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In Sicilia c'è il borgo delle sorprese: tra viuzze e case colorate fino alla Necropoli di Keli

Ci si arriva percorsa parte della statale 118, impronte collinari verdastre danno vita a sentieri e canyon fantastici. Qui le curve disegnano panorami da sogno

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 17 maggio 2026

Il borgo di Santa Elisabetta

“Colti di sorpresa, tra ambienti dipinti a tema e confini irrazionali, sorge il piccolo borgo di Santa Elisabetta. Silenzi armonici e forme modeste fanno la differenza. Di splendide culture, antiche archeologie e colori vivaci”. Percorsa parte della statale 118, impronte collinari verdastre danno vita a sentieri e canyon fantastici. Come in un sogno di primavera, le curve disegnano panorami che - in un gioco di parole (in stile siculo) - scozzesi e irlandesi possono accompagnare (con le dovute proporzioni). Pascoli disseminati lungo i prati sguazzano felicemente alla ricerca del pasto preferito.

Giunti al centro di Raffadali, sono quattro circa i chilometri che ci separano da Santa Elisabetta. Accompagnati da un’aura religiosa, il borgo dedicato alla santa omonima è il prossimo obiettivo. Alziamo il sipario e lasciamo contagiare anima e corpo dalla visita di un comune dalle mille controversie. Storiche? Religiose? Nei prossimi minuti riceveremo le risposte tanto desiderate.

Di quei confini decantati lasciamo il nostro "classico" mezzo e iniziamo, in un peregrinare tra "acchianati e scinnuti", "scalonate e stratuzzi" e “casazzi culurati e stritti”, la scoperta delle bellezze sabettesi. Il Municipio è una struttura di moderna contemporaneità. Ma a pochi metri, una decina di passi ancora, un edificio fatiscente è arricchito da un’indicazione che suona “di ciavuru siculu”. In una tonalità blu scolorita rappresentava - in tempi non sospetti - l'inizio (o la fine - punti di vista differenti) del piccolo paese.

Raggiungere piazza San Carlo è cosa gradita. Non è una questione di fatica, dopo cinque minuti è impossibile ammainare bandiera bianca. Cinque grandi pannelli decorativi raffigurano scene di vita sociale. Il lavoro nei campi agricoli, specialmente in alcune zone dell’entroterra siciliano, è motivo di grande orgoglio. Le raffigurazioni mettono l’accento sull’impegno e il sacrificio profuso dai lavoratori per un “tozzu di pani”. E il piccolo comune agrigentino non si è tirato indietro. Poche immagini, tanto significato. Se il buongiorno si vede dal mattino, alla nostra sinistra c’è una salita tutta da vedere (e tuccari).

Sicuri di entrare nel “polmone antico” del borgo, iniziamo la nostra personale fatica. E che “fatia!”. “Li casuzzi nicareddi” sono particolari tratteggiati di sapori passati. Fanno parte di un ricco componimento di racconti mai dimenticati. Ci sentiamo osservati da qualcuno: lui è un gatto mascalzoncello. Ci guarda con intrepida curiosità. Continuiamo verso lo spiazzo e da lassù emergono i contenuti agrigentini. Colori sicani si mescolano a brezze mediterranee. Colli vivaci armonizzano le colture. Una foto, un respiro e le campane della Matrice suonano a festa.

A poche centinaia di metri ecco la Chiesa di Santo Stefano Martire (Matrice). Eretta nel 1786 e ricostruita (quasi interamente) nel 1998, presenta una planimetria a croce latina a un’unica navata. Pietre (facciata), pilastri e cemento (corpo della chiesa) sono i materiali-testimoni del rinnovamento. Il campanile rispecchia le due fasi principali: la parte antica è in pietra calcarenitica, mentre quella moderna è in mattone rosso. E da lì, facendo ricorso alle storie popolari, iniziava la scalinata del Poggio. “Non c’era sposalizio che non culminasse con la Via dei Matrimoni”. Approfondita in un altro articolo, ci accingiamo a seguire le orme millenarie.

A Santa Elisabetta non mancano. Di certo, fonti e documenti sono protagonisti attivi di epoche leggendarie. Tutte trovano terreno fertile, convinzione. In uno scenario apocalittico si apre davanti a noi - allo spirito d’osservazione - la Necropoli di Keli. Come nelle belle storie, sarà oggetto di un prossimo racconto. Lo merita, è un capitolo a parte di questo splendido territorio.

Sono gli eventi sabettesi a fornire gli spunti di riflessione. A partire dal 1620. Nel territorio del feudo di Canniti, il signore di Raffadali Nicolò Giuseppe Montaperto fondò il piccolo borgo. Ottenuta (dieci anni prima) la “licentia populandi”, fece credito alle sue risorse per iniziare un nuovo percorso. Lo stesso che, successivamente, venne in possesso della famiglia Bonanno e dei Lanza. Di nobile caratura era il Palazzo del Principe. Costruito nel 1681 dalla famiglia Monreale, fu sede della caserma dei Reali Carabinieri e del Fascio (nel 1940). È uno scontro totale tra echi di un certo spessore antico e fatti moderni. Perché nel 1955 - con decreto regionale n. 4 del 28 gennaio - il borgo divenne comune autonomo. Facente parte del comprensorio di Aragona, ne fu distaccato. Ebbe e raggiunse la sua indipendenza.

A un tratto la vita cambiò. Non fu una battaglia né una lotta fratricida. Rappresentò un modo di vivere diverso, autonomo. Forse voluta dalla santa? Malgrado i corsi e ricorsi, gli edifici religiosi del Santissimo Crocifisso (moderna - costruita nel 1978) e di Sant’Antonio (1860) presentano caratteristiche diverse. Quest’ultima - in assenza di decorazioni - ha una forma rettangolare a unica aula. Di grande curiosità è il pennacchio in stile medievale che si trova nella torre campanaria. All’interno è arricchito da un’iconografia spagnola raffigurante l'Addolorata.

Se da un lato il sito di Keli fornisce prove soddisfacenti, dall’altro, una volta superato il cimitero comunale, una stradina polverosa ci porta dritti sul Monte Guastanella. Tra tombe riconducibili al re Minosse e ipotesi “erodotiane”, dietro alle grotte scavate nella parete si celano segreti di spessore protostorico, bizantino e protogreco. Il ritorno è il gusto amaro dell’addio. Non prima, lo dicono i fatti, di ricordare il giovane Francesco Casà. Rampollo della nobile famiglia, fu l’unico che nacque in terra sabettese.

E di lui - oltre al Palazzo Casà o Don Gilò - merita menzione la “Banca di Girgenti”. In un periodo di vacche magre e di questioni meridionali, il giovane balzò agli onori della cronaca per dare la possibilità ai piccoli proprietari terrieri di ricevere dei prestiti per l’acquisto di lotti. Un gesto nobile, come l’animo di quest’uomo. E di quel palazzo - sito a “lu Bastiuni”, che di opere di bene fu teatro, che sia il motivo d’orgoglio di Santa Elisabetta per non dimenticare il passato e volgere lo sguardo al… futuro prossimo.
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