Sulla Scalinata del Poggio verso la felicità: in Sicilia c'è "la strata di li matrimoni"
Il rito, gradino dopo gradino, che le coppie compiono in questo caratteristico borgo siciliano. Un luogo che racconta storie antiche e che oggi riprende vita
La scalinata del Poggio in Sicilia (foto di Salvatore Di Chiara)
Tra stornelli musicali improvvisati e forti “ambientazioni agrigentine”, l’entroterra siciliano riserva piacevoli sorprese. Sant’Elisabetta, piccolo comune a “due passi” dalla cittadina di Raffadali, custodisce segreti “ammucciati”. Tra fonti archeologiche e case abbandonate, affiora una curiosa scalinata. Che sia dalla via Garibaldi (in salita) o dalla via Posta Vecchia (in discesa), il risultato non cambia. Gli storicismi sabettesi lasciano spazio allo stile colorato del Poggio.
E qui si fa la storia! Non è il classico detto che ci porta indietro nel tempo dei fatti e misfatti; a lu “Poggiu” sono i matrimoni a dettare legge. Quello che la scalinata ci riserverà nei prossimi minuti è uno stile di vita racchiuso tra colori, immagini (in bianco e nero) e decorazioni. Ogni gradino racconta un vissuto: passato, presente e chissà… futuro. Immersi in una vivace colorazione, a dominare la scena sono le “pennellate” forti. Di presenza, rispetto e ammirazione. In una forte espressione paesana, l’acchianata rivendica i diritti passati: quelli tradizionali.
Sin dalle prime immagini entriamo dritti in epoche vissute. Volti scolpiti dalla fatica, felici nell’unione. La comunità - presente in gran quantità - rispecchia il profumo dei borghi. Espressioni tirate, marchiate da “imperfezioni perfette”. E le storie si avvicendano con tanto di data. Non v’è distinzione alcuna di stagione o periodo, tutto si riflette nella bellezza del contesto.
Dalla Matrice - la chiesa più importante del borgo - si affrontava la scalinata come atto dovuto e liberatorio. Una prassi sognata, desiderata dai protagonisti. Era un modo per dichiarare apertamente l’amore nelle sue forme significative. Passo dopo passo affrontiamo i gradini, con animo incuriosito e silenzioso. Le decorazioni in ceramica risultano essere ulteriori elementi di pregio. Si contraddistinguono per l’umile pensiero o l’efficacia geometrica. Le abitazioni sono chiuse (in buona parte). Sono testimoni di “cosi boni”. “E si putissiru parlari… quantu cosi ni dicissiru”.
Il nastro dei “ricordi immaginari” ripercorre li “vecchi sirinati”. Con un piccolo strumento e tanta buona volontà, i futuri mariti dedicavano canzoni d’amore alle fidanzate. Alla nostra destra, dopo una decina di gradini, ecco una sedia “impruvulazzata”. Potrebbe rappresentare uno degli ultimi oggetti protagonisti dei matrimoni. L’usanza, abbandonata per un periodo, è tornata a risplendere da qualche anno. Le giovani coppie del borgo hanno fatto rinascere la scalinata. Finalmente! Nel bel mezzo del cammin “poggio”, una donna - un’anziana sabittese - ci descrive con poche parole il significato di tutto questo. “Pure mia sorella fece la scalinata. Per noi era e rimane uno dei momenti più importanti della nostra vita. È difficile da descrivere, bisogna viverlo in prima persona”. Ha ragione, possiamo acconsentire.
Di fronte alla sua abitazione ci sono dei panni stesi. “Ciavuru” di primavera, di Sicilia scolpita in un’immagine. Le tegole dipinte sono il segno del rinnovamento. Artisti di strada hanno abbellito e ornato ogni angolino. Pregevoli stucchi, al rintoccar delle campane della Matrice, luccicano ai nostri occhi. E raggiunta la parte alta, sentiamo il peso della verità. La nostra fantasia ricalca il pensiero della comunità, lo condividiamo.
Nella lenta discesa lo spirito d’osservazione non si lascia ingannare. Le dimenticanze non fanno parte del curioso, scrutiamo eventuali novità. La scalinata del Poggio riporta indietro l’idea di una società civile aggrappata al fato antico. La modernità ha teso la mano al cambiamento, ma senza le piccole sfumature la Sicilia, come altre regioni, perderebbe il suo fascino. E allora “Si mi vogghiu marità, sulu a lu Poggiu la pozzu a truvà!”.
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