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Organico, plastica, carta e vetro: a Palermo e in Sicilia non si differenzia niente, punto

Considerati una risorsa in tutto il mondo, in Sicilia i rifiuti vengono classificati come problema: anche se i cittadini "differenziano" le città puntano ancora alle discariche

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 5 marzo 2018

Considerati una risorsa ormai in gran parte d’Europa, Italia compresa, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate dalla nostra classe politica, in Sicilia i rifiuti vengono ancora classificati come problema.

Un paradosso, se pensiamo di essere alla vigilia di un ambizioso rilancio delle politiche di gestione dei rifiuti a livello comunitario: uno slancio che mira abbandonare definitivamente il modello di un’economia lineare, abbracciando una più sostenibile idea di circolarità delle risorse.

L’ultima fotografia dell’Italia in tema di rifiuti, contenuta nel rapporto 2017 redatto dal Centro Nazionale per il Ciclo dei Rifiuti dell’ISPRA, ritrae un Paese a due velocità: se da un lato il nord, virtuoso anche in questo settore, riesce a differenziare in media il 64,2% dei rifiuti prodotti, al sud la raccolta differenziata fa registrare valori sensibilmente più bassi (37,6%) e ancora lontani dalla soglia del 50% fissata dall’Unione Europea. Soglia che però doveva essere raggiunta nel 2009.



E la Sicilia? Purtroppo, in tema di raccolta differenziata, la nostra Regione può considerarsi a tutti gli effetti la vergogna d’Italia. L’isola resta inchiodata ad uno sconcertante 15,4%, un valore estremamente basso considerato che tutte le regioni del Sud hanno almeno 20-30 punti percentuale in più.

Scendendo un po’ più nel dettaglio e considerando le tre aree più densamente popolate dell’isola (Palermo, Catania e Messina), nel 2016 a livello di Città Metropolitana la raccolta differenziata si è attestata al 18,5% a Palermo (considerando un bacino di 1.185.695 abitanti), al 10,4% a Catania (il valore più basso d’Italia, 1.113.303 abitanti) ed al 14,3% a Messina (636.653 abitanti).

Le tre siciliane sono agli ultimi tre posti in Italia in termini di differenziazione dei rifiuti urbani. Ancora più bassi i valori se consideriamo i dati per singola città (con popolazione superiore ai 200mila abitanti), evidentemente i piccoli centri della cintura metropolitana riescono a fare meglio.

Palermo fa registrare il valore più basso d’Italia e uno dei più bassi d’Europa (al pari di città della Romania e della Slovacchia): nel 2016, il capoluogo di Regione ha differenziato soltanto il 7,2% dei rifiuti urbani prodotti.

Per dirla in altri termini, dei 515 kg che mediamente ogni anno un abitante di Palermo produce, soltanto 37 kg vanno alla differenziata. Malissimo anche nelle città di Catania e Messina, dove la raccolta differenziata è ferma rispettivamente al 10,3% e all’11,2%.

I dati ancora parziali per il 2017 invece, pubblicati sul sito dell’Ufficio Speciale per il monitoraggio e l’incremento della raccolta differenziata della Regione Siciliana, mostrano un leggero miglioramento per Messina (14,9%) e Palermo (13,2%), ed un netto peggioramento per Catania (8,7%).

Dallo stesso database si nota come soltanto 17 comuni siciliani differenzino più del 70% dei rifiuti prodotti. Tra i grandi centri si distinguono Marsala (55%), Caltagirone (59,2%) ed Alcamo (60,2%). Infine, ben 277 comuni siciliani restano sotto la soglia del 50%, valore che, ricordiamo, secondo la Comunità Europea, doveva essere raggiunto nel 2009.

Ma cosa manca alla nostra regione per potere essere al pari di altre regioni italiane o dei più virtuosi paesi europei? Rispondere a questa domanda non è semplice, visto soprattutto che i rifiuti, al pari di altre risorse economiche, altrove creano sviluppo, ricchezza e posti di lavoro nel rispetto totale dell’ambiente.

Sicuramente la classe politico-amministrativa siciliana ha delle pesanti responsabilità sul fallimento del sistema della raccolta differenziata. Bisogna iniziare a incentivare seriamente ed economicamente non soltanto la differenziata, ma anche la realizzazione di impianti di trattamento, di riciclaggio e compostaggio della frazione organica.

Un vuoto infrastrutturale che ci obbliga a portare i rifiuti in discarica (mentre l’Europa intera cerca di chiuderle) e che fa aumentare sensibilmente la spesa media delle utenze domestiche: se riuscissimo a differenziare bene pagheremmo meno.

A mancare è poi la coscienza civica, senza cui non esistono educazione, buon senso ed amore per l’ambiente. E ci si riferisce non soltanto a tutti i cittadini, ma anche agli imprenditori e a chi lavora nelle società di servizi per l’ambiente.

A qualsiasi livello. Ultimo punto, piuttosto dolente: mancano i termovalorizzatori, quelli tecnologicamente avanzati, come a Brescia, Torino, Zurigo, Vienna, Tokyo, Osaka o altre decine di località. Impianti che certamente non rappresentano il futuro e che impongono soprattutto lunghi tempi di realizzazione (minimo 5 anni), ma senza i quali, a oggi, è impossibile chiudere il ciclo dei rifiuti (e chi sostiene il contrario, mente).

Intanto però che si fa? Si continua a parlare solo di discariche e conferimento del pattume all’estero e a pagarne le conseguenze sono l’ambiente e le tasche dei cittadini.
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