obbligo sono poi le genovesi (pasta frolla particolarmente morbida e ripiena di crema pasticcera) e i mostaccioli (antichi biscotti fatti nei conventi di clausura, secchi molto duri, spesso accompagnati a liquori e vini da dessert), classici o nella variante al miele. I sapori di Erice portano il nome di Maria Grammatico, emblema dell’arte pasticcera della Vetta, custode di segreti appresi in quindici anni di permanenza al Convento San Carlo che rivela: «Il mio sogno è sempre stato quello di tramandare la mia tradizione e insegnare ciò che ho imparato dalla mia esperienza». Proprio come oggi accade.

E il recupero della tradizione gastronomica ericina, con un riavvicinamento alla sua memoria, oggi è più che mai concreto ad opera dei giovani studenti dell’Istituto Alberghiero "Florio", che proprio in Vetta ha la sua sede storica a Palazzo Sales e che a partire dal nuovo anno scolastico, nel mese di settembre, potrà fruire dell’ex Convento San Carlo come convitto: un fil rouge che legherà le nuove generazioni alla storia.

A Erice si svolgono periodicamente eventi di richiamo internazionale, quali i convegni del Centro di cultura scientifica Ettore Majorana, istituito per iniziativa del professor Antonino Zichichi, che richiama studiosi qualificati per la trattazione di problemi che interessano diversi settori: dalla medicina al diritto, dalla storia all’astronomia, dalla filologia alla chimica.

È per questo che Erice è nota anche come "città della scienza" o della Pace. Dai Giardini del Balio si può ammirare uno tra i più bei panorami della Sicilia: vista sul Golfo di Cofano, Trapani, le saline e campagne con sullo sfondo il mare e le Isole Egadi, e nelle giornate limpide si scorgono addirittura Pantelleria e Ustica. Situata su una piattaforma rocciosa, sotto le meravigliose terrazze panoramiche del Castello del Balio, la Torretta Pepoli rimane uno dei suoi monumenti più suggestivi.

Erice era conosciuta anticamente come "città delle cento chiese" e conventi. Oggi sono poche quelle aperte al culto, ma molte sono visitabili. Interessante la visita al Museo Civico Antonio Cordici, che custodisce preziose testimonianze della storia millenaria di Erice, dove sono conservati i tanti reperti archeologici di epoche diverse (elima-punica, greca, romana), dipinti del XVII e XVIII secolo e coevi paramenti sacri rinvenuti nella cittadina assieme ad opere d’arte di artisti locali.

Tappa imprescindibile è il Castello di Erice, detto Castello di Venere, costruito durante la dominazione normanna nello stesso luogo in cui sorgeva un antico tempio pagano dedicato al culto di Venere: all’interno del maniero si può ammirare ancora oggi un pozzo in cui, stando alla leggenda, Venere stessa faceva il bagno immersa nel latte.

Tutta la sua montagna, per i panorami e le vedute, si presta ad escursioni libere, alla scoperta delle numerose chiese rurali o lungo le strade forestali, verso il museo agroforestale di S. Matteo, per vedere da vicini gli ultimi asini panteschi, salvati e curati dall’Azienda Foreste o verso l’eremo e l’area naturalistica di Martogna.

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