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Per salire sull'aeroplano di carta si pagava 1 milione: quando i palermitani erano "truffati e contenti"

Ci fu il tempo del mago Giovanni Sucato e poi quello del gioco dell'aeroplano di carta. E a Palermo queste "magie" attecchivano che era una bellezza....

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 11 ottobre 2021

I tempi della "lira"

Ci fu un a tempo negli anni 90 a Palermo che il magico mondo di Oz poteva accompagnare solo. Tutto era bellissimo, tutto era colorato, la gente era felice e al posto della pioggia dal cielo piovevano soldi. Certo, ogni tanto ci scappava qualche morto, ma questo era opera della strega dell’Est che era un poco biricchina e voleva comandare tutte cose lei.

Il leone era alla Villa Giulia e si chiamava Ciccio, gli spaventapasseri avevano le cravatte e stavano nei palazzi della politica e gli uomini di latta erano tutti gli atri troppo abituati a girare la testa dall’altra parte forse perché arruginiti Dulcis in fundo ci stava pure il grande e potente mago di Oz.

Giovanni Sucato si chiamava e moltiplicava i soldi come Gesù nel vangelo moltiplicava il pane e i pesci. Improvvisamente un giorno, forse stanco di fare sempre lo stesso miracolo, ebbe un colpo di testa e ne fece un altro completamente diverso: sparì nel nulla, solo che per sbaglio fece sparire pure i soldi.



Fu così, che mentre tutti cercavano affranti il mago sparito perché gli volevano bene, accadde un qualcosa che ha dell’incredibile: a Palermo arrivarono degli areoplani di carta che non volavano ma rendevano la gente felice. Neanche il tempo di atterrare e non se ne capì più niente.

Togliamo per un attimo la favola e spieghiamo meglio le cose. Detto in due parole la questione Giovanni Sucato funzionava così: si portavano i soldi a questo mago dell’economia e dopo qualche giorno ve li restituiva raddoppiati. I primi ci andarono fortunati, i secondi forse, fino a quando il sistema s’allargò troppo e saltò per la felicità di migliaia di ingenui risparmiatori che se la scipparono in quel posto (alcuni vendettero pure le case per dare i soldi a Sucato).

Passato il mago in questione, per la serie sbagliare è umano perseverare è da deficienti, giunge un nuovo gioco: il gioco dell’aeroplano. Se il sistema Sucato era saltato perché si erano concentrati troppo denaro e responsabilità sul nome e le mani di un singolo elemento, questo altro sistema era sicuramente più raffinato perché riproponeva il medesimo modello ma dislocato in tante piccole cellule che erano apparentemente autonome rendendolo più ramificato.

In cosa consisteva? Forse non mi crederete ma essendo che in quegli anni il sottoscritto andava alle scuole elementari e viveva proprio nella periferia di Palermo, ha ricordi abbastanza nitidi di ciò che accadeva.

Giravano dei fogli di carta in cui era stampata la sagoma di un aeroplano e all’interno di questo ci stavano pure i posti a sedere sistemati secondo una precisa gerarchia. I più scarsi o nuovi passeggeri sedevano alla coda, man mano che si diventava più anziani si scalavano i posti fino a diventare piloti.

E come si entrava nell’aereo mi chiederete? Facile, partiva tutto da sale intrattenimento, pizzerie e ristoranti. Bastava chiedere ad una persona che faceva parte del gioco (e vi assicuro che erano molto di più di quelle che pensate) e alla modica cifra di un milione di vecchie lire si saliva a bordo con il ruolo di Stewart.

Se si voleva diventare piloti le regole prevedevano un paio di cose semplici ma interdipendenti fra di loro: era necessario portare nuovi concorrenti (tutti muniti di un milione) e partecipare alle cene aggratis che non si capiva mai da chi erano organizzate.

I grandi con i grandi, i bambini con bambini, la domenica si andava tutti a mangiare la pizza o al ristorante ed erano tutti felici e contenti. Sembrava che a comandare tutta questa cosa ci fosse Robin Hood in persona perché tutti mangiavano e nessuno pagava nulla: si vedevano solo abbracci, sorrisi e cantanti che passavano da “Tu si na cosa grande” a “O’ sole mio”. Ad un certo punto, mentre tutti mangiavano e ciarlavano soddisfatti, come al circo si usa fare col rullo di tamburi, veniva richiamata l’attenzione dei presenti.

La funzione di questa rollata era comunicare chi erano i nuovi partecipanti al gioco e annunciare l’eroe che quel mese aveva finalmente raggiunto il ruolo da pilota. Erano momenti emozionanti: si abbassavano le luci, partiva quasi sempre “I just called to say i love you” di Stevie Wonder (che in quegli anni andava su tutto come le farfallette al salmone) e finalmente venivano consegnati sette milioni, cioè sette volte la posta, al pilota che a quel punto usciva dall’aereo per far posto ad un nuovo passeggero. Poteva anche succedere (anzi era comunissimo) che il pilota ripartisse da zero ripagando un milione, come accedeva spesso che all’interno della stessa sala ci fosse più aerei, quindi più gruppi.

In realtà questo gioco che Palermo portò una ventata di gioia (e disperazione quando saltò) sembra essere partito da Messina, dove a sua volta è arrivato da Milano, luogo in cui era presente un decennio prima. E che l’aeroplano sia partito Milano non c’è da stupirsi perché quello non noi chiamiamo semplicemente sistema della catena di Sant’Antonio era in realtà una cosa più raffinata, ideata da un certo Charles Ponzi nel 1920. Stiamo parlando di un vero e proprio modello economico che porta il nome di un italiano emigrato negli Stati Uniti che con questo sistema creò una truffa che coinvolse 40.000 persone (pensate, partendo dalla cifra di 2 dollari arrivò a guadagnarne 15 milioni).

Per capirci il sistema Ponzi fu lo stesso messo in atto da un certo Madoff che provocò la gravissima crisi economica del 2009 negli Stati Uniti e a livello mondiale.

Oggi a Palermo aerei di carta che portano felicità non ce ne stanno più, e con loro sono spariti quei momenti di spensierati e belli. Forse se li avessero fatti latta sarebbero durati di più o forse il destino delle cose belle è quello di durare poco. Noi ce li teniamo dentro il cuore questi aerei sperando non siano precipitati che, essendo di carta, siano stati riciclati.

Magari il senso della loro metafisica esistenza era proprio quello: il riciclaggio.
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