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Quando il cono gelato veniva dal mare: così Colapesce diventò un vip di fama mondiale

La leggenda di Colapesce si mischia ai ricordi di quando in spiaggia, in Sicilia, una barchetta portava il gelato direttamente dal mare e lo potevi gustare in acqua

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 2 luglio 2020

"Pesci e inciurie" di Daniela Verduci

“Colapesce! Sono Colapesce!” gridavo da bambino quando mi lanciavo contro le onde di un insolito mare mosso di luglio. “Si chiù cretino di una borraccia ri fanteria!” mi diceva Totò il bagnino quando mi veniva a recuperare mentre sputacchiavo “annego annego”.

Poi, mentre avevo ancora le lacrime agli occhi, arrivava una splendida barca-gelateria (Cicciuzzo si chiamava) che con un inconfondibile clacson melodico annunciava che era il momento del gelatino e tutti si tuffano in acqua come in India per il bagno di purificazione nelle acque del Gange.

Purtroppo, però, al posto del rito di pace, cominciava una vera propria scannata di massa: mogli che incoppolavano il cono in testa al marito perché aveva sbagliato il gusto, coppette semiaffondate che dondolavano come relitti distrutti nelle guerre puniche, nonni con aterosclerosi che si ritrovano in macchina con famiglie mai viste prima e cristiani che santiavano perché non c’era giorno senza che qualcuno non perdesse una fede o una catena d’oro 24 carati con la testa di Gesù (nei casi più sobri) come ciondolo.



Come tutti i paradossi della vita: tanta commedia, quanta tragedia. Quando tutto questo finiva e Totò il bagnino mi portava il cono pistacchio, uscendo imperioso l’acqua come la statua della libertà con la fiaccola in mano, ma molto più peloso e senza corona, ripartivo come nulla fosse contro le onde al grido di “Colapesce, Colapesce!” Forse la colpa è delle nonne che -e mi piace pensare che al nord, quando un bambino s’avventura in montagna, succede la stessa con Pollicino - per farci uscire dall’acqua gridavano: “Esci dall’acqua, hai tutte le mani arrappate! (da noi le dita non raggrinziscono ma s’arrappano) Ti finisce come Colapesce!” Ecco, Colapesce era un giovane di Messina che in realtà si chiamava Nicola.

Tutti però lo chiamavano “Cola”, forse per abbreviare, forse perché era lento di stomaco e quando nuotava faceva troppe bollicine (ma questa è solo una mia teoria poco attestata.) Cola, come tanti siciliani, amava il mare come la propria famiglia e si narra che stava così tanto tempo in acqua che sua madre si disperava perché non voleva più tornare sula terra ferma. Per la verità, sempre da siciliano, bisogna pur considerare che una delle raccomandazioni più frequenti in questi casi è: «appena esci dall’acqua scippi legnate e quando torniamo a casa tuo padre ti da il resto!».

Ora, che era cretino Cola che usciva dall’acqua sapendo che gli avrebbero fatto la festa? Nuota di qua, nuota di là, Cola stava tutto il giorno ad esplorare fondali e cercare pesci verso il quale sentiva un feeling tutto particolare. Era così affezionato ai pesci che al posto di usare il proverbio “meglio un cane amico, che un amico cane”, visto che era pure un poco ignorante perché scuole dentro l’acqua non ce n’erano, diceva: “meglio un pesce amico, che un pescecane”. Scuola a parte, anche se era più ignorante della calia, conosceva i nomi di tutti i pesci a memoria; cosa che non è facile in Sicilia, visto che ogni pesce ha un nome tutto suo e diverso dal resto dell’Italia.

Volete la prova? Il cefalo si chiama “muletto”, la mormora si chiama “aiola”, l’aguglia è la “augghia”, il “grongo” diventa “runcu”, ma il più bello di tutti è la salpa che si trasforma in “manciaracina” che non c’entra in ogni caso niente perché in siciliano vuol dire mangia uva e questo invece vuole solo il pane. Ora che lo sapete, se venite a pescare in Sicilia, non usate l’uva credendo di catturarlo perché richiedono il TSO e vi vengono a prendere con la camicia di forza direttamente posto mare. Comunque, un giorno che la madre di Cola non ce la fece più, perché è vero che ci vuole il vento in chiesa ma fino a un certo punto, gli cominciò a buttare “astime” (maledizioni) affinché si trasformasse in un pesce.

Magari Nettuno ascoltò le sue preghiere, magari la madre di Cola era parente di mago Zurlì, fatto sta che gli spuntarono le squame e le membrane in mezzo alle dita come i pesci. Sua madre di fronte all’atroce sortilegio si disperò e svenne, Cola ,invece, che l’acqua lo bagnava e il vento lo asciugava, se ne fotté altamente e continuò a farsi il bagno. Col passare degli anni “Colapesce”, così ormai lo chiamavano tutti, divenne un vero e proprio vip.

Era così conosciuto che la sua storia arrivò alle orecchie di Federico II, che quando sentiva storie di magia e stranezze varie s’arrapava come Alberto Angela di fronte alla Cappella Sistina. Detto fatto, perché Federico sempre imperatore era, gli presero Colapesce e glielo portarono d’avanti.

«Se sei pesce, come dicono tutti - disse Federico - recupera questa coppa che ti lancio in mare».
«E che m**** ci vuole! - pensò Colapesce - Questo mica lo sa che da una vita tiro a campare trovando le catene d’oro con la testa di Gesù per ciondolo e poi me le rivendo ai compro oro…», si tuffò e in men che non si dica riemerse con la coppa in mano.

Il re, credendo ai propri occhi, gettò la propria corona in un punto ancora più buio e profondo, ma per Colapesce che era abituato a cercare pezzi di cinque, due e un centesimo, fu un gioco da ragazzi. Quello che però nessuno poteva mettere in conto è che, scendendo molto ma molto in profondità, Cola s’accorse che la Sicilia poggiava su tre colonne: due in buono stato, una che ci mancava poco e crollava a pezzi. Per Federico II in fin dei conti, se non lo raccontava a lui a chi doveva raccontare? Federico, apprendendo lo stato delle cose, si girò infuriato verso il suo vice e disse: “Ma è mai possibile che ogni volta che c’è una gara d’appalto deve andare a finire sempre in questo modo? Pure sotto il mare adesso?»

«A proposito di appalti», rispose il consigliere «ci sarebbe quella cosa del ponte che parte da Messina…»
«Ma quale ponte e ponte!», iniziò a fare Federico, «Appena torniamo a Palazzo dei Normanni li metto a tutti in ginocchio sopra i ceci così si levano il vizio.”

Colapesce, che di tutti questi discorsi non gliene poteva fregare di meno, capì che se aspettava i tempi burocratici sarebbero finite tutte cose a cachì. Si rimboccò le maniche, prese un bel respiro e scese in fondo in fondo a sostenere la colonna mala combinata. Secondo la leggenda Cola è ancora là sotto a reggere la Sicilia sulle sue spalle. Da quella volta mi tolsi il vizio di non uscire dall’acqua quando mi chiamavano perché manco a me piacciono tanto i tempi della burocrazia.

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