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Ora diamoci una mossa: la cultura a Palermo non può dipendere più solo dalla politica

Le dimissioni dell'assessore comunale si portano dietro vecchie polemiche che riguardano la città: ma il modo per fare impresa culturale esiste e ci sono vari esempi

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 9 luglio 2020

Adham M. Darawsha

Si è dimesso l’assessore alle Culture del comune di Palermo, Adham Darawsha. Il sindaco rifiuta le dimissioni. Le ragioni sarebbero dovute a frizioni interne alla giunta, sembrerebbe infatti che l’assessore si sarebbe mostrato poco incline a decantare le lodi dell’operato della giunta, come avrebbe voluto il sindaco per ammorbidire l’ultimo posto nella classifica del Sole 24 ore.

L’assessore preso atto del desolante spettacolo che la città offre di se quotidianamente non se la sarebbe sentita, cosi riferisce Claudia Brunetto su Repubblica, ed avrebbe anche rappresentato la sua disistima per i colleghi poco inclini a contestare il capo. Avere il coraggio di dare parola a questi contenuti ed essere conseguenti è un atto che merita rispetto. Chapeau.

Il punto però va oltre le dimissioni ed in quello che in qualche modo possono significare. Palermo è la quinta città d’Italia e nonostante i tanti proclami e le tante aspettative generate dall’amministrazione queste dimissioni alzano il velo sulla evidente assenza di ogni forma di progetto per la città e della città. Questa inconsistenza era stata mascherata, dal mio punto di vista male come ho già argomentato, dal precedente assessore con Manifesta e con altri altisonanti eventi che in città hanno lasciato, ormai possiamo dirlo con la serenità del senno del poi, molto poco.



Le dimissioni dell’assessore sono il punto di caduta di una scelta a suo tempo demagogica di individuare un assessore fuori mestiere ma con un ingrediente gradito alla sinistra radical della città: la sua origine extracomunitaria. Scelta volutamente gridata in opposizione ad una certa violenza verbale e xenofoba che in parte ha investito imbruttendolo il paese in questi anni.

La demagogia è stata evidenziata e sottolineata dal cambio di nome dell’assessorato, come se la cultura non fosse sempre una ed una sola a prescindere da quale lingua e quale popolo la produca. Il vuoto della proposta è stato poi sottolineato dall’assenza di un progetto sotto questa etichetta, che a mio avviso ha avuto più il senso di provocare una parte, che spesso stupidamente si è lasciata provocare, piuttosto che quello di elaborare un pensiero nuovo ed alternativo.

Ho sempre creduto che la cultura sia parte strutturale dell’identità (parola da sempre poco considerata e di cui ci si è ricordati in queste settimane per i noti motivi legati ad altro assessorato) di un popolo e rappresenta l’insieme di pensieri e costumi che la popolazione esprime in tutti i segmenti della sua stratificazione sociale. Per tali ragioni è culturale a Palermo il panino con la milza, esattamente quanto il Palermo Calcio, il che fa di Dario Mirri, il presidente, uno dei principali operatori culturali della città, affermazione che sono certo farà arricciare il naso a molti sedicenti intellettuali con il processo di Kafka sotto braccio.

Parimenti, questa è la mia opinione ovviamente, non necessariamente è culturale una produzione artistica o intellettualistica fine a se stessa che non riesce a dialogare ed interagire, anche in contestazione, con la società. In questo trovo ancora drammaticamente attuale la riflessione gramsciana sul tema, e la dicotomia da lui posta tra intellettuali organici e tradizionali.

L’idea che mi sono fatto in questi anni è che gran parte del mondo artistico, non me ne vogliano gli artisti cittadini, ritiene di meritare un supporto alla propria arte per precondizione data, senza porsi la domanda di cosa renda funzionale ed utile dal punto di vista del cittadino che le sue tasse finanzino quell’opera specifica.

Ovvero hanno perso di vista la dimensione di servizio del loro ruolo sociale. Cosi in questi anni sono stati spacciati per cultura lodevoli attività di intrattenimento e produzioni artistiche autoreferenziali senza che il comparto abbia mai avuto la forza e la capacità di elaborare un pensiero altro e di scegliere, per rimanere nello schema gramsciano, da che parte stare, ovvero a quale progettualità essere organici.

