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Per colpa di chi? A Palermo per evitare altri disastri la parola d'ordine è progettare

Conoscenza e programmazione: ovvero la capacità di darsi degli obiettivi e sviluppare delle procedure per raggiungerli. Solo così Palermo potrà avere un buon futuro

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 18 luglio 2020

Un poliziotto all'opera durante l'alluvione del del 15 luglio 2020 a Palermo

Ho vissuto come molti l’odissea di essere per strada quando l’apocalisse si è scaricata sulla città. Inizialmente ero ironico per l’ennesimo spettacolo indecoroso che la mia città offriva a se stessa ed al mondo. Fiumi di fango incontrollati, tombini che saltavano come gaiser, la furia dell'acqua su una città indifesa. Ma era solo l’inizio.

Rientrato a casa mio figlio è in lacrime. Sembrava che due persone fossero morte a pochi metri da casa mia. Mio figlio non è una persona sensibile, è una persona normale. Una persona che sa dare senso alle cose ed al valore delle cose. La vita per esempio. Morire perché esci in un pomeriggio di luglio e sei travolto da una bomba d’acqua in una città abbandonata a se stessa non è verosimile ne plausibile, lo capisce anche un bambino. Come non è verosimile, per la verità, tutto lo spettacolo cui abbiamo assistito.

Per fortuna era un falso allarme e possiamo parlare di questa vicenda da una prospettiva meno drammatica. Il fatto che sia finita bene non significa che non poteva comunque finire peggio e non significa che quanto accaduto non sia di una gravità inaudita. A forza di tentare la sorte prima o poi l’irreparabile accadrà.



Io stesso da principio ho provato una grande rabbia. Ritenevo e ritengo il sindaco e tutta la classe dirigente responsabile di questo disastro. Però credo che la vicenda stia prendendo ancora una volta la direzione sbagliata. Si confondono le responsabilità personali, sulle quali è opera della magistratura intervenire, con l’inadeguatezza del sistema nel suo complesso, vale a mio modo di vedere per quello comunale e regionale allo stesso tempo.

Così credo che il coro di voci di dimissioni contro il sindaco o l’assessore di turno sia un modo molto fragile, per non dire inconsistente, di incanalare la rabbia; oltre ad essere del tutto inefficace sul fronte dell’obiettivo che ciascuno di noi ha. Ovvero vivere in una città degna di questo nome.

Nel 2004 la Lettonia entra in unione europea. Io nel 2003 partecipai ad un progetto internazionale che coinvolgeva anche la Lettonia, era un progetto con i paesi transfrontalieri. Incontrai i dirigenti di un piccolo comune dell’entroterra nostro partner, il comune di Livani: un paesino. Partecipavano al progetto con 60.000 di investimento proprio e gestivano 600.000 euro di budget. Io rappresentavo la provincia di Agrigento, che gestiva 22.000 euro con un investimento proprio di 2.200 euro.

Con quelle risorse il comune di Livani stava attivando un incubatore d’impresa in un immobile che era stato ristrutturato in un altro progetto. Mi spiegavano che due anni prima, non appena fu deciso che sarebbero entrati in Unione Europea, avevano inviato un gruppo di dirigenti a studiare a Bruxelles per un anno, per capire come funzionavano i fondi, pertanto avendo appreso che i fondi in cofinanziamento venivano moltiplicati per dieci in progetti europei, gestivano tutti i fondi propri solo come cofinanziamento.

Quindi non c’è una aiuola, una strada, un lampione a Livani che da quella data non è stato realizzato in cofinanziamento con fondi europei. Il ragionamento è semplice se ho mille euro spendo mille euro oppure li investo in progetti e ne posso spendere diecimila. Detta cosi è semplice però questo genere di procedure non sono mai state attivate in Sicilia. Quindi cosi facile a comprendersi non deve essere. Nel frattempo i Lettoni non erano ancora entrati e già conoscevano meglio di noi come funzionava il sistema.

