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Incubo "carta d'identità" a Palermo: file anche di notte (e guai ad andarsene)

È caos nelle delegazioni comunali per fare la nuova Cie. Un'impresa, più che un dovere da assolvere, con turni che iniziano all'alba e lunghe ore di attesa

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 27 aprile 2026

Fila negli uffici pubblici

Alle tre e mezza del mattino Palermo non dorme del tutto. C’è chi rientra a casa, chi sistema le ultime sedie fuori dai locali, chi attraversa la città semivuota sotto i lampioni accesi. E poi c’è chi si mette in fila: non per partire, non per un concerto, non per un’emergenza improvvisa, ma per una carta d’identità.

In via Fileti, mentre la notte tiene ancora la città sospesa, c’è chi aspetta il proprio turno come si aspetta un bene raro. E in quella fila ci finisce chi dovrebbe trovare in un ufficio pubblico un servizio e non un ostacolo. Una scena che racconta molto più di una pratica amministrativa: racconta una Palermo che si muove prima ancora che faccia giorno per inseguire un diritto.

Succede nella quinta città d’Italia, nel 2026, mentre si avvicina una scadenza che ormai pesa come una minaccia concreta su migliaia di cittadini: dal 3 agosto la carta d’identità cartacea non sarà più valida, indipendentemente dalla data stampata sul documento. Lo hanno ribadito il Ministero dell’Interno e gli stessi avvisi del Comune di Palermo, invitando da mesi a sostituirla con la Cie.

Il problema è che il passaggio obbligato alla carta d’identità elettronica si sta consumando dentro un sistema che non regge. Le richieste sono aumentate in modo significativo e il Ministero, già a febbraio, aveva invitato i Comuni ad adottare misure organizzative straordinarie proprio per evitare disagi e picchi a ridosso dell’estate. A Palermo, però, il clima che si respira è quello dell’assedio: appuntamenti impossibili da ottenere, prenotazioni online sospese, accessi contingentati, lunghe attese e persone costrette a presentarsi di notte pur di provare a entrare.

A raccontarlo con parole durissime è Santina Di Salvo, professoressa associata di Architettura dell’Università di Palermo, che ha scritto una lettera aperta al sindaco Roberto Lagalla. Al centro del racconto ci sono il padre di 83 anni e la madre di 78, che qualche giorno fa si sono recati alla postazione dell’Ottava circoscrizione.

«La prima volta - spiega al telefono - i miei genitori si sono presentati alle 8.00 del mattino, ad apertura, ma il turno era già chiuso». La risposta ricevuta è stata quindi quella che oggi circola tra chi prova ad accedere agli uffici, tanto semplice quanto umiliante: «Bisogna presentarsi alle 3.30 del mattino per prendere posto, senza allontanarsi, altrimenti si perde il turno». Un’indicazione che, sottolinea, «non è nata tra i cittadini in fila, ma è arrivata direttamente dagli addetti comunali».

«Io ho provato a fermarli, dicendo che era pericoloso - aggiunge - ma non mi hanno ascoltato e sono andati realmente a quell’ora». Ed è qui che il racconto dell’insegnante prende corpo e diventa scena.

Alle tre e mezza del mattino via Fileti comincia a popolarsi. Le persone iniziano a riconoscersi tra loro, a segnarsi, a organizzarsi. Non c’è un sistema ufficiale, ma una regola implicita che tutti accettano: chi arriva prima rientra nel turno, gli altri si accodano. Nasce così una lista scritta a penna, un foglio che passa di mano in mano, il “pizzino” su cui si costruisce la speranza di entrare.

L’attesa nel frattempo si dilata. C’è chi cammina avanti e indietro per non cedere al sonno - come i genitori di Santina che hanno percorso 12.000 passi - chi si siede su un muretto, chi fuma, chi scambia qualche parola per restare sveglio. Qualcuno prova a resistere, qualcun altro si arrende. Perché la condizione è chiara: non ci si può allontanare né sparire, e se non si è presenti il nome salta. «Hanno aspettato tutta la notte senza potersi muovere», racconta. «Chi se ne andava veniva cancellato».

