Profumi e storie di Sicilia quasi dimenticati: un giorno al porticciolo vicino a Palermo
Un tour tra un caffè al volo, un saluto gentile e via giù al porticciolo. La gente freme, si accalca. Il primo pesce profuma di genuinità, il secondo è opera divina
Il porticciolo di Isola delle Femmine
“Viniti ccà, viniti ccà. A vossia, dicu a lei. Si voli lu pisci bonu, sulu a Isula ci l’avemu. È squisitu, n’amuri. Friscu e teneru di iurnata”. Lente cadenze e voci ricorrenti popolano il porticciolo di Isola delle Femmine. Il piccolo comune palermitano - sito a una manciata di chilometri dal capoluogo di regione - si sveglia di buon’ora. In Piazza Pittsburgh è tempo di alzare gli occhi al cielo, arrivano le imbarcazioni.
Un caffè al volo, un saluto gentile e via di corsa giù al porticciolo. La gente freme, si accalca. Il primo pesce profuma di genuinità, mentre il secondo è opera divina. I mari tirrenici esaltano i colori vivaci dell’ambiente. Increduli di fronte a tanta bellezza, lo spirito siciliano prende il comando delle azioni. In palio c’è la sopravvivenza. Sì, di un settore ormai vittima dei soprusi e dei cambiamenti… mancati. “Si campa alla giornata. Soffriamo amaramente, abbiamo dilapidato un patrimonio universale”.
Le parole - strozzate sul nascere - sono testimoni di un malessere ventennale (o forse più). Siamo coinvolti indirettamente. Mente e corpo hanno abbandonato gli ambienti circostanti e trovato posto nel piccolo mercato ittico. Un tetto, tavolini sparsi tra odori e voci echeggianti. La vita dei pescatori è fatta così. Poche parole, tanti fatti. Lontani dalla luce dei riflettori, impegno e dedizione non mancano. Spiriti liberi contagiosi sono manifesti di un equilibrio disordinato. Le istituzioni latitano, il lavoro… diminuisce.
Tra arrivi e partenze ci spostiamo. Noi, impavidi (e vecchi) curiosi, cerchiamo di allontanare una “certa” tristezza velata e guardiamo altrove. Si alza una “maledetta” brezza marina a Isula. Tra piccole e grandi imbarcazioni spiccano i segni del tempo. Il senso di impotenza gioca un brutto scherzo. Abbandonate al loro triste destino, gesta nobili sono state accantonate. Chissà quante storie possono raccontare. Dietro a ogni barca si cela un racconto. È un vissuto vero e proprio. I passi diventano macigni, cerchiamo riparo nelle fonti. Spesso, tra un’immagine o uno scatto, è stata la nostra salvezza. Nella piazzola spicca la statua del Pescatore. Non è un semplice monumento. Imponente, è figlio e testimone di un periodo di grande fermento.
Se Pittsburgh chiama… Isola risponde. Ma questa è una storia che merita un capitolo a parte. Di fronte, nella sua versione moderna, sono presenti gli uffici comunali. Un tempo, non tanto lontano, sorgeva la Tonnara. Maestosa! Il vero richiamo del mare! Era il luogo prediletto di grandi e piccini, donne e anziani. La vita sociale di Isola delle Femmine era racchiusa all’interno della struttura. Da quel 1176, quando il Re di Sicilia Guglielmo II donò l’impianto alla Chiesa di Santa Maria Nuova di Monreale, sono passati tanti secoli. Di vita sociale, di un senso di appartenenza. Ebbene sì, in attesa della nascita del borgo, le attività non cessavano di esistere. Gli isolani seppero muoversi in lungo e in largo per la Sicilia, spingendosi fino a Lampedusa (e in terra straniera).
Le “capaciote” non mostravano nessun segnale di cedimento. Leggere, ampie, solide ed eleganti (come da fonti), superavano qualsiasi ostacolo. E quando tutto aveva assunto una sua dinamica non scritta, subentrò l’impoverimento. Le cause? L’uso della dinamite durante la pesca. La fine ingloriosa dei sogni. La fine di un’epoca e… l’addio alla terra natìa. Il vento soffia delicatamente, a tratti accompagna gli sguardi pensierosi dei pescatori. Li accoglie tra le sue braccia. Loro, frastornati e stanchi, hanno concluso un’altra giornata di conquiste, o forse no. Il destino è nelle mani del “Santo” protettore della pesca.
