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"Meraviglie di un mare ferito" in Sicilia: ce le racconta Giuseppe Notarbartolo di Sciara

Così le creature del Mediterraneo smettono di essere dati statistici e diventano presenze vive, affascinanti, degne di far parte del nostro immaginario. L'intervista all'autore

Federica Dolce
Avvocato e scrittrice
  • 1 marzo 2026

Giuseppe Notarbartolo di Sciara

Il mare, per noi siciliani, non è uno sfondo. È una presenza. È respiro quotidiano, orizzonte che educa allo stupore, confine che in realtà unisce. Nel suo libro “Meraviglie di un mare ferito”, presentato anche al Circolo Velico di Sferracavallo, Giuseppe Notarbartolo di Sciara sceglie di raccontare il Mediterraneo non solo con gli strumenti dell’ecologo, ma con la voce di chi quel mare lo ha attraversato per mezzo secolo, studiandolo e amandolo.

Il suo è un racconto che unisce scienza e narrazione, rigore e poesia. E quando gli chiediamo quanto sia stato difficile trovare un equilibrio tra l’analisi scientifica e il coinvolgimento emotivo, risponde con semplicità: «Non particolarmente difficile, perché chiaramente questo faceva parte del mio obiettivo, quello di scrivere un libro per il pubblico più vasto e non certo per i miei colleghi che sono già convertiti». Il punto, spiega, è che la conoscenza da sola non basta se non riesce a toccare il cuore. «Scrivere saggi non funziona perché i saggi sono noiosi. Contengono tutta l’informazione, però non fanno breccia nel cuore del pubblico».

E allora sceglie la via del racconto, quella che ci accompagna fin da bambini: «Gli esseri umani sono sempre molto interessati ai racconti, che gli si venga raccontata una storia. Questa è una cosa che noi sappiamo bene fin da bambini». Così le creature del Mediterraneo smettono di essere dati statistici e diventano presenze vive, affascinanti, degne di far parte del nostro immaginario. «Ho pensato di raccontare anch’io una storia per cercare di spiegare che nel Mare Mediterraneo vivono una quantità di esseri estremamente interessanti, fascinosi e che dovrebbero essere parte del nostro mondo, del nostro immaginario».

Perché, aggiunge con una verità limpida, «se non lo conosciamo non possiamo amarlo». Il Mediterraneo, come la Sicilia che ne è cuore pulsante, è fragile e resistente insieme. Ma questa resilienza può diventare un alibi? La risposta è netta: «Lo è già». Eppure quella capacità di rigenerarsi va custodita come una promessa: «Dobbiamo tenercela come un asso nella manica, sapendo che se facciamo le cose per bene il mare ci premierà dimostrandoci di essere in grado di ritornare a quello che era una volta».

Non tutto però è reversibile. «Quando una specie si estingue, non c’è la possibilità di tornare indietro. E come si estinguono specie si estinguono popolazioni, si estinguono ecosistemi». La resilienza, allora, non è un permesso a distruggere, ma «un elemento di speranza», come dimostrano «specie carismatiche come la foca monaca e la tartaruga comune», segnali concreti che la tutela funziona, se davvero la si applica. Le ferite del mare sono evidenti e insieme invisibili.

La Sicilia, dice, «può essere presa come paradigma di quello che sta succedendo un po’ dappertutto nel Mediterraneo». Tra le piaghe più gravi c’è la pesca eccessiva: «Basta fare rispettare le leggi», osserva con lucidità. E poi la navigazione, il rumore sottomarino, la plastica che continua ad accumularsi. «Sarebbe già una buona cosa poter dire: adesso cerchiamo di gestire la plastica che c’è già dentro, però almeno sappiamo che non entra più. E invece continua a entrare».

E c’è una ferita più profonda, che non guarirà in fretta: «I cambiamenti climatici… anche se dovessimo agire immediatamente continueremo a vederne gli effetti per non so 100, 200, chissà quanti anni». Di fronte a tutto questo, che peso ha il comportamento del singolo? «Ha certamente effetto», risponde. «Se nessuno di noi buttasse più un sacchetto di plastica in mare, un effetto ci sarà».

Ma la responsabilità deve diventare collettiva: «Ci vuole un senso di responsabilità individuale che diventi un senso di responsabilità collettivo». La politica, ammette, spesso privilegia l’economia alla conservazione. «Non inquinare costa, pescare in maniera sostenibile costa», e questo crea conflitti. Ma i veri cambiamenti nascono altrove, nella cultura. È qui che il suo sguardo si fa luminoso. Alla domanda su quale sia il primo passo per salvare il Mediterraneo, non ha dubbi: «Secondo me una nuova narrazione del mare è più importante, perché alla fine i cambiamenti sono cambiamenti di costume».

Ricorda che fino agli anni Sessanta i governi sovvenzionavano l’uccisione dei delfini, considerati nocivi. «Lei adesso si può immaginare una situazione di questo genere? Assolutamente immagino di no». È stato il mutamento della sensibilità collettiva a ribaltare quella visione. «I cambiamenti vengono da lì, vengono da una sensibilità del grande pubblico… che poi fanno sì che le regole di vita possono anche essere completamente ribaltate».

Ed è qui che la sua positività diventa contagiosa. Perché il mare, pur ferito, non è sconfitto. Perché noi non siamo padroni, ma ospiti di un mondo sommerso che ci precede e ci sopravviverà. Rispettarlo significa riconoscere questa verità semplice: non è una discarica, non è un luogo dove gettare saponi, detersivi, plastiche. È una fonte di vita, un patrimonio identitario, la trama profonda della nostra Sicilia.

Il libro di Giuseppe Notarbartolo di Sciara non è un atto d’accusa, ma un invito. A guardare il mare con occhi nuovi. A raccontarlo meglio. A cambiare abitudini. Perché, come suggerisce tra le righe del suo racconto, il futuro non è scritto: può essere migliore. E ciascuno di noi, anche da solo, può iniziare a scriverlo.
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