È una selezione silenziosa, senza regole scritte ma rigidissima. Alla fine restano in pochi, quelli che resistono di più. «Ne hanno presi una ventina, i più forti, gli highlander. Tra loro, mio padre e mia madre», spiega l’insegnante con un sorriso amaro appena accennato. E non è finita qui, perché «oltre all’attesa notturna, hanno dovuto aspettare altre ore per poter finalmente sbrigare la pratica. Sono rientrati a casa nel pomeriggio, distrutti».

È in questo passaggio che il racconto smette di essere individuale e diventa un meccanismo. Il turno si prende di notte per essere serviti il giorno dopo, nel pomeriggio. Una logica che trasforma un servizio in una prova e che lascia sospesa una domanda semplice, ripetuta più volte, quasi a cercare qualcuno che risponda davvero: «È normale? È normale che nel 2026, a Palermo, si debba passare la notte in fila per un documento? È normale che persone anziane siano costrette a tutto questo?».

La domanda è arrivata anche nelle stanze della politica. Nelle ultime ore il presidente della IV commissione consiliare, Salvatore Imperiale, ha chiesto di valutare con urgenza una proroga di almeno tre mesi delle scadenze, parlando apertamente del rischio caos in città e sottolineando come l’attuale pressione sugli uffici anagrafici possa avere ripercussioni pesanti anche nel pieno della stagione estiva.

«Ho chiesto al presidente del Consiglio comunale, Giulio Tantillo, di farsi promotore, attraverso l’Anci, di un’iniziativa nei confronti del Governo per ottenere una proroga», spiega. Una richiesta che punta a trasformare un’emergenza locale in una questione nazionale e che si accompagna anche all’avvio di una raccolta firme online per sollecitare un intervento diretto e immediato dell’esecutivo.

Perché, dice, «quello che sta accadendo è assurdo e sotto gli occhi di tutti. Mi chiedo come sia possibile che i deputati palermitani, di qualsiasi partito, non se ne siano ancora resi conto e non abbiano portato la questione in Parlamento».

Dall’amministrazione, però, la prospettiva cambia. L’assessore ai Servizi demografici, Dario Falzone, rivendica gli interventi messi in campo e sposta il problema su limiti strutturali e organizzativi. Il nodo, spiega, sta soprattutto nelle regole e negli strumenti a disposizione: la mattina si accede solo tramite prenotazione sul portale nazionale, ma quando gli slot dei 120 giorni sono già occupati, semplicemente non è più possibile inserirsi.

Il pomeriggio resta l’unico spazio senza appuntamento, ed è lì che la domanda si concentra, trasformando l’attesa in quella fila che comincia prima dell’alba.

«Negli ultimi mesi il Comune ha allargato il servizio, aggiungendo aperture e aumentando le postazioni, ma la capacità resta legata a vincoli difficili da superare: le apparecchiature per l’acquisizione delle impronte digitali sono fornite direttamente dal Ministero, sono geolocalizzate e non possono essere spostate liberamente; in più, il personale, già esausto, può lavorare oltre il proprio orario solo su base volontaria, non possiamo obbligare nessuno a fare straordinari», osserva l’assessore.

È qui che emerge la distanza tra organizzazione e realtà. Perché mentre dentro gli uffici si lavora per aumentare i numeri, fuori nel frattempo aumenta la coda. «Non abbiamo evidenza diretta di queste attese notturne. In ogni caso, si tratta di dinamiche che si sviluppano al di fuori degli uffici e noi non possiamo regolamentare quello che succede prima dell’apertura», spiega.

Sulla richiesta di proroga avanzata in Consiglio comunale, l’auspicio è che si possa ottenere, ma con una speranza ridotta: «La scadenza del 3 agosto deriva da una direttiva europea, non da una scelta del Comune».

E poi l’invito ai cittadini, che suona anche come un tentativo di alleggerire la pressione sugli uffici: «C’è una corsa a fare la carta d’identità come se fosse una questione di vita o di morte, ma esistono documenti equipollenti come patente o passaporto. Chi non deve partire, può anche aspettare settembre o ottobre».

Fuori dagli uffici, intanto, la scena resta la stessa: una fila che si forma quando la città dovrebbe dormire, persone che aspettano in piedi e al buio per un documento, un diritto minimo trasformato in una prova di sopravvivenza urbana. Dentro quella coda non c’è solo il fallimento di un servizio pubblico: c’è un’intera idea di amministrazione che continua a considerare normale ciò che normale non è.
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