Missione "carta d'identità" a Palermo: da 2 mesi va in ufficio all'alba per gestire il turno
Da 10 settimane il presidente dell'Ottava Circoscrizione, Marcello Longo, arriva alla delegazione di via Fileti alle prime ore del mattino per gestire le persone in fila
Il presidente dell'Ottava Circoscrizione Marcello Longo con le persone in attesa davanti alla delegazione comunale di via Fileti
Sono le sei del mattino. Si accendono le prime luci, si alzano le serrande, si sente il rumore di qualche scooter che sfreccia per le strade ancora vuote. Mentre Palermo si sta svegliando, davanti alla delegazione comunale di via Fileti, c’è già qualcuno che lavora. Non è un impiegato, e neanche un addetto allo sportello: è il presidente dell’Ottava Circoscrizione.
Da dieci settimane, ogni martedì e mercoledì, Marcello Longo arriva prima dell’apertura dell’ufficio per un compito che non dovrebbe assolvere: mettere ordine in una fila che si forma quando ancora è notte, così da garantire la regolarità del turno fisico nei giorni in cui vengono emesse le carte d’identità elettroniche senza prenotazione.
Quando arriva, le persone sono lì da ore, a formare un capannello sul marciapiede: qualcuno è appoggiato a un’auto, altri sono in piedi con le braccia conserte, altri ancora camminano avanti e indietro per non cedere alla stanchezza. C’è chi fuma una sigaretta, chi controlla continuamente il telefono per vedere l’ora, chi tiene lo sguardo fisso sul cancello ancora chiuso.
Perché è su quel cancello che si gioca la partita. Lì c’è un foglio, fissato alla meglio, che si muove leggermente nell’aria del mattino: sopra, i nomi scritti a penna di chi ha passato la notte in attesa per non perdere il turno.
Longo si avvicina, saluta, si presenta, prende quel foglio e comincia a leggere i cognomi ad alta voce. Uno alla volta. Chi c’è risponde, chi non c’è viene cancellato. «Faccio l’appello, depennando gli assenti», racconta. La soglia, infatti, è già fissata: «L’ufficio può rilasciare al massimo 20 carte d’identità nel pomeriggio, dieci per ogni sportello aperto», spiega.
È un numero, il venti, che cambia completamente la scena. Perché quando lui arriva, quel limite è già stato superato: «Anche stamattina la ventesima persona era arrivata alle quattro», dice. Chi arriva oltre quel numero resta in silenzio: qualcuno si allontana subito, qualcun altro prova a resistere ancora qualche minuto, come se bastasse aspettare per cambiare qualcosa.
Lui lo ribadisce, senza alzare la voce: «Non serve restare, chi non rientra in questo elenco è inutile che continui a sperare di fare la CIE nel pomeriggio». Intanto continua a segnare, a spiegare, a orientare chi ha urgenza verso il turno del mattino, «tra gli appuntamenti dei pochi privilegiati che sono riusciti a prenotare», quando ancora lo si poteva fare tramite il portale del Ministero.
È una gestione che non esiste formalmente, ma che ormai è diventata un’abitudine consolidata: «Ho iniziato a venire qui più di due mesi fa», racconta, «quando mi sono reso conto che fuori dagli orari di lavoro, senza informazioni, si creavano caos e tensioni. È un impegno per cercare di lenire, per quanto possibile, i gravi disagi dei cittadini, ma anche per dare assistenza ben prima che l’ufficio apra». Questo «per evitare che l’esasperazione dell’utenza si ripercuota sui custodi e sugli operatori allo sportello che in questo periodo sono pesantemente sotto pressione e, a volte, anche minacciati dai più furibondi».
Da allora la scena è sempre la stessa, si ripete ogni settimana, quando di pomeriggio la delegazione è aperta a chi non è riuscito a ottenere un appuntamento. Solo che, nei mesi, si è spostata indietro nel tempo: «La gente ha cominciato ad arrivare sempre prima. Alle cinque, poi alle quattro, adesso alle tre. Ecco perché, in una situazione emergenziale come questa, con richieste molto più alte rispetto alle possibilità, bisogna almeno provare a rendere umano quello che sta succedendo e che umano non è», osserva con una voce stanca ma ferma.
