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Lettera da Niscemi, parla una 29enne: "Non è una città fantasma, siamo ancora vivi"

Una giovane della cittadina in provincia di Caltanissetta colpita dalla frana racconta di una realtà che è ancora in grado di guardare in faccia il passato e di pensare al futuro

Balarm
La redazione
  • 5 febbraio 2026

Il mercato di Niscemi (foto di Rossella Lupo)

Quando sei al centro della cronaca, quando il posto dove vivi diventa "la notizia del momento", soprattutto per un fatto grave come la frana che ha colpito Niscemi, il peso di quanto è successo ti arriva addosso ancora di più. Allo stesso tempo però forse inizi a riflettere, a capire meglio cosa è andato storto, a guardare in faccia luci e ombre del passato, senza troppi fronzoli. Ma se sei attento e hai voglia di credere che ci sia una via d'uscita, riesci ancora a vedere una luce in fondo al tunnel. Come Rossella Lupo, 29 anni, che ha inviato una mail a Balarm con una sua personale riflessione su quanto sta accadendo nella cittadina dove è nata e cresciuta.

«Se ne parla già come un "paese fantasma" - dice Rossella- mentre la narrazione di una cittadina malfatta, così "brutta" da non meritare fondi, i cui cittadini sono così "siciliani" da non meritare considerazione, viene reiterata senza sosta tra titoli e commenti. E mentre qualcuno si fa il suo giro in elicottero sopra la nostra città e qualcun altro prova a scaricare il pesante barile della responsabilità, questa terra non trema: continua a spaccarsi in silenzio».

Un'immagine vivida e forte che traspare dalla sue parole, tra dolore e amarezza per quanto è accaduto e poi per il tipo di narrazione che è stata restituita: «Tremiamo noi che ci siamo girati dall’altra parte per ventinove anni, mentre tutto si inaridiva e di un albero, letteralmente, neanche l’ombra. Di uno sguardo critico verso una città che collassa silente sull’obsolescenza, tra lunghe sagre di paese e folkloristici paesaggi desolati».

Rossella guarda in modo critico il passato e cerca risposte nella sua stessa comunità. «E se ieri non sembrava il caso di alimentare l’attrito, semplicemente, cercando di essere cittadini consapevoli, oggi capisco che il senso civico è una cosa che va insegnata. Invece la comunità si muove - o viene, volutamente, fatta muovere - intorno ad immaginifici scenari, proposti da figure, semplicemente, noncuranti. La noncuranza, infondo, è un dato perpetuo nella storia del Sud Italia. La tendenza, attualmente, è quella di radunarsi in una piazza a strapiombo sui nostri fallimenti, a ‘banniare’ ai corrotti, alle passerelle».

Nel frattempo, continua, «si legge che “il valore immobiliare di quella città è pari a zero”, “che brutta città”, “ognuno è causa del proprio male”, e ci si rende conto, finalmente, che i commenti sono pensieri concreti, di persone reali. Ma in quella che adesso è una enorme voragine, c'erano gli scogli della nostra città. Andavamo a vedere il mare. La zona maggiormente coinvolta è testimone dei primi ed ultimi baci di tutti, di così tante chiacchierate che riesco a sentirle attraverso i video dall’alto dei droni che ci aggiornano minutamente sullo stato della frana. In ognuno di quei granelli che si vedono scendere in timelapse, c'è nascosta una confidenza, una risata, magari anche una lacrima».

E poi conclude con una riflessione che sembra quasi un appello: «Forse non abbiamo voluto abbastanza bene al nostro paese, forse non abbiamo avuto abbastanza coscienza, ma non è tollerabile assistere ad una ulteriore frammentazione dei diritti del Sud Italia, come territorio e come popolazione. E siccome questo tempo che fugge non è certo galantuomo, iniziare a pensare ad un futuro migliore sarebbe un primo passo verso un perdono, quello che chiediamo ad una terra che andava rispettata di più, non certo ad improvvisati geologi di Internet.

Un perdono che forse non ci meritiamo ma che sapremmo guadagnarci, d’ora in avanti, se solo l’impegno diventasse concreto e la noncuranza iniziasse a dissolversi dinanzi alla miseria di valori a cui siamo, purtroppo, sempre più esposti. Il quadro della Madonna Santissima del Bosco è stato spostato dalla sua altrettanto santissima sede, è stato venerato in piazza, quella piazza che sta scivolando verso la piana di Gela e sulla quale difficilmente ci ritroveremo a passare, non senza pensare che c’è stato un prima, ingenuo, noncurante e un dopo, che si poteva evitare rompendo la macchina del “ci pensiamo poi”».
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