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Nel cast (stellare) anche Lo Cascio, Briguglia e Gioè: 25 anni fa usciva "I cento passi"

Torna in sala l'1 dicembre. Un ritorno importante perché nonostante il dilagare dei fatti di mafia e le lotte per contrastarla, la speranza di poter vincere non deve spegnersi

Tancredi Bua
Giornalista
  • 29 novembre 2025

Luigi Lo Cascio e Paolo Briguglia sul set de "I cento passi" (foto di Angelo R.Turetta)

Venticinque anni fa, al cinema arrivava per la prima volta la storia dell’attivista Peppino Impastato, che il regista Marco Tullio Giordana aveva voluto fortemente raccontare in “I cento passi”. Il film venne interamente girato tra Cinisi – il paese natale di Impastato – e Terrasini – sede della sua leggendaria Radio Aut – e ritorna in sala con Minerva Pictures e Filmclub Distribuzione da lunedì 1 dicembre, in una versione restaurata in 4K dall’Istituto Luce e Minerva Pictures, dopo il passaggio per la sezione "Storia del cinema" della Festa del Cinema di Roma. L’importanza de “I cento passi”, anche dopo venticinque anni dalla sua uscita, è sotto gli occhi di tutti.

Fu il film che raccontò, in un’Italia che non aveva ancora assestato alcuni importanti colpi contro Cosa Nostra, la storia di un "uomo comune" che combatté la mafia del suo paese – i cui traffici si collegavano però su uno scacchiere regionale, e nazionale, molto più ampio – con le uniche armi a sua disposizione: i comizi, una radio da cui mostrare la corruzione sistematica del mondo politico, la lettura dei grandi poeti e pensatori per imparare a capire come dalle crepe apparentemente insignificanti l’oscuro macchinare delle organizzazioni criminali entra in un mondo che altrimenti sarebbe migliore.

Fu anche il film che lanciò o consolidò la carriera di almeno quattro degli attori oggi più noti in Italia, a partire dal protagonista, Luigi Lo Cascio, che esordiva al cinema proprio nei panni di Peppino Impastato e grazie a quella interpretazione portò a casa, l’anno seguente, il David di Donatello come miglior attore protagonista.

Al suo fianco, nei panni del fratello, un altro palermitano, Paolo Briguglia, Claudio Gioè (sia lui sia Briguglia avevano esordito al cinema appena due anni prima in "The Protagonists", primo film di un altro talento originario di Palermo, Luca Guadagnino) nei panni dell’amico Salvo Vitale e Domenico Centamore – i due fanno ormai coppia fissa in "Màkari" – nei panni dell’amico più sanguigno Vito.

Resta poi uno dei pochi film, se non l’unico, a essere stato interamente girato tra i due comuni del palermitano: a parte le location in cui visse (la casa sul corso principale, distante giusto qualche decina di metri da quella del boss Gaetano "Tano Seduto" Badalamenti) e operò (la sede di Radio Aut di corso Vittorio Emanuele, a Terrasini) il vero Peppino Impastato, la troupe girò anche a monte Pecoraro (Marco Tullio Giordana lo definì «una massa incombente […] a sigillare il cielo»), nei pressi dell’aeroporto di Punta Raisi, alla Torre Alba di Terrasini, e poi in giro per tutta Cinisi, dalla piazza raccontata quasi come quella di un villaggio del Far West passando per via Roma e la stazione di via Nazionale.

"I cento passi" ritorna al cinema in un momento storico importante, in cui il sentire comune sembra essere diventato "La mafia è stata sconfitta", decapitata sotto i colpi di spada di magistrati e giudici, dimenticando che, purtroppo, la mafia è un’Idra, un mostro con almeno sette teste, e ogni volta che se ne taglia una, dai resti ne ricrescono due (e spesso, per diverso tempo, quelle due teste restano invisibili o, peggio, camuffate dentro le istituzioni).

Raccontare di nuovo, possibilmente a un pubblico più giovane, la storia di Peppino Impastato non può che portare a riflettere sulle stranezze che ci circondano – in fondo Impastato ha fatto "solo" questo nella sua vita – e farci scegliere, magari, di denunciarle anziché unirci al coro di quelli che le nascondono o, peggio, fanno finta di non vederle.

Quando venne girato, non fu facile "portarselo a casa", in primis perché proprio i mafiosi non volevano che la storia di Peppino Impastato arrivasse a un pubblico così ampio come quello a cui si rivolgeva. In un bellissimo libro uscito circa vent’anni fa e curato da Antonio Maraldi, Roberto Forza, il direttore della fotografia del film, raccontava di come «ogni volta che una produzione va a girare in Sicilia paga una tangente alla mafia.

Magari sotto varie forme, ma comunque paga qualcosa a un clan mafioso. Qualcuno potrà pur negarlo, ma si tratta di un fatto assodato. Quando ci chiamarono per il film Mosca (il produttore, ndr.) e Giordana (il regista, ndr.) ci dissero che non avrebbero pagato “pizzi” alla mafia, neppure mille lire, e che questo avrebbe potuto comportare delle ritorsioni».

Qualcuno, stando alle sue dichiarazioni, venne "minacciato pesantemente", e girare “I cento passi” fu possibile perché il set non era a Palermo, ma a Cinisi, «dove era ancora molto forte il ricordo di Impastato e c’era ancora una società civile molto motivata e combattiva che ci sosteneva». Nonostante questo, quando la troupe filmò la famosa scena dei cento passi, ripresa poi dall’omonima, storica canzone dei Modena City Ramblers, "c’era una strana, impalpabile ostilità".

Mentre Luigi Lo Cascio e Paolo Briguglia camminavano per corso Umberto I, a Cinisi, nessuno si affacciava alle finestre o stava ad assistere, «come a chiamarsi fuori». E la stessa cosa accadde per «il giorno dei “funerali”», cioè quando si girò la scena accompagnata da “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum che porta ai titoli di coda, «c’era la stessa solitudine, le stesse finestre chiuse», raccontava Forza. Poi, però, continua la storia, «arrivarono le comparse, i ragazzi delle scuole, i volontari delle associazioni, a centinaia, a migliaia, esattamente come per i veri funerali di Impastato, e l’impressione fu che si potesse avere una qualche speranza di cambiare la Sicilia».

Ecco perché il ritorno de “I cento passi” in sala è importante – perché nonostante i fatti degli ultimi anni, e il dilagare dei fatti di mafia spesso sapientemente occultati, la speranza di poter vincere (come provava a fare Impastato e come racconta il film) non deve mai spegnersi, che l’Idra abbia sei, sette, otto, infinite teste.
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