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"Il momento è atipico", speranze di rinnovi contrattuali

  • 2 maggio 2006

Per quanto tempo ancora il lavoro dovrà essere considerato una possibilità di rinnovo “di mese in mese”? Qual è il nuovo limite, se c’è, allo scempio di una proposta lavorativa mascherata dalla parola “autonomia”, che cela un passato di non diritti apparentemente sconfitto, che riporta i giovani d’oggi allo sconforto di ferie e malattie non retribuite, di donne incinte che non verranno licenziate, bensì “non riconfermate”? Marilisa Monaco cerca di raccontarcelo, anzi se lo fa raccontare, in un libro che nel fervore elettorale e nelle speranze dell’appena passata festa dei lavoratori, diventa un piccolo manifesto di verità di vite vissute e soluzioni sperate, nell’attesa che qualcosa possa cambiare.

L’autrice, responsabile della comunicazione di Nidil (Nuove Identità Di Lavoro), ovvero il sindacato dei lavoratori atipici appartenente alla Cgil, ha presentato lo scorso venerdì al Blow-Up il suo nuovo ultimo lavoro “Il momento è atipico” (Terredimezzo Editore, pp. 103, euro 7).Cinque dialoghi fra lavoratori atipici appunto, i famosi Lap o lavoratori a progetto - che però non possono fare nessun progetto di vita - ed i lavoratori dipendenti, quelli che ancora godono del conforto contrattuale del tempo di lavoro definito “indeterminato”. Dai racconti di chi ha voluto regalare queste testimonianze emergono vite che si sono orientate e che si orientano in base alle garanzie di lavoro ricevute, storie di lotte sindacali quando «il rapporto tra lavoratori e sindacalisti era intenso» e «il movimento operaio era talmente forte che molto spesso i tentativi di ritorsione aziendale erano bloccati», che si scontrano con la realtà odierna in cui i moderni precari non hanno diritto ad iscriversi al sindacato né ad organizzare una rappresentanza che possa interloquire con l’azienda.

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«Mettere a confronto le storie dei precari con racconti di lavoratori stabili è stata una scelta voluta per scardinare anche alcuni luoghi comuni che si consumano sulla precarietà» - sostiene Marilisa Monaco - «come quello che vuole che i precari siano solo giovani, mentre il 69% di loro oggi ha un’età compresa tra i 30 e i 59 anni. Non è vero che la precarietà è solo una forma di primo ingresso nel mondo del lavoro, ma purtroppo ci si rimane anche permanentemente nell’arco della propria vita». E' facile intuire quanto la parola libertà non vada d’accordo con precarietà: quando un lavoratore è assolutamente ricattabile da un’azienda che a scadenza contrattuale può, con tutta tranquillità, decidere di non rinnovare il contratto, davanti ad una necessità economica difficilmente deciderà di esporsi direttamente, ribellandosi all’illegalità delle imposizioni aziendali.

E così crollano i diritti, emblematico il primo dialogo fra un metalmeccanico con lavoro stabile ed un precario del call center (nuova realtà aziendale fortemente radicata nella nostra isola), in cui quest’ultimo racconta: «Il rapporto con il mio committente funziona come quasi 50 anni fa funzionava il rapporto tra i lavoratori e il padrone. Nel mio call center l’azienda ha delegato la gestione dei collaboratori ai team leader: dei caporaletti. Se rifiuti di accettare le loro richieste… Non dico che ricorrono alle minacce palesi, ma quasi». Fra i presenti ha portato la sua testimonianza anche Carlotta Lo Dico, delegata Cgil dell’Alicos (call center dell’Alitalia) di Palermo, azienda in cui i lavoratori stabili (perché solo a loro è concesso) scioperano da mesi ed attualmente sono in assemblea permanente a causa del mancato rinnovo del contratto Assaereo: «Mi chiedo dove siano i 1400 posti di lavoro promessi da Alitalia ai lavoratori siciliani quando, cinque anni fa, usufruì del finanziamento della Comunità Europea di cinque miliardi di euro per poter aprire il suo call center in Sicilia».

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