Non è un’anomalia, è un adattamento. Quando il sistema non assorbe la domanda, la città si riorganizza da sola. Eppure, spiega, i segnali c’erano già da tempo: «Ho scritto più volte al sindaco e all’assessore, chiedendo di potenziare gli uffici e di attivarsi con il Ministero per ottenere una proroga delle scadenze». Una richiesta che precede di mesi l’esplosione del caso, con la lettera aperta dell’insegnante di architettura che denuncia quanto accaduto ai suoi genitori.
«Il rammarico - aggiunge - è che il Comune non sia riuscito finora a organizzare turni straordinari sufficienti, anche ricorrendo a contratti a tempo determinato, per smaltire l’emergenza».
Nelle stesse ore, in un’altra parte della città, la postazione anagrafica di viale Regione Siciliana è rimasta chiusa. Quattro dipendenti su quattro assenti per malattia. «Ieri non ha aperto», spiega il consigliere comunale di Lavoriamo per Palermo, Ninni Abbate. «Chi non aveva prenotazione non ha potuto fare nulla; chi aveva l’appuntamento, invece, è stato dirottato in altre delegazioni e ha risolto».
Per oggi resta un’incognita. La riapertura non è ancora certa e si aspetta di capire se il servizio riuscirà a ripartire regolarmente o se la pressione si sposterà ancora una volta altrove, su altri uffici già saturi. Dall’amministrazione, però, filtra un cauto ottimismo: l’assessore ai Servizi demografici, Dario Falzone, si augura che già da oggi la sede comunale «possa tornare operativa e che la situazione rientri nella normalità».
Nel frattempo, mentre le incertezze restano, la città continua ad adattarsi a un sistema che procede per inerzia, tenuto insieme da equilibri fragili, da soluzioni improvvisate e da chi - come Longo - prova ogni settimana a evitare che si rompa del tutto.
Ma la scena, alla fine, resta sempre la stessa: una fila che, nella quinta città d’Italia, nasce prima dell’alba per un documento che dovrebbe essere garantito. E il fatto che un presidente di Circoscrizione debba arrivare alle sei del mattino per spiegare chi entrerà e chi no dice molto più di qualsiasi dato. Dice che il problema non è solo quante carte d’identità si riescono a fare, ma che per ottenerne una bisogna resistere tutta la notte, fino al pomeriggio.
Da dieci settimane, ogni martedì e mercoledì, Marcello Longo arriva prima dell’apertura dell’ufficio per un compito che non dovrebbe assolvere: mettere ordine in una fila che si forma quando ancora è notte, così da garantire la regolarità del turno fisico nei giorni in cui vengono emesse le carte d’identità elettroniche senza prenotazione.
Quando arriva, le persone sono lì da ore, a formare un capannello sul marciapiede: qualcuno è appoggiato a un’auto, altri sono in piedi con le braccia conserte, altri ancora camminano avanti e indietro per non cedere alla stanchezza. C’è chi fuma una sigaretta, chi controlla continuamente il telefono per vedere l’ora, chi tiene lo sguardo fisso sul cancello ancora chiuso.
Perché è su quel cancello che si gioca la partita. Lì c’è un foglio, fissato alla meglio, che si muove leggermente nell’aria del mattino: sopra, i nomi scritti a penna di chi ha passato la notte in attesa per non perdere il turno.
Longo si avvicina, saluta, si presenta, prende quel foglio e comincia a leggere i cognomi ad alta voce. Uno alla volta. Chi c’è risponde, chi non c’è viene cancellato. «Faccio l’appello, depennando gli assenti», racconta. La soglia, infatti, è già fissata: «L’ufficio può rilasciare al massimo 20 carte d’identità nel pomeriggio, dieci per ogni sportello aperto», spiega.
È un numero, il venti, che cambia completamente la scena. Perché quando lui arriva, quel limite è già stato superato: «Anche stamattina la ventesima persona era arrivata alle quattro», dice. Chi arriva oltre quel numero resta in silenzio: qualcuno si allontana subito, qualcun altro prova a resistere ancora qualche minuto, come se bastasse aspettare per cambiare qualcosa.
