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Ogni "sciarra" che si rispetti parte da una "boffa": genesi di una vera e propria attrazione popolare

Chiamatela come volete ma la "sciarra" è sempre un momento memorabile (per chi la osserva, of course). Provoca ora indignazione ora gossip ad alti livelli da raccontare il giorno dopo

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 17 maggio 2021

"Rissa Micheli, 1930", dipinto di Renato Natali

(Musichetta di Super Quark) cito letteralmente: "Tre feroci branchi di leoni lottano per arrivare al territorio proibito in cerca di cibo e potere: un luogo in cui i leoni combattono al'ultimo sangue per ottenere ciò che vogliono. Ma i branchi non sono soli: dei maschi solitari, allontanati dai loro gruppi, li pedinano nascosti nell'ombra in attesa di prendere il comando".

Quante volte tra uno zibibbo e una Forst atturrunata (very fredda), quando ai tempi non portavamo ancora la mascherina, e visti dall'alto eravamo noi stessi uno di quei tasselli che componevano quel bellissimo mosaico chiamato assembramento, di punto in bianco avete visto formarsi un trambusto che da levante a ponente rispondeva al grido di «Sciarra c'è!»?

Chiamatela come volete, rissa, baruffa, zuffa, alterco, aggaddo, dimostrazione d'affetto o confusioni i timpulati: da che mondo è mondo la sciarra è sempre stata un'attrazione popolare che provoca ora indignazione ora gossip ad alti livelli da raccontare il giorno dopo dal barbiere o, perché no, a lavoro.



Da quali meandri della storia proviene dunque la sciarra? Tutto partì da uno schiaffo e da un uomo chiamato Giacomo Sciarra, non per niente antenato del nostro simpaticissimo e cabarettista viceré Marcantonio Colonna.

Siamo nella seconda metà del XIII secolo e per la precisione sono trascorsi 35 anni da quando lo Stupor Mundi, Federico II, passando a miglior vita, pone fine alle sue scannate con papa Gregorio X e non solo: l'11 novembre 1285, giorno di San Martino e dei suoi biscotti duri come la pietra, infatti, sale al trono di Sicilia Giacomo II detto il Giusto.

Giacomo nove anni dopo sarà uno dei protagonisti del Trattato di Anagni, ovvero un accordo tra lui, il papa e Carlo lo Zoppo (Carlo II D’'ngiò) in cui, come gli scambi del monopoli, riconsegna i tre figli rapiti dello Zoppo, e che teneva da sette anni, e in più ci aggiunge la Sicilia, prendendosi in cambio la Sardegna e Corsica.

Questo è quello che accadeva in Sicilia per volere di questo Bonifacio VIII che, diciamoci la verità, aveva la malattia del "tutto mio, tutto mio!". Essendo romano de Roma, appena eletto, la prima cosa che fa, oltre a imprigionare il papa che c’era prima di lui, è quella di riportare la sede del papato da Napoli a Roma, precisamente ad Anagni dove istituisce il suo personalissimo quartier generale.

Ne aveva tanti di nemici questo papa, ma su tutti proprio la famiglia Colonna che poteva vantare ben due cardinali (Giacomo e Pietro) ma soprattutto l’altro Giacomo detto Sciarra, parola che viene dell’arabo (šarrah) e che significa ostilità. Siccome questo Bonifacio VIII aveva un po’ di manie di grandezza, non faceva altro che rivendicare l’origine divina del suo ruolo pretendendo che tutti i re si sottomettessero al suo volere.

«Lu lupo di mala cuscienza come opira pienza», disse a quel punto il re di Francia Filippo il Bello (il lupo di mala coscienza come opera pensa); e, visto che simpatie per questo papa non ne teneva, per non sapere né leggere né scrivere, vietò a tutti i chierici di esportare oro, argento e altre cose preziose.

Contemporaneamente, presi di coraggio, i cardinali Colonna cominciarono a sparlare Bonifacio in tutta Roma che, per contro risposta, li destituì dal loro ruolo e fece sequestrare i loro beni. Poveri e pazzi (si fa per dire) fecero occhiolino al re di Francia che se ne lavò tranquillamente le mani e disse: «Un piatto di pasta per voi a casa c'è sempre, ma non mi dite di venire a Roma che manco mi piace!»; ai due Colonna non restò che fare armi e bagagli e trasferirsi in Francia. E mentre che i due cardinali continuavano a dirne peste e corna, diffondendo che Bonifacio era sodomita e assassino del papa prima di lui, Filippo il Bello convocava gli Stati Generali perché già si era portato la testa (aveva rotto).

A quel punto spunta un personaggio misterioso, Guglielmo da Nogaret, cancelliere del re, che viene incaricato segretamente di andare a Roma, arrestare il papa, e portarlo a Parigi. In Italia ad aspettare il Nogaret ci stava, neanche a farlo apposta, l'altro Colonna, Giacomo Sciarra, che questo papa gli stava sullo stomaco come la pasta con le sarde senza sarde: «Se non lo trovo non lo trovo, ma se lo trovo due boffe non gliele toglie nessuno!» (sentendo boffa i due devono essersi intesi subito perché lo schiaffo alla palermitana viene proprio dal francesse baffe).

Armati di trick track e bombe a mano marciarono alla volta di Anagni pensando di trovarsi l'esercito del papa contro; gli anagnini gli fecero trovare invece le porte aperte perché pure là stava facendo puzza Bonifacio.

Era il 7 settembre 1303 che Guglielmo da Nogaret e il Colonna raggiunsero il secondo piano della residenza dove si nascondeva il papa: Giacomo Sciarra lo vide seduto sul trono, prese la rincorsa a mano aperta, e, veramente, gli posò una potente boffa che passò alla storia come la "Timpulata di Anagni".

Se papa Bonifacio VIII vide un poco di stelline e Sant'Erasmo da Formi, protettore dei dolori, San Raffaele arcangelo, protettore dei ciechi, - dato che un attimo non ci vide più - e San Noè, protettore degli ubriachi, perché magari gli girò pure la testa, questo non lo possiamo sapere; quello che è certo è che da allora tutte le volte che volano timpulate a destra e sinistra, pure a quelli che non c'entrano niente, tutti inneggiano alla parola sciarra...
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