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2046: quella stanza d’albergo è una prigione di ricordi

Roberto Castrogiovanni
Ospite
  • 20 dicembre 2004

2046
Hong Kong 2004
Di Wong Kar-wai
Con Tony Leung, Gong Li, Zhang Ziyi, Faye Wong

2046 è il titolo di un libro di fantascienza. 2046 è anche il numero di stanza d’albergo. 2046, ancora, è una data simbolica (l’anno in cui Hong Kong passerà alla Cina). Ma, più di tutto, 2046 è l’espressione di uno stato mentale, la sospensione nel mondo dei ricordi, la sensazione di trovarsi in “un treno che non parte e non arriva mai”. Hong Kong 1966, Oriental Hotel. Chow Mo Wan (Tony Leung) lavora a un romanzo ambientato nel futuro e riversa nelle pagine le sue precedenti storie sentimentali. Per lo scrittore è l’occasione di fare un viaggio nella memoria, di far riaffiorare, tra le volute di fumo di sigaretta e le arie d’opera suonate da un giradischi, i volti e i corpi delle donne che ha amato. Ciascuna di esse è una diversa manifestazione di ciò che chiamiamo “amore”: la passione carnale senza alcun coinvolgimento emotivo con Bai Ling (una Zhang Ziyi veramente bellissima), la complicità puramente intellettuale con Wang Jing Wen (Faye Wong) e il sentimento vissuto nell’ombra di un’altra donna con Su Li Zen (Gong Li).

Film complesso, frammentato, con un montaggio che spazia continuamente dal mondo del libro a quello reale e con le vicende che si rimandano le une alle atre in un infinito gioco di specchi e di lustrini, 2046 va visto come innesto e integrazione al precedente capolavoro di Wong Kar-wai, “In the Mood for Love” del 2000. La chiave di volta della storia è, infatti, proprio da ricercare nel rapporto che Chow ebbe con la Su Li Zen del film di quattro anni fa (Maggie Cheung, che qui compare solo pochi istanti). Non si tratta però di un vero e proprio sequel, la genesi di 2046 è molto più complessa. È come se Kar-wai volesse continuare a girare la stessa opera all’infinito (come testimonia sia la lunghissima gestazione, sia il fatto che il regista non sia ancora oggi del tutto soddisfatto del montaggio). Del resto, è lui stesso ad affermare che “i due film sono nati in contemporanea. Sono in un certo senso la stessa storia. Finito ‘Mood’, questo è ricomparso. Ma non lo considero un seguito. Semmai una rilettura degli stessi personaggi”.

Ritroviamo quindi la fotografia patinata di Christopher Doyle, l’eleganza degli abiti, delle unghia smaltate e dei capelli impomatati, l’intensità dei primi piani, la raffinata colonna sonora che spazia dalla “Casta Diva” a “Siboney”. Il risultato però non raggiunge i livelli dell’opera precedente, inarrivabile sia per la poeticità di certi sguardi che per solidità di struttura e limpidezza narrativa. Il cast di 2046 raduna veramente tutto l’olimpo delle star di Hong Kong. Siamo ai massimi livelli, per questo il mio consiglio è cercare di procurarsi una versione in lingua originale: solo così si può apprezzare un’intensità recitativa che il pur abile doppiaggio non riesce a rendere.

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