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Lo chiamavano "Buldozzer" come Bud Spencer: chi era il frate torturato a Palermo

Era una racalmutese (come Leonardo Sciascia che gli dedicò pure un libro) e giovanissimo entrò in un monastero ma poi finì per essere accusato di eresia

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 10 agosto 2020

I graffiti delle prigioni di Palazzo Steri a Palermo

Palermo, 24 luglio 1657. Come nel più “tragico” dei Fantozzi, Fra’ Diego la Matina si trova al cospetto del “Megadirettore Galattico Gr. Ladr. Farabut. Gr. Scrocc. Mascalz. Assass. Prestanom. Megalom. Inquisitore generale di Sicilia, Lopez de Cisneros”.

Nessuno sa quale sia stato il reale motivo dell’aggressione o se Fra Diego la Matina ebbe un impeto rivoluzionario alla tipo “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!”, e decise dunque di fare il folle gesto, quello che è sicuro è che De Cisneros attummuliò e pace all’anima sua.

Diego era un racalmutese (come Leonardo Sciascia che gli dedicò pure un libro) e giovanissimo entra in un monastero di Agostiniani perché se il detto “fai bene ai porci e elemosina ai parrini” era giusto, allora avrebbe campato col marranzano di fuori. In questo frangente, in Europa, si sta giocando la seconda partita a Risiko più lunga della storia: la guerra dei trent’anni (la prima fu la guerra dei cent’anni) che non voleva finire perché cattolici e protestanti si accusavano di avere sostituito i cartellini degli “Obiettivi” con quelli degli “Imprevisti & Probabilità” del monopoli.



Potete immaginare il macello: la Francia andava in prigione senza passare dal via, l’Austria vinceva un concorso di bellezza e ritirava 25 euro, l’Inghilterra andava fino al Parco della Vittoria e la Spagna faceva tre passi indietro con tanti auguri (senza contare tutti gli altri che manco avevano una lira per mettere case e alberghi).

Alla fine decisero di sconzare il tavolo con una cosa che prese il nome di “trattato di Vestfalia” perché si era fatto troppo tardi. Quando questo avviene (1648) il giovane Diego s’era già fatto una para di anni a remare come un crasto sopra le galere per aver commesso reati di scorreria tra le campagne.

Se volete farvi un quadretto di Fra’ Diego la Matina, perché così lo descrivono i contemporanei, vi dovete figurare Bud Spencer in “Lo chiamavano Bulldozer”, anche perché gli anni di galera (cioè sempre a remare), intanto, e forse pure per sfregio, erano diventati cinque e nessuno si è mai fatto persuaso sul come avesse fatto a resistere tanto tempo in quelle condizioni e ritornare fresco e pettinato a Palermo per subire l’ennesimo processo a suo carico.

Quello che non è chiaro, e forse non sarà mai chiarito, è il come e il perché, trovandosi accusato dalla giustizia civile, si ritrova poi accusato invece di eresia dentro il carcere dell’inquisizione che era al Palazzo Steri. È proprio in questo palazzo, chiamato anche Chiaramonte, che avrà i primi contatti con l’inquisitore De Cisneros sotto la quale, nonostante i tentativi di ribellione a colpi “minchia signor tenente”, veniva trattato a pesci in faccia perché non lo poteva vedere manco scritto al muro.

È il 1653 quando Diego verrà torturato tramite l’uso del cavalletto: uno strumento triangolare, sopra il quale veniva calato il disgraziato, che si azziccava proprio in mezzo Ernesto (quello destro) e Mephisto (quello sinistro), e che provocava acuti che Maria Callas poteva accompagnare solo.

Ora, anche qui non sappiamo se scoppiò a piangere per la disperazione oppure se gli andò a finire come Lino Banfi in “L’allenatore nel pallone” quando, sollevato per aria dai due gemelli, si mette a fare “mi avete preso per un cojone?! mi avete preso per un cojone?!”; l’unica cosa certa, perché ce lo dicono le fonti, è che Diego cedette alle torture e De Cisneros riuscì a fargli confessare pratiche demoniache.

Quattro anni dopo, la mattina del 24 luglio, quella con la quale abbiamo aperto questa storia, De Cisnersos si recherà nella cella di Fra Diego poiché viene trovato con le manette spezzate. Deve avere sgarrato a parlare l’inquisitore, o forse dopo dodici anni di prigionia pure un santo si rompe quello che non si può dire, Diego gli saltò addosso e con le pesanti manette ancora ai polsi, se pur spezzate, “ci rapìu u cirivieddu” (gli spaccò la testa) per vedere se era cretino oppure lo faceva. De Ciseneros morì dieci giorni dopo e fu tumulato nella chiesa della Gancia dove ancora si trova, Diego fu giustiziato l’anno appresso ma morì soddisfatto perché almeno s’era passato un bello piacere.

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