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Parole che scaldano il cuore: così "Ti amoro" di un bimbo siciliano è finito sulla Treccani

La storia risale allo scorso anno e ce l'ha riportata Clelia Raucea, psicologa ragusana che lavora a Palermo, promotrice della pubblicazione sul portale Treccani

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 25 settembre 2020

Non serve scomodare i testi di scienziati e psicologi per scoprire che attraverso l'ascolto, l'accudimento e il gioco si può stimolare la più bella ed emozionante creatività nei bambini, così come è stato nel caso di Francesco - nome di fantasia - che per manifestare il suo profondo affetto si è trovato a dire "ti amoro", termine che è stato per settimane un neologismo riportato sul portale della Treccani.

La storia risale allo scorso anno e ce l'ha riportata Clelia Raucea, psicologa ragusana che lavora a Palermo, promotrice della pubblicazione del neologismo sul portale più cliccato, a livello nazionale, a cui si fa riferimento per scoprire il significato delle parole.

«Insieme ad altre colleghe lavoriamo da anni nell'ambito della terapia riabilitativa per disturbi del neurosviluppo, tra i tanti bambini ce n'era stato affidato uno un po' difficile, con disturbi del comportamento riferiti dai familiari ma senza una diagnosi precisa. Dopo alcuni giorni di osservazione questo bambino - ci ha raccontato la psicologa - che aveva sempre la risposta pronta, era molto sveglio, in realtà non riscontravamo nulla di patologico, anzi il legame affettivo con la mia collega che lo seguiva, e a cui obbediva senza nessuna difficoltà, ci sorprendeva.



Un giorno ho terminato prima il mio lavoro e mentre sistemavo i giochi che avevamo utilizzato durante le attività questo bambino disse alla mia collega: «io ti guardo e penso che ti amoro», io lo ripresi dicendo che si diceva 'ti amo' ma lui prontamente ribattè. Intanto, disse, ti amoro ha più sillabe e poi mette insieme l'amore con l'oro, quindi vale di più».

La psicologa stessa rimase molto colpita da questo termine e soprattutto la spiegazione del bambino "onomaturgo" non era poi impossibile da accettare.

Sulla scia di queste considerazioni ha contattato la Treccani e, con sua grande sorpresa, ha trovato subito riscontro positivo con la pubblicazione sul portale del neologismo con questa motivazione (ancora consultabile sul sito) che ben spiega, tecnicamente, la validità di "ti amoro".

Si legge infatti: "Amorare ha la freschezza dell'esuberanza. Linguisticamente, il processo derivazionale dal sostantivo amore è originale, porta a una vicinanza ancora più stretta tra nome e verbo. Ci ricorda, all'estremo opposto, la vicinanza, anzi, l'assoluta coincidenza formale tra l'(io) odio verbale e l'odio nominale (...).

In ogni caso, il io ti amoro è senz'altro un atto linguistico; senz'altro comunica qualcosa; senz'altro è un atto linguistico, precisiamo, perché include l'atto comunicativo ma anche perché ne esorbita, includendo (lo ricaviamo dal racconto) l'espressività gioiosa di sguardi e posture, la dimensione relazionale del gioco".

Un altro caso, tempo prima, aveva fatto luccicare gli occhi degli aduti ed era stato il "petaloso" proposto da un altro bambino. Coincidenza che siano spesso i più piccoli a percepire emozioni così profonde che non corrispondono, per i piccoli inventori, ad un termine già esistente?

Poco importa, a nostro avviso, se la maggior parte dei neologismi spariscono nel tempo e non trovano posto nei dizionari quello che rimane è la bellezza della scoperta - che tocca forse di più gli adulti - di nuove parole che al solo pronunciarle scaldano l'anima.
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