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Quando i Florio abitavano all'Olivuzza: il "riscatto" di uno storico palazzo di Palermo

La bellezza è una questione di dettagli. Per riqualificare l'edificio basterebbe già un piccolo gesto e sostituire il nome della vicina via Oberdan in "via Donna Franca Florio"

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 27 marzo 2021

La facciata di Palazzo Wirz all'Olivuzza

Realizzato a Palermo nel 1834 su progetto dell'architetto (allievo marvugliano) Vincenzo Trombetta, Palazzo Wirz è un edificio che fa parte ancora oggi della restante porzione di quella cortina edilizia consilidatasi in successive fasi per tutto l’Ottocento, comprendente le attigue palazzine Florio (sede storica dall'ordine degli architetti di Palermo) e Maniscalco-Basile.

Entrata anch'essa nella seconda metà del secolo nell'orbita proprietaria della famiglia del senatore Florio, finì per far parte delle strutture abitative gravitanti nel circuito del parco suburbano al centro del quale venne realizzato nel 1900 il Villino Florio progettato da Ernesto Basile, per finire nella proprietà dei conti Wirz.

L'edificio compatto ed equilibrato, presenta sul fronte della strada (casuale punto di unione tra piazza Principe di Camporeale e corso Camillo Finocchiaro Aprile) un calibrato sistema di aperture cadenzate ad individuare i tre piani su cui la costruzione si sviluppa in alzato, con la tipica fascia di attacco a terra organizzata a filari orizzontali paralleli che si interrompe soltanto a contatto con le torrette/bow-window che al piano secondo si arricchiscono di balconi poligonali.



È quasi ovvia la soluzione merlata terminale del piano di copertura che si palesa unitamente all'intero linguaggio stilistico adottato come una delle felici soluzioni del Neomedievalismo ottocentesco siciliano.

Ad imperare su questa arteria urbana protagonista anch'essa della Belle époque, è infatti quel Neogotico che lascia in Sicilia e a Palermo in particolar modo, diversi capolavori a testimonianza di un dibattito culturale di matrice progettuale mai sopito per almeno un secolo e che troverà sponda nelle realizzazioni di primo Novecento dell'architetto Francesco Paolo Palazzotto.

È così che archi a sesto acuto modanati, pilieri tortili, guglie e decori dei sottarchi ad incrocio, finiscono per delineare la quinta scenografica attraverso la declinazione del Neogotico di matrice “catalana” dell'intera facciata antistante la piazza Sacro cuore, divenuta ormai da tempo mero parcheggio.

È questa, come tante se non tutte, “un'architettura di intonaco”, il cui progettista pienamente consapevole delle potenzialità espressive del materiale usato, ne sfrutta a pieno la malleabile attitudine al decorativismo plastico.

Oggi l'edificio, così come l'intera cortina degli edifici storici sopravvissuti al sacco edilizio del quartiere, avrebbe bisogno di un rigoroso progetto di restauro capace di restituirne l'originale brillantezza dei toni di beige.

Ma la nota stonata più grande resta quella relativa alla sostituzione del grande parco retrostante con quei condomini anonimi che hanno alterato per sempre il rapporto tra la cortina e le attività frugali e di svago a cui ci ha abituati da sempre il mito dei Florio.

Eppure uno scampolo di area verde retrostante resiste ancora, se fosse messa in rete con gli edifici attigui, unitamente alla ciclopedonalizzazione della via Oberdan ed il recupero attivo di ulteriori brani di parco, potrebbe riscattare la qualità della sostenibilità dell'intera area e divenire prezioso tassello di memoria collettiva.

Basterebbe iniziare con un piccolo gesto e sostituire il nome della vicina via Oberdan in “Via Donna Franca Florio”. La bellezza infatti, è una questione di dettagli.
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