Quello che sta alla base di questa procedura sono semplicemente due parole: la conoscenza e la programmazione. Ovvero a capacità di darsi degli obiettivi e sviluppare delle procedure per raggiungerli.

Quanta programmazione c’è nella gestione della cosa pubblica a Palermo ed in Sicilia? Potrei citare decine di bandi, programmi, attività che ho segnalato in questi anni a questo o quell’amministratore pubblico, tutte attività nelle quali sono stato del tutto ignorato.

Lo stato di degrado della città e della Sicilia è sotto gli occhi di tutti. Le persone che gestiscono sono inadeguate. Ma ripetercelo di continuo serve a poco. Anche perché nel guardare il guazzabuglio della politica locale mi chiedo sostituiamo questa pessima classe dirigente con chi? Il dibattito è infatti arroccato su un registro di identica mediocrità di insulti ed accuse, senza che nessuno abbia inquadrato il tema che sarebbe di reale interesse: le soluzioni.

Siamo di fronte ad un fallimento completo dell’intera classe dirigente dell’isola, viviamo in una terra con al viabilità interna devastata, con l’autostrada che collega le principali città che è praticamente a corsia unica, per mancata manutenzione dei corsi d’acqua sono morte persone solo due anni fa, la città di Palermo è attraversata da un fiume che è tenuto come una fogna, e le periferie sembrano periferie da città del terzo mondo, conosco poco Catania ma credo sia più o meno lo stesso, il turismo è in ginocchio e senza alcuna progettualità e speranza, pur essendo uno dei nostri pilastri economici.

E potrei scrivere pagine sulle centinaia di cose sbagliate in tutti i comparti dalla produzione agricola alla programmazione culturale. L’alluvione di qualche giorno fa è uno dei tanti effetti a valle, è il sintomo del problema, e trattarlo come il problema è la misura dell’inconsistenza del dibattito in corso. Proprio per questo cercare il colpevole, invece che la soluzione, che mi pare il registro del dibattito in corso, è solo un modo per lasciare le cose come stanno.

Il sindaco è sulla difensiva, e secondo me a ragione, non può essere di un sol uomo la responsabilità cosi come non lo sono le soluzioni, che necessitano una parola poco usata da noi siciliani: collaborazione. Una collaborazione che deve andare per una volta oltre le appartenenze politiche.

Il disastro che vediamo attorno a noi è responsabilità del sindaco, degli assessori, dei consiglieri, delle opposizioni, del presidente di regione, degli assessori regionali e dei loro oppositori, è responsabilità di un governo regionale debolissimo, con un presidente inconsistente dal punto di vista della sua visione di Sicilia, e di una opposizione fortissima e molto poco propensa a costruire qualcosa, è responsabilità di una burocrazia oggi utile solo ad alimentare se stessa.

In questo quadro io non chiedo le dimissioni del sindaco, io semmai chiederei al sindaco una assunzione di responsabilità. È un vecchio signore che un lontano passato è anche stato ragione di ispirazione per molti, finita questa avventura la sua carriera politica è conclusa, non ha l’età e probabilmente il consenso per continuarla, ma ha ancora l’opportunità di completare con onore questo suo ultimo mandato. Sia veramente, per una volta, padre nobile della città, lo invito a sedersi ad un tavolo con gli altri amministratori regionali e comunali e con le opposizioni e produrre una proposta concreta per risolvere questi e gli altri problemi della nostra terra.

Nel farlo lo invito ad adottare questo protocollo: individuare lo stato desiderato, analizzare lo stato presente, ipotizzare il percorso idoneo per portare il sistema dallo stato presente a quello desiderato, pianificare in che tempi e con quali risorse tutto questo potrà essere fatto.

Si chiama progettare. Ed è un modo fantastico di affrontare i problemi invece di vomitarsi addosso accuse ed insulti.

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