Chi, meglio di lui, può capire le debolezze di un settore ormai allo sbando? Dalla piazza osserviamo silenziosamente. Siamo forestieri giunti per caso. Ascoltiamo le testimonianze, ci facciamo carico delle criticità. La speranza è l’ultima a morire, dicono in tanti. Nel frattempo, aggrappiamoci al sentimento per non lasciare che sia il porticciolo di Isula a morire lentamente.
Un caffè al volo, un saluto gentile e via di corsa giù al porticciolo. La gente freme, si accalca. Il primo pesce profuma di genuinità, mentre il secondo è opera divina. I mari tirrenici esaltano i colori vivaci dell’ambiente. Increduli di fronte a tanta bellezza, lo spirito siciliano prende il comando delle azioni. In palio c’è la sopravvivenza. Sì, di un settore ormai vittima dei soprusi e dei cambiamenti… mancati. “Si campa alla giornata. Soffriamo amaramente, abbiamo dilapidato un patrimonio universale”.
Le parole - strozzate sul nascere - sono testimoni di un malessere ventennale (o forse più). Siamo coinvolti indirettamente. Mente e corpo hanno abbandonato gli ambienti circostanti e trovato posto nel piccolo mercato ittico. Un tetto, tavolini sparsi tra odori e voci echeggianti. La vita dei pescatori è fatta così. Poche parole, tanti fatti. Lontani dalla luce dei riflettori, impegno e dedizione non mancano. Spiriti liberi contagiosi sono manifesti di un equilibrio disordinato. Le istituzioni latitano, il lavoro… diminuisce.
Tra arrivi e partenze ci spostiamo. Noi, impavidi (e vecchi) curiosi, cerchiamo di allontanare una “certa” tristezza velata e guardiamo altrove. Si alza una “maledetta” brezza marina a Isula. Tra piccole e grandi imbarcazioni spiccano i segni del tempo. Il senso di impotenza gioca un brutto scherzo. Abbandonate al loro triste destino, gesta nobili sono state accantonate. Chissà quante storie possono raccontare. Dietro a ogni barca si cela un racconto. È un vissuto vero e proprio. I passi diventano macigni, cerchiamo riparo nelle fonti. Spesso, tra un’immagine o uno scatto, è stata la nostra salvezza. Nella piazzola spicca la statua del Pescatore. Non è un semplice monumento. Imponente, è figlio e testimone di un periodo di grande fermento.
Se Pittsburgh chiama… Isola risponde. Ma questa è una storia che merita un capitolo a parte. Di fronte, nella sua versione moderna, sono presenti gli uffici comunali. Un tempo, non tanto lontano, sorgeva la Tonnara. Maestosa! Il vero richiamo del mare! Era il luogo prediletto di grandi e piccini, donne e anziani. La vita sociale di Isola delle Femmine era racchiusa all’interno della struttura. Da quel 1176, quando il Re di Sicilia Guglielmo II donò l’impianto alla Chiesa di Santa Maria Nuova di Monreale, sono passati tanti secoli. Di vita sociale, di un senso di appartenenza. Ebbene sì, in attesa della nascita del borgo, le attività non cessavano di esistere. Gli isolani seppero muoversi in lungo e in largo per la Sicilia, spingendosi fino a Lampedusa (e in terra straniera).
Le “capaciote” non mostravano nessun segnale di cedimento. Leggere, ampie, solide ed eleganti (come da fonti), superavano qualsiasi ostacolo. E quando tutto aveva assunto una sua dinamica non scritta, subentrò l’impoverimento. Le cause? L’uso della dinamite durante la pesca. La fine ingloriosa dei sogni. La fine di un’epoca e… l’addio alla terra natìa. Il vento soffia delicatamente, a tratti accompagna gli sguardi pensierosi dei pescatori. Li accoglie tra le sue braccia. Loro, frastornati e stanchi, hanno concluso un’altra giornata di conquiste, o forse no. Il destino è nelle mani del “Santo” protettore della pesca.
Chi, meglio di lui, può capire le debolezze di un settore ormai allo sbando? Dalla piazza osserviamo silenziosamente. Siamo forestieri giunti per caso. Ascoltiamo le testimonianze, ci facciamo carico delle criticità. La speranza è l’ultima a morire, dicono in tanti. Nel frattempo, aggrappiamoci al sentimento per non lasciare che sia il porticciolo di Isula a morire lentamente.
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