Lui lo ribadisce, senza alzare la voce: «Non serve restare, chi non rientra in questo elenco è inutile che continui a sperare di fare la CIE nel pomeriggio». Intanto continua a segnare, a spiegare, a orientare chi ha urgenza verso il turno del mattino, «tra gli appuntamenti dei pochi privilegiati che sono riusciti a prenotare», quando ancora lo si poteva fare tramite il portale del Ministero.
È una gestione che non esiste formalmente, ma che ormai è diventata un’abitudine consolidata: «Ho iniziato a venire qui più di due mesi fa», racconta, «quando mi sono reso conto che fuori dagli orari di lavoro, senza informazioni, si creavano caos e tensioni. È un impegno per cercare di lenire, per quanto possibile, i gravi disagi dei cittadini, ma anche per dare assistenza ben prima che l’ufficio apra». Questo «per evitare che l’esasperazione dell’utenza si ripercuota sui custodi e sugli operatori allo sportello che in questo periodo sono pesantemente sotto pressione e, a volte, anche minacciati dai più furibondi».
Da allora la scena è sempre la stessa, si ripete ogni settimana, quando di pomeriggio la delegazione è aperta a chi non è riuscito a ottenere un appuntamento. Solo che, nei mesi, si è spostata indietro nel tempo: «La gente ha cominciato ad arrivare sempre prima. Alle cinque, poi alle quattro, adesso alle tre. Ecco perché, in una situazione emergenziale come questa, con richieste molto più alte rispetto alle possibilità, bisogna almeno provare a rendere umano quello che sta succedendo e che umano non è», osserva con una voce stanca ma ferma.
Non è un’anomalia, è un adattamento. Quando il sistema non assorbe la domanda, la città si riorganizza da sola. Eppure, spiega, i segnali c’erano già da tempo: «Ho scritto più volte al sindaco e all’assessore, chiedendo di potenziare gli uffici e di attivarsi con il Ministero per ottenere una proroga delle scadenze». Una richiesta che precede di mesi l’esplosione del caso, con la lettera aperta dell’insegnante di architettura che denuncia quanto accaduto ai suoi genitori.
«Il rammarico - aggiunge - è che il Comune non sia riuscito finora a organizzare turni straordinari sufficienti, anche ricorrendo a contratti a tempo determinato, per smaltire l’emergenza».
Nelle stesse ore, in un’altra parte della città, la postazione anagrafica di viale Regione Siciliana è rimasta chiusa. Quattro dipendenti su quattro assenti per malattia. «Ieri non ha aperto», spiega il consigliere comunale di Lavoriamo per Palermo, Ninni Abbate. «Chi non aveva prenotazione non ha potuto fare nulla; chi aveva l’appuntamento, invece, è stato dirottato in altre delegazioni e ha risolto».
Per oggi resta un’incognita. La riapertura non è ancora certa e si aspetta di capire se il servizio riuscirà a ripartire regolarmente o se la pressione si sposterà ancora una volta altrove, su altri uffici già saturi. Dall’amministrazione, però, filtra un cauto ottimismo: l’assessore ai Servizi demografici, Dario Falzone, si augura che già da oggi la sede comunale «possa tornare operativa e che la situazione rientri nella normalità».
Nel frattempo, mentre le incertezze restano, la città continua ad adattarsi a un sistema che procede per inerzia, tenuto insieme da equilibri fragili, da soluzioni improvvisate e da chi - come Longo - prova ogni settimana a evitare che si rompa del tutto.
Ma la scena, alla fine, resta sempre la stessa: una fila che, nella quinta città d’Italia, nasce prima dell’alba per un documento che dovrebbe essere garantito. E il fatto che un presidente di Circoscrizione debba arrivare alle sei del mattino per spiegare chi entrerà e chi no dice molto più di qualsiasi dato. Dice che il problema non è solo quante carte d’identità si riescono a fare, ma che per ottenerne una bisogna resistere tutta la notte, fino al pomeriggio.
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