La debolezza del processo culturale espressa dall’amministrazione di Palermo con la nomina di Darawsha assessore è tutta qui. Non me ne voglia l’assessore, che non conosco personalmente, e che so essere una brava persona, non è personale la questione, anzi in qualche modo ha le mie simpatie per avere indicato la nudità del re. Il punto è che rispetto a certe logiche gridate è stato chiamato a svolgere una funzione simbolica, non so se aveva anche lo spazio per avviare una progettualità, certo è che nella sostanza non ha espresso alcuna progettualità, e sotto la demagogia di una città aperta a popoli e culture di fatto si è assistito ad un immenso vuoto di idee e progetti.

L’archivio Scaldati finito a Venezia è forse la misura più violenta di quanto le parole cultura ed identità siano svuotate oggi di ogni significato reale nel pensiero operativo di chi le pronuncia, scagliate strumentalmente da questa o quella parte politica senza una reale idea a sostenerli.

Ho provato a fare un giro di telefonate tra artisti, registi, operatori culturali cittadini. Quello che ho registrato è che in genere, ciascuno con i dovuti distinguo, il comparto si percepisce estraneo al progetto culturale lasciando la centralità del pensiero e quindi le responsabilità alla disistimata controparte: la politica.

Questo a mio modo di vedere ha consentito e consente le varie operazioni di maquillage cui assistiamo nei vari assessorati ed enti culturali siciliani. Facile prendersela con un Sindaco padrone, che dispone di uomini e cose. Il tema è che questo strapotere viene esercitato nella totale assenza di una interlocuzione, non necessariamente alternativa, ma anche semplicemente dialogante.

Io ho lavorato per anni nel marketing del comparto agricolo, scherzando con Caludio Collovà ho fatto notare come il mondo dell’arte e della cultura ne riproduce gli stessi schemi. I “produttori” di cultura operano monadicamente come i “produttori” di vino o di olio extravergine, forti della qualità che rende unico il loro prodotto, esattamente come rende unica ai propri occhi l’intuizione e la produzione artistica di questo o quel regista. Altrove la sinergia, eclatante l’esempio del Parmigiano Reggiano, ha portato a costruire, con il lavoro sinergico di 370 aziende, uno degli asset economici del paese.

A me piacciono i pensieri divergenti, Fabio Rizzo, il fondatore di 800A records svolge una attività che produce contenuto ed interagisce anche economicamente con il contesto nel quale opera. Insomma fa impresa che possiamo definire culturale. Lui parla di un cambio di paradigma, un po’ in controtendenza con l’umore diffuso nel comparto culturale in senso stretto. Lui evidenzia la necessità di rivedere i nostri parametri ed il nostro modo di pensare la città con una visione di medio periodo. Parole che sento usare raramente, e alla cui assenza è a mio avviso imputabile il degrado nel quale viviamo.

La prospettiva che apprezzo in Fabio è che parte nella sua riflessione dalla necessità della propria proazione e non dalla critica all’immobilismo di questo o quell’interlocutore. Ho trovato una inaspettata rispondenza tra il suo pensiero ed il pensiero di Dario Mirri, incontrato per parlare di stadio ed estorcere autografi per mio figlio qualche giorno fa. In realtà sono sopratutto loro che in questi brevi colloqui e scambi hanno espresso un punto di vista, una speranza, delle ipotesi di futuro. Probabilmente è dovuto al fatto che il loro pensiero parte anche da una riflessione ed una necessità d’impresa che obbliga comunque ad essere costruttivi.

Tutto questo mi lascia pensare che probabilmente quella azione di rinnovamento, anche culturale della città, che ho sempre auspicato potesse essere in capo appunto alla “cultura”, e per un breve periodo ho pensato potesse essere della politica, forse troverà nell’impresa la sua strada. Si tratta ovviamente di ragionare in termini di una impresa sana che sappia dialogare con la cultura anche identitaria e con le varie dinamiche della società.

Forse è qui una possibile chiave di volta della città, e guardando in modo più estensivo della Sicilia e del paese. Ci credo? Dipende da che punto di vista assumo naturalmente. Io sono un professionista ed in quanto tale devo, se non altro per lavoro, adottare una posizione attiva e speranzosa anche contro l’evidenza (anche in questo caso Gramsci viene in soccorso con il suo ottimismo della volontà e pessimismo della ragione).

Non posso pertanto che concludere con un proattivo invito: “imprenditori di tutta la città unitevi, non abbiamo niente da perdere se non il vuoto culturale dei nostri tempi.”

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