La protesta

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Il Gramsci Siciliano non chiuderà?

Lucio Forte
Ospite
  • 13 dicembre 2004

L’Istituto Siciliano Gramsci di Palermo non chiuderà. Per ora. O meglio, riaprirà da subito i battenti almeno fino a quando non gli imporranno un definitivo stop d’attività le decurtazioni contributive regionali ulteriormente previste dalla Finanziaria attualmente in via d’approvazione all’Ars. Una legge che prevede per il prossimo anno – a meno di un provvidenziale emendamento inserito in exstremis e in senso contrario - una ulteriore riduzione del 10 per cento dell’apporto finanziario assegnato all’Istituto dalla Regione. Decremento dirompente per la vita di un’Istituzione la cui chiusura costituirebbe il definitivo compiersi della desertificazione culturale da troppo tempo in atto all’interno dei Cantieri della Zisa. Di questo e parecchio altro in merito al delicato momento che il Gramsci sta vivendo, ha dato notizia, durante una conferenza stampa convocata provocatoriamente su un marciapiede della frustrata cittadella culturale, il professore Salvatore Nicosia. Che è l’attuale presidente dell’Istituto fondato dallo storico Francesco Renda nell’ormai lontano giugno del 1978.

La flessione contributiva in parola è infatti, per il momento, l’ultima di quattro decurtazioni che in pochi anni hanno portato tale contributo, dai 260 milioni di vecchie lire del 1999, agli attuali 90mila euro.Ciò che equivale ad una riduzione di oltre il 30 per cento senza tenere conto dell’inflazione. Ed è per questo di chiara evidenza come, permanendo tali condizioni, l’Istituto non sarà più in grado di svolgere l’attività istituzionale, né di retribuire le sole tre persone che assicurano la gestione della complessa struttura al servizio non solo della gente del popoloso quartiere ma anche degli studiosi che nel corso dell’anno hanno frequentato la Biblioteca del Gramsci in più di tremila. Nel corso dell’accennata conferenza cui erano presenti anche alcuni dei più prestigiosi esponenti della cultura isolana, il presidente Nicosia ha detto che la riapertura dei battenti vuole soprattutto essere un gesto di buona volontà e una presa d’atto della disponibilità espressa dal Governatore Cuffaro e dall’assessore al Bilancio Cintola. Secondo i quali verrà quanto meno salvaguardato il contributo di 130mila euro a suo tempo concesso all’Istituto. Un provvedimento che avrebbe un minimo di senso rispetto al fatto che per converso, istituzioni assai meno prestigiose del Gramsci – Nicosia ha espressamente parlato di enti fantasma nel campo culturale – ricevono dalla finanziaria contributi accresciuti o addirittura nuovi. Ciò che indica, secondo il cattedratico, come l’incredibile “caso Gramsci” si configuri all’interno di una precisa strategia cultural-eversiva “orientata a discriminare le istituzioni della cultura sulla base di precise scelte ideologiche e clientelari” .

Assolutamente da impedire dunque la chiusura d’un Istituto che non solo con ventimila volumi ma anche tramite preziosi archivi, fornisce all’utenza anche la possibilità, se non il privilegio, di accostarsi quasi fisicamente ai personaggi che hanno fatto o raccontato, interpretato e commentato per oltre metà del Novecento la storia dell’Isola. Con particolare riferimento alla vicenda del nostro movimento operaio, contadino e autonomista. Mentre per dare un’idea precisa del valore di tali “lasciti” basta citare, e per difetto, i fondi appartenuti a Girolamo Li Causi, Pio La Torre, Pompeo Colajanni, Marcello Cimino, Rosita Lanza. Insieme alle carte dell’Associazione Nazionale Partigiani. Documenti che devono rimanere a disposizione di quanti vogliono capire meglio e far capire come la storia del “secolo breve”, anche in Sicilia, continui a costituire il substrato più ricco nel quale affondano le radici di un presente tuttavia e sicuramente difficile.

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