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Streghe, bestemmiatori, artisti: i segreti dell'Inquisizione nei sotterranei dello Steri

Testimonianza preziosa delle violenze degli Inquisitori a Palermo, le carceri di palazzo Chiaramonte ("detto Steri") sono la memoria di un passato oscuro

Luisa Cassarà
Ospite
  • 7 febbraio 2013

I sotterranei di palazzo Chiaramonte a Palermo

Forse non tutti lo sanno, ma all'interno del complesso monumentale dello Steri di Palermo è contenuta una significativa testimonianza dell'attività dell'Inquisizione in Sicilia: racchiuso all'interno delle mura storiche, infatti, c'è quello che dal 1605 al 1782 fu un carcere del Santo Uffizio in cui venivano lasciati morire o venivano rinchiusi in attesa della pena quanti venivano giudicati contrari all'ortodossia cattolica (per saperne di più leggi "Privilegi, immunità, bugie e terrore: la Santa Inquisizione come non l'avete mai vista").

Visitabile tutti i giorni, quello conservato entro i confini delle carceri è un importante pezzo di storia: i reati per i quali si veniva processati erano (ovviamente) l'eresia (eresie luterane, ebraismo) ma anche la bestemmia, la stregoneria, l'adulterio e l'usura.

I numeri: secondo il teologo e giurista Pietro Tamburini (vissuto nel Settecento) nel solo anno 1546 i quindici tribunali attivi in Sicilia condannarono 120 persone al rogo, 60 in effigie e 600 a penitenze minori.

Secondo altri storici dal 1487, anno di istituzione del Tribunale in Sicilia, al 1732 furono inviati al braccio secolare e bruciati o condannati ad altra pena di morte 201 persone, 279 rilasciati perché morti o contumaci: la Sicilia fu la regione italiana nella quale più donne vennero condotte al rogo per ordine della Santa Inquisizione.

I graffiti e i dipinti rimasti dentro le celle sono la testimonianza toccante di un'umanità annichilita, che lì ha lasciato poesie, invocazioni, carte geografiche e preghiere.

Opere d'arte, ma anche - e soprattutto - atti d'accusa verso un'ingiustizia: una memoria storica che col tempo ha rischiato più volte di andare perduta, ma che adesso rinasce, grazie all'opera di restauro curata dall'Ateneo palermitano.

Molti dei dipinti includono data e firma e consentono di risalire all'identità e alle storie dei condannati, uomini e donne che, grattando il pavimento di cotto o procurandosi colori di fortuna, hanno scelto il muro per raccontare il proprio dolore.

L'antico Palazzo di piazza Marina era un tempo sede del Tribunale del Santo Uffizio e fu lo storico Giuseppe Pitrè che nel 1906 riuscì a salvare i graffiti lasciati dai prigionieri in alcune celle segrete dello Steri: "'Sento freddo e caldo, mi ha preso la febbre terzana, mi tremano le budella, il cuore e l'anima mi diventano piccoli piccoli" (scritto da una donna accusata di stregoneria).

Ma tra le cose più importanti e inquietanti, da vedere ci sono i solchi lasciati dalle due gabbie appese alla parte alta della facciata, dove furono esposte per secoli le teste dei baroni che si erano ribellati al re Carlo V all'inizio del suo Regno (1516-1554). Quei teschi, erano rimasti lì fino all'abolizione dell'Inquisizione nel 1782 per volontà dell'illuminato vicerè Caracciolo.

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